Allo scopo di dargli maggiore visibilità, ripubblichiamo il commento di Laura Carlino al nostro post “Conciliare i Monasteri con Palazzo dell’arte”
Credo che continuare a discutere del Parco dei Monasteri senza inquadrarlo in una realtà progettuale vasta e corrispondente con l’intero centro storico, sia il limite della maggior parte degli interventi in questo settore. Limite che non ha giovato alla questione negli anni della giunta Corada e che ancor meno gioverà nei prossimi, se manca una visione strategica della città che sappia integrare le diverse peculiarità che Cremona ha da offrire.
Credo che l’aspetto tecnico della questione (qua mettiamo questo, là mettiamo quello) sia in fin dei conti il problema minore. Il progetto ha 12 anni, e sono molti anche per una città antica come la nostra. Va rivisto in alcuni dettagli datati e in altri è superato dai fatti. Sono subentrati aspetti legislativi nuovi che impongono nuove riflessioni. Ma così come si presenta nel suo complesso, il progetto è ancora validissimo.
Non serve però affermarlo, se non diciamo anche “perché” è valido. E questo a mio parere è il solo nodo, ora, della questione “Parco dei Monasteri”. Perché se non si capisce che lì è nascosta la vera occasione di rilancio della città, non si avrà mai il coraggio né la voglia di far saltare fuori altri 50 milioni di euro.
Ma questo rilancio non si conclude con l’area delle ex caserme. Deve porsi in relazione con il percorso che il piccolo centro di Cremona è in grado di offrire: dalla piazza monumentale al Museo del Violino, a Palazzo Pallavicino Ariguzzi. A questo proposito, ben venga il centro di restauro pavese, purché il palazzo non resti vuoto; da questo primo nucleo si può partire per il più ampio progetto originario, anche perché pare ormai acquisito che un simile centro debba caratterizzarsi non tanto per l’attività di restauro, ma per la ricerca nel settore. E se anche, alla fine, il centro per il restauro non dovesse decollare, perché non smetterla di stracciarsi le vesti e non optare per una soluzione pragmatica e non certo di ripiego, quale la collocazione dei corsi di restauro di CR Forma? Va bene i violini, ma se si chiude una porta è sciocco stare a contemplarne i battenti: apriamone un’altra!
Dal Parco dei Monasteri all’altro baricentro della cultura cittadina: il Museo, che ancora attende il suo rilancio e Palazzo Stanga, del quale si sta completando il recupero. L’averlo svincolato dalla destinazione a sede del Distretto Culturale è sicuramente un merito da ascrivere all’assessore provinciale Chiara Capelletti; mi auguro che la sua “destinazione agraria” possa concretizzarsi in una vetrina dell’agroalimentare cremonese, da coniugarsi con la storia, con l’arte, con la didattica, con la riscoperta dell’antico artigianato locale. Così rivitalizzato, Palazzo Stanga costituirebbe uno straordinario pendant del museo, al quale forse (e alla biblioteca statale, in grave sofferenza di spazi) potrebbe venire in soccorso Palazzo Soldi.
Considerare questo straordinario patrimonio come un’unica risorsa integrata, attraverso una visione unitaria e una gestione prospettica è la sola possibilità di far rivivere il Parco dei Monasteri. Pensare che se ci sarà un auditorium al Palazzo dell’Arte allora non servirà più quello della Cavallerizza è un nonsenso, perché in una gestione veramente globale della città (che si propone, non dimentichiamolo, come “città della musica”) di sale per la musica ne sono necessarie diverse, adatte ad esigenze differenziate. E non credo neppure che uno spazio espositivo in pieno centro possa “sovrapporsi”, nel senso di “entrare in concorrenza” con Fiera e Triennale: al contrario, si può trattare di un bilanciamento dalle splendide potenzialità. Basta porsi nell’ottica di uno sviluppo globale e non della conservazione di spazi conquistati e dati ormai per esclusivi.
Laura Carlino