Cives Cremona

10 Novembre 2009

Per una strategia unitaria della città

Archiviato in: Comune di Cremona — Cives Cremona @ 07:00

Allo scopo di dargli maggiore visibilità, ripubblichiamo il commento di Laura Carlino al nostro post “Conciliare i Monasteri con Palazzo dell’arte”

Credo che continuare a discutere del Parco dei Monasteri senza inquadrarlo in una realtà progettuale vasta e corrispondente con l’intero centro storico, sia il limite della maggior parte degli interventi in questo settore. Limite che non ha giovato alla questione negli anni della giunta Corada e che ancor meno gioverà nei prossimi, se manca una visione strategica della città che sappia integrare le diverse peculiarità che Cremona ha da offrire.
Credo che l’aspetto tecnico della questione (qua mettiamo questo, là mettiamo quello) sia in fin dei conti il problema minore. Il progetto ha 12 anni, e sono molti anche per una città antica come la nostra. Va rivisto in alcuni dettagli datati e in altri è superato dai fatti. Sono subentrati aspetti legislativi nuovi che impongono nuove riflessioni. Ma così come si presenta nel suo complesso, il progetto è ancora validissimo.
Non serve però affermarlo, se non diciamo anche “perché” è valido. E questo a mio parere è il solo nodo, ora, della questione “Parco dei Monasteri”. Perché se non si capisce che lì è nascosta la vera occasione di rilancio della città, non si avrà mai il coraggio né la voglia di far saltare fuori altri 50 milioni di euro.
Ma questo rilancio non si conclude con l’area delle ex caserme. Deve porsi in relazione con il percorso che il piccolo centro di Cremona è in grado di offrire: dalla piazza monumentale al Museo del Violino, a Palazzo Pallavicino Ariguzzi. A questo proposito, ben venga il centro di restauro pavese, purché il palazzo non resti vuoto; da questo primo nucleo si può partire per il più ampio progetto originario, anche perché pare ormai acquisito che un simile centro debba caratterizzarsi non tanto per l’attività di restauro, ma per la ricerca nel settore. E se anche, alla fine, il centro per il restauro non dovesse decollare, perché non smetterla di stracciarsi le vesti e non optare per una soluzione pragmatica e non certo di ripiego, quale la collocazione dei corsi di restauro di CR Forma? Va bene i violini, ma se si chiude una porta è sciocco stare a contemplarne i battenti: apriamone un’altra!
Dal Parco dei Monasteri all’altro baricentro della cultura cittadina: il Museo, che ancora attende il suo rilancio e Palazzo Stanga, del quale si sta completando il recupero. L’averlo svincolato dalla destinazione a sede del Distretto Culturale è sicuramente un merito da ascrivere all’assessore provinciale Chiara Capelletti; mi auguro che la sua “destinazione agraria” possa concretizzarsi in una vetrina dell’agroalimentare cremonese, da coniugarsi con la storia, con l’arte, con la didattica, con la riscoperta dell’antico artigianato locale. Così rivitalizzato, Palazzo Stanga costituirebbe uno straordinario pendant del museo, al quale forse (e alla biblioteca statale, in grave sofferenza di spazi) potrebbe venire in soccorso Palazzo Soldi.
Considerare questo straordinario patrimonio come un’unica risorsa integrata, attraverso una visione unitaria e una gestione prospettica  è la sola possibilità di far rivivere il Parco dei Monasteri. Pensare che se ci sarà un auditorium al Palazzo dell’Arte allora non servirà più quello della Cavallerizza è un nonsenso, perché in una gestione veramente globale della città (che si propone, non dimentichiamolo, come “città della musica”) di sale per la musica ne sono necessarie diverse, adatte ad esigenze differenziate. E non credo neppure che uno spazio espositivo in pieno centro possa “sovrapporsi”, nel senso di “entrare in concorrenza” con Fiera e Triennale: al contrario, si può trattare di un bilanciamento dalle splendide potenzialità. Basta porsi nell’ottica di uno sviluppo globale e non della conservazione di spazi conquistati e dati ormai per esclusivi.

Laura Carlino

9 Novembre 2009

Il Muro non cadde all’improvviso

Archiviato in: Antologia — Cives Cremona @ 07:15

“La sconfitta del comunismo, la fine della divisione tra Est e Ovesr, l’inizio di un mondo nuovo. Tutto questo sembra sia accaduto improvvisamente quella notte magica del 9 novembre 1989…Vale la pena di ricordarlo soprattutto a coloro che non c’erano. Il Muro non è caduto in un giorno. E’ stato abbattuto nel corso di lunghi anni da tanta gente cocciuta e coraggiosa, che ha sfidato un potere illiberale e repressivo a mani nude e con il cuore sgombro dall’odio e dalla violenza…La prima breccia venne aperta nel 1980 sul litorale baltico da Solidarnosc. Il sindacato polacco non si ispirava a qualche rivoluzionario di professione, bensì a Giovanni Paolo II, il papa che l’anno precedente si recò in patria proclamando l’eredità spirituale del continente, al di là delle divisioni politiche e ideologiche.”

(Dall’editoriale di Luigi Gennazzi, su Avvenire dell’8 novembre)

 

Riformare le Aler e risparmiare un milione e mezzo di euro

Archiviato in: Aziende Pubbliche — Cives Cremona @ 07:00

La Provincia del 5 e del 6 novembre ha dato ampio risalto ad un esposto presentato alla Procura, alla Corte dei Conti e alla Regione, relativo alle indennità e ai rimborsi degli amministratori dell’Azienda lombarda per l’edilizia residenziale (Aler), azienda che ha ereditato le funzioni e il patrimonio dell’Istituto per le case popolari (Iacp), disciplinata dalla legge regionale.
Il principale rilievo mosso agli amministratori è di essersi assegnati il compenso massimo previsto dalle norme regionali, uguale a quello di Milano (ma anche di Mantova, Pavia, Monza e Varese), ovvero 5.688 euro mensili per il presidente, contro – ad esempio – il più virtuoso compenso deciso dagli amministratori di Lecco e Sondrio, di soli 4.266 euro.
Come appare evidente, il rilievo riguarda non già la legittimità della decisione, ma la sua opportunità politica, e in questo senso hanno correttamente replicato gli amministratori dell’Aler di Cremona. Tuttavia, è proprio sull’opportunità di indennità così sostanziose che si sono concentrate le critiche dei cittadini, come quella di Gaetano Antonioli, che propone di dimezzare i compensi e di versare la differenza in beneficenza.
Ma il tema dei compensi degli amministratori ci riporta al tema dei costi della politica e alla ricerca di soluzioni più radicali idonee a contenerlo. Su questo tema e sulla necessità di disboscare la selva di istituzioni che si sono stratificate nella nostra amministrazione ci siamo già pronunciati nel nostro post “Il rasoio di Occam” del 12 marzo, dove avevamo segnalato come “coesistono sui territori provinciali istituzioni statali e regionali le cui funzioni potrebbero essere devolute alle province, che garantirebbero un maggiore controllo democratico rispetto al residuo centralismo statale e soprattutto rispetto al dilagante centralismo regionale. Potrebbero passare alle province i compiti delle Prefetture (esclusi quelli di polizia) e quelli delle diverse agenzie ed aziende regionali (Ato, Aler), con diminuzione di costi, aumento di trasparenza e democraticità (cioè vero federalismo)”.
Nel caso delle Aler, occorrerebbe affidare alla Provincia le competenze amministrative nel campo dell’edilizia residenziale, mettendo in capo al consiglio provinciale le funzioni politiche (programmazione degli interventi e formazione delle graduatorie) e affidando ad un organismo tecnico provinciale la gestione ordinaria degli immobili.
Potrebbe essere un piccolo pezzo di riforma dell’amministrazione in senso “federale” che farebbe risparmiare alla Lombardia circa 200 mila euro annui, solo per i compensi degli amministratori. Proiettato a livello nazionale, il risparmio sarebbe di un milione e mezzo di euro.

6 Novembre 2009

Tencara terminale del canale Cremona-Pizzighettone?

Archiviato in: Territorio — Cives Cremona @ 07:00

Una decina di giorni fa avevamo illustrato le difficoltà che ha incontrato e incontra tuttora la realizzazione della via d’acqua Milano-mare Adriatico, attraverso il canale navigabile Milano-Cremona e il fiume Po. (v. Il viaggio infinito da Milano al mare). Concludendo – a nostro parere – che, se tale infrastruttura non diventerà una “grande opera” di competenza dello stato, il viaggio da Milano al mare rischierebbe veramente di diventare infinito.
Non deve quindi sorprendere né amareggiare la decisione della Regione, comunicata dall’assessore Cattaneo al sindaco di Pizzighettone Bernocchi (vedi Cronaca del 5 novembre), di soprassedere alla infrastrutturazione dell’area di Tencara sino a quando non sarà garantita la navigabilità del Po. Le aree industriali e le strutture di trasporto connesse con la navigazione hanno senso se si innestano su un’asta navigabile sicura, non possono essere realizzare a priori, fidando su decisioni future o su affidamenti incerti. Non avrebbe senso spendere oggi 40 milioni di euro nell’area di Tencara se nessuno garantisce lo stanziamento dei 3000 milioni necessari per rendere navigabile il Po.
La subordinata della regione, che lascia carta bianca agli enti locali interessati, assomiglia ad una presa in giro. Sappiamo che la Provincia e alcuni comuni avevano sottoscritto nel 1997 un protocollo d’intesa che definiva i principali interventi, sappiamo che il protocollo è stato rinnovato nel 2005, sappiamo che la Provincia nel Piano territoriale di coordinamento ha indicato il polo di Pizzighettone come sito di interesse provinciale per gli insediamenti produttivi, che la giunta provinciale ha approvato nel 2008 uno studio di fattibilità. Ma gli studi, per diventare progetti industriali, richiedono adeguate coperture finanziarie.
Il sindaco ha dichiarato di “di non abbandonare l’idea” e di voler “cercare una forma societaria che coinvolga tutti i sottoscrittori del protocollo d’intesa”. “Credo – afferma – che sia importante dare un segnale di partenza e questo è quello che cercheremo di fare”. Ma senza garanzie sul futuro c’è il rischio che Tencara diventi il terminale del canale Cremona-Pizzighettone.

5 Novembre 2009

I “migliori”

Archiviato in: Politica — Cives Cremona @ 07:00

Apprendiamo da Cronaca del 3 novembre che un gruppo di politici casalaschi, assieme al parmense Elvio Ubaldi, ha dato vita all’associazione politica “Italia Migliore”, che si trasformerà in partito per dare risposta al vuoto politico del dopo Berlusconi. I casalaschi citati da Cronaca sono Massimo Araldi, Giacomo Daina, Luciano Toscani e Antonio Gardani, ma pare che anche Giuseppe Torchio stia seguendo da vicino la faccenda. E che i promotori nobili dell’iniziativa siano Lorenzo Dellai (presidente della provincia di Trento) e Bruno Tabacci (deputato Udc, ma anche membro della “Rosa Bianca”).
Dalle dichiarazioni di Ubaldi – in risposta alle domande del giornale – si apprende che il nuovo movimento politico non è né di centro, né di centrodestra, né di centrosinistra (“concetti superati”), ma intende rispondere alle istanze sacrificate dall’attuale bipolarismo. Naturalmente il movimento guarda ad una politica diversa, che non ha come obiettivo le ragioni di parte ma il bene comune.
Dalle brevi note di Cronaca non è del tutto chiaro il progetto politico del futuro partito, diventa più chiaro se si legge il blog di Tabacci, dove si afferma che dopo il congresso del Pd “resta sempre più scoperta l’area centrale dove c’è una crescente opinione insoddisfatta e un potenziale di consensi piuttosto vasto. Senza quell’area non si costruisce l’alternativa a Berlusconi. L’uscita di Rutelli accelera il tempo di una risposta adeguata. Con Dellai si sono sintonizzati molti amici che avevano creduto nella Rosa Bianca. La Costituente di Centro cammina a fatica.” Questa dunque la linea: un nuovo centro, ma non l’Unione di centro che ha appena celebrato la sua costituente (e sotto il cui simbolo Tabacci è stato eletto), un centro nuovo che dovrebbe sparigliare le carte dei poli contrapposti e finalmente consegnare (o riconsegnare) il governo nelle mani del “migliori”.
Di fronte a questo linguaggio criptico o almeno simbolico i cittadini comuni fanno fatica ad orientarsi. Anche loro hanno dei dubbi sul significato di destra, di centro o di sinistra. Si ricordano (se hanno una certa età) che il centrismo era stato una scelta obbligata quando in Parlamento i comunisti e i fascisti occupavano le ali estreme, mentre i partiti di governo (Democristiani, Liberali, Repubblicani, Socialdemocratici) si autodefinivano centristi. Crollato il comunismo e ripudiato il fascismo, i cittadini comuni si aspettavano una politica “normale”, con maggioranze stabili e opposizioni che si avvicendano al potere, con partiti che si qualificano per i loro programmi, nel quadro di istituzioni forti ed efficienti oltre che rappresentative. Le etichette (destra, sinistra, centro) le avrebbero messe loro, dopo, a soddisfazione ottenuta. Un altro piccolo centro dunque non può essere per loro una consolazione.
I cittadini comuni restano anche perplessi sull’aggettivo (“migliore”) che qualifica il nuovo partito. A parte la punta di moralismo, ricordano (quelli di una certa età) quel che scrisse nel 1974 Pasolini a proposito del Pci, che a forza di sentirsi diverso e migliore rispetto al paese “era diventato un Paese separato”.

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