Cives Cremona

9 febbraio 2010

Chiamiamola Porta Po

Archiviato in: Comune di Cremona — Cives Cremona @ 07:00

Pubblichiamo una lettera inviataci da Laura Carlino a proposito della proposta discussa in Commissione toponomastica di cambiare nome alla piazza Cadorna

Non nascondo la mia soddisfazione nel leggere della decisione unanime, da parte della Commissione Toponomastica, di dedicare una via ad Aldo Protti. Certo era decisione scontata dato il cambio di amministrazione, ma non per questo meno apprezzabile.
Sono invece perplessa dalla decisione di rimandare – e non di respingere senza appello – la proposta dell’amico Michele Aglio di rinominare Piazza Cadorna dedicandola a Favalli. Michele, sempre polemico e pungente quando parla e scrive (per altro benissimo), ha avanzato la proposta alcuni mesi fa motivandola con l’urgenza di togliere una dedica ormai datata e, soprattutto, smentita dalla storia. In altre città è già stato fatto. Sono d’accordo, dal momento che non di revisionismo di parte trattasi (in tal caso, per molti andrebbero cambiate moltissime denominazioni a vie e piazze ovunque in Italia), ma di un giudizio negativo sul personaggio ormai condiviso da tutti gli storici.
Ritengo tuttavia che occorrerebbe riflettere a lungo prima di appioppare alla povera piazza un altro nome che, pur essendo sicuramente caro al cuore di moltissimi sportivi, finirebbe ben presto per cadere, come il precedente, nel dimenticatoio. Perché per i Cremonesi -tutti, sportivi e no – quella piazza fu, è e rimarrà sempre “Porta Po”. Dal centro si scende verso “Porta PO”, si parcheggia la macchina “a Porta Po”, si attraversa “Porta Po”: ma li sentite i Cremonesi parlare? Certo, anche per le altre piazze è lo stesso: Porta Milano, Porta Venezia, Porta Romana restano le denominazioni usate da qualsiasi cittadino a dispetto della nuova (non più tanto, ma mai entrata nell’uso) toponomastica.
E allora, se Cadorna non piace più, perché non tornare – almeno dove si può – a quel nome che i Cremonesi amano tanto? Se si deve creare un disagio a tanti cittadini e a tante attività di ogni genere che sulla piazza hanno la ventura di trovarsi, forse sarebbe meglio farlo per un cambio più sentito.

Laura Carlino

8 febbraio 2010

La missione “impossibile” di Chiara

Archiviato in: Cultura, Provincia — Cives Cremona @ 07:00

Non ci riferiamo alla conquista di un seggio in consiglio regionale, nemmeno alla quadratura dei conti dell’Apic, ma al progetto di Distretto culturale (ereditato dalla precedente amministrazione) cui l’assessore provinciale Chiara Capelletti sta lavorando al fine di superare il vaglio della Fondazione Cariplo e quindi ottenere il suo importante contributo finanziario.
Per comprendere le difficoltà dell’impresa, partiamo dalle linee guida redatte dall’apposito comitato della Fondazione per la stesura dei progetti. Le linee guida spiegano che i “distretti culturali” hanno l’obiettivo di valorizzare il patrimonio culturale come fattore di sviluppo del territorio, creando un “sistema in cui le risorse culturali e ambientali si integrano con le infrastrutture e le attività produttive connesse”.
Secondo una sintetica definizione, il distretto culturale è “un insieme organizzato di istituzioni, reti associative e imprese che producono un’offerta integrata di beni e di servizi culturali di qualità, legati a un territorio circoscritto, caratterizzato da un’identità ben definita, da un’alta densità di risorse ambientali e culturali di pregio, e abitato da una comunità locale coesa rispetto alle proprie tradizioni culturali”.
Dalla definizione, in cui si trovano tutte le caratteristiche indicate dalle linee guida, appare evidente che la difficoltà con cui si deve misurare l’assessore alla cultura della Provincia è data dalla stessa dimensione a suo tempo proposta: l’intero territorio provinciale. Secondo le linee guida, il distretto dovrebbe avere una dimensione sovracomunale, né troppo limitato, né troppo ampio. Dei dieci progetti ammessi al bando Cariplo, nove hanno dimensioni limitate. Le esperienze fatte o in corso di realizzazione riguardano prevalentemente aree circoscritte: le Langhe; la val di Noto; Faenza; Viterbo. Un progetto più ampio è in corso a Mantova, al fine di valorizzare il patrimonio artistico della città e del territorio a fini turistici.
Forse, la proposta di un distretto largo quanto la provincia è dipesa dalla difficoltà di scegliere un ambito ristretto all’interno di una realtà eterogenea afflitta da secolari campanilismi. Forse si è cercato di occultare le difficoltà dell’impresa anticipando le scelte di ordinamento (l’associazione CrArte) e di sede (Palazzo Stanga), che sarebbe stato opportuno lasciare alla fine del processo. Ma le difficoltà si ripresenteranno tutte in fase operativa per rendere “impossibile “ la missione di Chiara.

4 febbraio 2010

Una cura del ferro per la Lombardia

Archiviato in: Territorio — Cives Cremona @ 07:00

Chiara Capelletti (onorandoci di un commento al nostro post sulle Ferrovie sud) ribadisce la sua fiducia nel trasporto su ferro e afferma che “un dato è certo e non può più essere scansato dagli obiettivi che la politica si deve porre per essere credibile: il trasporto su ferro è un problema veramente serio per il nostro territorio e bisogna scegliere con determinazione una strada da perseguire per ottenere un risultato che migliori la nostra mobilità.”
Che ci sia sensibilità al tema lo dimostra anche il commento di Germana che – sempre a proposito di Ferrovie Sud – dice che “sarebbe un bellissimo sogno che si avvera, un meritato riscatto per il bistrattato sud della Lombardia”. D’altra parte, i documenti di programmazione o i patti per lo sviluppo sono pieni di buone intenzioni circa le virtù del trasporto su ferro, di proclamazioni di rilancio, di progetti intermodali, sempre regolarmente subordinati alle esigenze e agli interessi del trasporto autostradale.
Capelletti invita adesso e giustamente a scelte che la politica non può “scansare” e che potrebbero riassumersi nella valorizzazione del patrimonio fisso esistente (la rete ferroviaria), senza bisogno di opere faraoniche ma semplicemente attraverso una corretta manutenzione e mezzi di trasporto confortevoli. In questo senso, le Ferrovie Sud sono un’opzione, ma potrebbe anche bastare la nuova società mista (regionale-statale), a condizione che assuma senza equivoci l’obiettivo strategico, riassumibile nel motto: “in treno meglio che in auto”. Per rafforzare l’obiettivo le province del Sud Lombardia potrebbero chiedere una partecipazione al capitale della nuova società e una presenza in consiglio.
Chi dava il treno per superato e morto ha dovuto ricredersi, sia nei trasporti locali, sia in quelli a medio raggio. Le reti regionali assorbono in tutto il mondo una massa crescente di passeggeri ed una robusta “cura del ferro” anche in Lombardia potrebbe rispondere sia ad esigenze sociali che ad esigenze ambientali. Alla Regione spetta dunque il compito di attuare una politica ferroviaria regionale idonea ad integrare tutto il territorio lombardo, di sostenerla con una intelligente pianificazione urbanistica e con una coerente politica di finanziamento pubblico.

3 febbraio 2010

Palazzo Pallavicino pronto per CrForma

Archiviato in: Comune di Cremona, Provincia — Cives Cremona @ 07:00

La Provincia del 2 febbraio informa che il Comune sarebbe intenzionato a trasferire la sede dell’Istituto di liuteria (Ipiall) presso il Palazzo Pallavicino Ariguzzi, di Via Ruggero Manna. Sull’argomento ci ha inviato la seguente nota il lettore dottor G.Guarneri.

 Quella del Palazzo Pallavicino Ariguzzi è una bella storia, tutta cremonese e tutta da ascrivere alla scarsissima visione strategica delle ultime amministrazioni. Se invece che di un palazzo si trattasse di un parcheggio, sarebbe un’altra Piazza Marconi, un flop costato alla collettività milioni di euro (se si considerano anche quelli spesi da Regione e Ministero). Per fortuna non si tratta di un “buco”, ma di un edificio. In questo modo, anche passandoci davanti spesso, i cremonesi non fanno caso all’incredibile fallimento e vedono un palazzo molto bello, con all’interno spazi aperti e chiusi, affrescati con gusto. Un intelligente recupero terminato ormai da diversi anni lo ha restituito alla città destinandolo a diventare la sede di un Centro di Restauro (o, come a molti piace sottilizzare, “per” il restauro) degli strumenti musicali. Il recupero ha previsto proprio questa destinazione, e in quest’ottica la progettazione degli impianti ha tenuto conto delle esigenze di illuminazione, di riscaldamento e di altri servizi..
Molti tuttavia sono ormai convinti che la prospettiva di un centro di restauro sia definitivamente tramontata, anche perché lo si realizzerà in Palazzo dell’Arte quando sarà Museo del Violino. Ma allora, cosa farne? A più riprese, anche in occasione di incontri pubblici, si è parlato di destinare Palazzo Pallavicino Ariguzzi a sede dei corsi di restauro di CrForma, corsi che anche quest’anno la Regione ha finanziato. Sono corsi che, pur non potendosi ritenere un’eccellenza (parola abusata quant’altre mai), rivelano comunque un ottimo livello, tanto da aver meritato in tempi recenti un premio da parte della Regione. La sede di Via Cesari scoppia, anche perché la richiesta dei corsi professionali aumenta sempre di più, a spese delle aule, dei laboratori e della stessa strumentazione dei corsi di restauro. La Direzione di CrForma si è attivata, con il sostegno della Provincia, per ottenere il Palazzo. Ma ecco che ora il Comune propone di destinarlo a nuova sede dell’Ipiall.
Sappiamo benissimo che l’Ipiall è un istituto serio, in cui si studia, si sperimenta, si fa ricerca. Nulla da dire. Ma a Cremona non mancano i cosiddetti “contenitori”. Se Palazzo Pallavicino Ariguzzi è “ri-nato” per esser destinato al restauro, perché cercare tanto lontano? Tutto è già pronto per ospitare CrForma: i locali, gli impianti, la struttura. Non ci sarebbe necessità di ulteriori interventi. Perché spendere per collocarvi una scuola, per la quale – fra l’altro – sarebbe palesemente insufficiente?

2 febbraio 2010

Le volontà del medico Stradiotti

Archiviato in: Enti e Fondazioni — Cives Cremona @ 07:00

Fabrizio Loffi (Cronaca del 31 gennaio) ritorna sul tema delle alienazioni patrimoniali della Fondazione Città di Cremona e riferisce sulla prossima vendita di Casa Stradiotti, il palazzo sito in via San Martino, la cui facciata scalcinata fa brutta mostra di sé a chi passa da corso Garibaldi. Il palazzo era parte delle sostanze del medico Giuseppe Stradiotti, ultimo erede di una famiglia di proprietari terrieri di Spinadesco e Crotta d’Adda, lasciate alla sua morte (1961) all’ECA di Cremona perché fosse istituita una fondazione intitolata ai genitori Eliseo e Stellina, le cui rendite sarebbero andate “a beneficio di anziani poveri inabili al lavoro del comune di Cremona”.
Con la fusione di tutte le opere pie cremonesi decisa nel 2004, la Fondazione Stradiotti era stata inglobata nella Città di Cremona e l’amministrazione aveva ritenuto di rispettare lo spirito del fondatore affidando il palazzo in comodato alla Cooperativa Sociale San Lorenzo di Bozzolo, per la gestione di un centro diurno per anziani. Loffi ricorda il progetto predisposto dalla cooperativa, poi non attuato, che prevedeva la sistemazione del palazzo e l’attivazione di servizi diversi per anziani. Adesso con la vendita del palazzo la cooperativa dovrà abbandonare il progetto e cessare anche la residua attività del centro diurno, data la difficoltà di trovare una sede a buon mercato.
Prendiamo lo spunto dalla notizia per insinuare un dubbio sulle modalità di utilizzo dei patrimoni delle fondazioni, che dovrebbero essere destinati a produrre reddito da spendere nelle opere caritative indicate dai fondatori. Utilizzando il patrimonio direttamente in un servizio lo si vincola senza produrre reddito e si introduce una intermediazione di prestazioni non voluta. Nel caso dei beni Stradiotti, ad esempio, la volontà del donatore era quella di destinare le rendite direttamente “a beneficio di anziani poveri e inabili al lavoro”, non già di istituire un centro diurno per anziani.
E’ dunque condivisibile la decisione dell’amministrazione di non rinnovare il comodato alla Cooperativa San Lorenzo (che tra l’altro risulta in liquidazione), di alienare l’immobile al miglior offerente e di impiegare il ricavo in beni più redditizi. Si tratta di capire se la destinazione del ricavo al completamento delle strutture dell’ospizio Soldi salvaguardi la redditività del patrimonio e la destinazione della rendita secondo le volontà del medico Stradiotti.

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