Cives Cremona

25 febbraio 2009

I cubi migranti

Filed under: Comune di Cremona — Cives Cremona @ 10:55

(III parte – La seconda è stata pubblicata il 23 febbraio) Fa un po’ tenerezza l’intenzione, a suo tempo espressa dal sindaco Zaffanella, di destinare l’intera area a grande giardino pubblico. Mi riferisco all’ex deposito Saia, dove sono stati costruiti alcuni scatoloni alti fino a 5 piani ciascuno, accorpati l’uno all’altro. La loro disposizione, inclinata di circa 45 gradi rispetto all’asse della via e quindi alle facciate delle case vicine, pare sia al fine di seguire “l’asse eliotermico”, in modo da garantire il massimo apporto di luce naturale e di calore durante l’anno, ma credo finisca per farli risaltare ancora di più.
Sicuramente l’imponenza è dovuta al solito uso della perequazione: il piano regolatore prevedeva una cubatura minore per questi palazzi, ma la proprietà, impegnandosi con il Comune ad acquistare aree ed a realizzarvi opere ad uso pubblico (parchi, parcheggi, ecc.) in altre zone della città, ha ottenuto in cambio il permesso di costruire volumi maggiori, quindi più piani e più appartamenti da poter vendere. In questo caso, le aree di perequazione sono in periferia, a San Felice, e di proprietà di un consigliere comunale.
Questo modo di procedere mi pare un controsenso: se il piano regolatore prevedeva, in base a precisi calcoli e vincoli, una certa cubatura per quell’area, è assurdo dare la possibilità di aumentarla per avere in cambio, per esempio, un parcheggio a chilometri di distanza, dove le aree costano meno. Delle due l’una: o è meglio che Cremona rifiuti lo strumento della perequazione o gli “indici” di edificabilità sono troppo elevati!
Nonostante il contesto di via Giuseppina non sia di particolare pregio e sulla via si affaccino quasi sempre vecchi condomini, è evidente che questo complesso li superi tutti per imponenza e come tutto lo spazio a disposizione sia stato sfruttato; basti notare come le nuove costruzioni sfiorino la vecchia palazzina degli uffici Saia per rimpiangere le distanze tra le vecchie case popolari all’inizio della via.
Gli interventi su cui mi sono soffermato sono solo quelli che mi hanno incuriosito di più, ma come li giudicheremo tra trent’anni? Non è che qualcuno dovrà un po’ vergognarsi?
(segue)                                                                                            Luca Ferrarini

23 febbraio 2009

La città sbagliata

Filed under: Comune di Cremona — Cives Cremona @ 10:42

(prosegue dalla I parte, pubblicata lo scorso 21 febbraio) – Quando pensiamo a ciò che di più sbagliato è stato costruito nella nostra città, non ci possono che venire in mente i palazzoni che dagli anni 50 agli anni 70 hanno deturpato il centro storico di Cremona: dal grattacielo e dal palazzo Iacp di Piazza Roma (costruito abbattendo Palazzo Picenardi) alle mostruosità del lato est di Piazza Marconi, dai casermoni compresi tra i tratti più periferici di corso Vacchelli e Via Bonomelli ai deliri di via Gaspare Pedone con affaccio sui poveri bastioni di Porta Mosa, dalle palazzine costruite nei cortili delle antiche case nobiliari di Via Aporti ai condomini che incombono su piazza Sant’Anna, un tempo terrazza naturale da cui la vista spaziava oltre il Po (suona come una beffa che sia rimasto il vecchio nome di via Belvedere ad una via che porta alla piazza!) o su piazza Vida.
Questi sono i primi esempi macroscopici di cui mi sono ricordato, chiunque ne potrebbe aggiungere altri percorrendo semplicemente l’antico tracciato delle mura e passando per gli svincoli che ci ritroviamo al posto delle vecchie porte della Città: è dalla fine dell’800 che a Cremona si abbatte e si ricostruisce peggio, per ideologia, per un’idea fasulla di progresso o per speculazione.
Ma gli esempi che ho portato potevano avere, in fondo, qualche giustificazione: all’epoca vi era una sensibilità diversa, sicuramente meno attenta all’identità ed alla preservazione del patrimonio storico, urbanistico e paesaggistico. Nel dopoguerra vi fu il bisogno di ricostruire, poi arrivò il boom economico e demografico con la necessità di accogliere la popolazione che dalla campagna si spostava in città e la previsione errata di una crescita continua del numero di abitanti certamente non aiutò (anche se già negli anni 70 la tendenza al calo demografico era nota).
E’ovvio che moltissimi cremonesi rimangano stupefatti da come ora si possano ripetere gli errori del passato. A mio modesto parere, un esempio negativo è l’enorme villaggio condominiale nell’area ex Solai Varese, lungo via del Sale, più di cento alloggi tra palazzine e villette (le palazzine dovevano essere di 3 piani ciascuna, ma con il perverso meccanismo della perequazione sono diventate di 4), un muro di cemento a ridosso del centro che cancella ciò che rimaneva dello storico panorama di Cremona ritratto da Vertua e Canella.
Dopo che Cronaca e Italia Nostra hanno denunciato la violazione del paesaggio ecco la sorpresa: i progettisti del consorzio G. Pastore, costruttore del nuovo quartiere, hanno pensato bene di realizzare i tetti in un materiale color verdino. Questa tinta mi ha ricordato il colore della formica dei banchi di scuola e mi ha messo un po’ di nostalgia, poi, all’improvviso, ci sono arrivato: il profilo dei tetti in questione è mosso, stranamente ondulato e quel verde è verde marino, i tetti così ondulati e colorati forse, nella mente dei progettisti, dovevano ricordare il mare ed i suoi flutti! Effettivamente, contemplando quei tetti e ciò che ci sta sotto, a me il mal di mare è venuto…
Un altro noto caso di distruzione del panorama di Cremona è quanto sta sorgendo sull’area dell’ex Consorzio Agrario. Anche lì a ridosso del centro storico sorgono centinaia di abitazioni in palazzine dalla forma anonima, sovrastate dalla mega torre degli architetti Bianchi e Palù, che avrà al suo interno un centro commerciale, altri appartamenti, uffici e otto “ville sospese”. I professionisti, sul loro sito web, sono molto sinceri e dichiarano a proposito di un loro analogo progetto: “segni formali, forti, articolati e dichiaratamente disarmonici per rifuggire da ogni operazione di mimesi, sperimentando nuove vie di architetture possibili”.
Il problema è che queste “sperimentazioni” si lasciano fare a spese del paesaggio che è di tutti i cremonesi. Una sperimentazione “con segni dichiaratamente disarmonici”, in quanto tale, può anche riuscire male e molti lo temono, ma lì resterà, enorme, a deturpare la visuale del centro storico da uno degli ingressi alla nostra città per il tempo a venire. Le sperimentazioni non sarebbe meglio farle in scala un po’ più ridotta, magari nel proprio giardino?… E poi “la mimesi da rifuggire”, che modestia… si sa mai che salti fuori qualcosa che non urti con la vista del Torrazzo, meglio evitare di proposito: il nostro campanile mica è firmato da architetti di grido! (continua)
                                                                                                 Luca Ferrarini

Pensilina, nemesi e metafora

Filed under: Comune di Cremona — Cives Cremona @ 10:40

“Nemesi”, per la mitologia, è quella divinità che distribuisce gioia e dolore nella giusta misura; il termine ha via via assunto il significato di “giustizia compensatrice”; “nemesi storica” è, quindi, quella giustizia “compensatrice” che riaffiora dopo un certo lasso di tempo.
Declinando ciò che si pronuncia “nemesi storica” nelle vicende politico/amministrative della nostra piccola città, il termine può essere letto come “pensilina”.
Ma cosa c’entra la “pensilina”?
Da qualche tempo si è ri-aperto un certo dibattito su quell’inutile, antiestetica e costosa opera che, monumento alla “nemesi storica”, campeggia in piazza Stradivari da un decennio circa.
Ciò che più sconcerta, tuttavia, è che, a richiederne la rimozione, sia quello stesso ex sindaco Bodini che, contro mezzo consiglio comunale e buona parte della cittadinanza, la volle a tutti i costi, senza sentir ragione alcuna e senza accogliere le molteplici, tecniche, ed articolate obiezioni che vennero sollevate da politici, amministratori, tecnici/urbanisti e cittadini.
Proprio il fatto che il sen. Bodini ci proponga questo cambiamento “epocale”, ci offre la possibilità di ampliare il ragionamento: la “pensilina”non è che una delle numerose “nemesi storiche” della politica cremonese.
Cosa dire, per esempio, del costosissimo ed inutile rifacimento dei giardini pubblici: a quando la proposta di togliere il famigerato “calcestre” che ne impedisce la fruizione per giorni dopo una pioggerella e che ha, probabilmente, alti costi di manutenzione?
Altra “nemesi storica” potrà presto essere considerata la totale chiusura del centro cittadino e lo spostamento del baricentro commerciale della città verso le periferie dove, intanto, sono cresciuti a dismisura numerosi centri commerciali, imponendo una serie di scelte viabilistiche (anche in assenza di un piano parcheggi adeguato) che hanno stravolto e svuotato il centro cittadino, cuore pulsante di Cremona fin dall’epoca romana.
Ulteriore “nemesi storica” potrà essere riferita alla indecifrabile politica “ambientale e di tutela dei cittadini” che prende il via con le giunte di sinistra che ci governano da vent’anni: quando sentiremo dire che “si sarebbe dovuto tutelare maggiormente la cittadinanza ” dagli inquinanti immessi in atmosfera, nel terreno e nella falda da parte di alcune aziende?
E, passando di “nemesi” in “nemesi”, si potrà giudicare a ritroso la non politica di sviluppo e di crescita del territorio in termini economici ed infrastrutturali.
Allora, oltre che rappresentare una “nemesi storica”, la “pensilina” è una metafora: la metafora di una politica che da vent’anni a Cremona è stata incapace di leggere le istanze della città, una politica riottosa e sfuggente al confronto vero e proprio, portata ad un decisionismo spicciolo e pronta a rinnegare le sue scelte più “forti” al solo fine di cercare di ri-vincere le prossime elezioni amministrative.
                                                                                                    Erasmo da Narni

Territorio “scippato”

Filed under: Enti e Fondazioni — Cives Cremona @ 10:38

Prima l’Aral, poi l’Authority del Latte. Due “scippi” istituzionali in pochi giorni. Troppi per un territorio come Cremona. Ma procediamo con ordine…
Dopo 39 anni, Crema perde il prestigioso laboratorio dell’Aral, Associazione Regionale Allevatori Lombardi. Che ha trovato casa presso il Parco Tecnologico Padano. Per “fare sistema”, come oggi si dice, e puntare all’eccellenza negli ambiti agroalimentare e zootecnico. Tutto ha avuto inizio con la stipula del contratto notarile, il 14 settembre del 2001, atto che ha assegnato di fatto tanto all’Aral quanto all’Apa, a titolo gratuito, uno spazio pari a 2.500 dei 12 mila metri quadri, di cui gode la “Casa dell’Agricoltura”, pronta ad accogliere anche Confagricoltura, Consorzio Muzza, Coldiretti, Assessorato provinciale all’Agricoltura di Lodi, oltre ad altri enti ed istituzioni di settore. Nei pressi, han trovato spazio anche la Facoltà di Agraria e di Veterinaria dell’Università di Milano, con un Ospedale per i grandi animali. 200 gli studenti attivi nei suoi laboratori. L’Isu sta completando una presenza significativa con 60 posti-letto. E sempre a Lodi ha sede il Centro di Ricerca di Biotecnologie e Bioagricoltura, di livello europeo, forte di quattro divisioni ed una sessantina di ricercatori.
Per questo, undici dei dodici consiglieri dell’Aral han dato il proprio benestare al trasloco. Con la benedizione dell’assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia, Luca Daniel Ferrazzi, che ha pubblicamente difeso tale scelta. Lodi ha saputo investire bene e promuovere in modo efficace la propria immagine, rendendosi credibile ai propri interlocutori. Che han colto l’opportunità al balzo. Anzi, sin d’ora si ipotizza la possibilità d'”esportare” il modello del Polo Tecnologico anche nelle province vicine. Tra cui -forse- Cremona. Ridotta a terra di conquista, anziché essere capofila; a spazio da “colonizzare”, dopo aver “regalato” l’Aral.
Stesso discorso per l’Authority del Latte o “Garante della Qualità”, concesso all’Istituto Zooprofilattico di Brescia. Sarà questo organismo a concedere certificazioni e timbri a tutela dell’intera filiera. Per questo, ha cantato vittoria il Presidente della Camera di Commercio della Leonessa, Franco Bettoni, peraltro cremonese doc, ma ora calato completamente nel gioco di squadra.
D’altra parte, che si è fatto, nel frattempo, all’ombra del Torrazzo, per evitare tali prospettive? Le proteste a tutto tondo del Presidente della Provincia, Giuseppe Torchio, che definisce questi trasferimenti “inaccettabili”, grida allo “scippo” e parla di “barricate”, possono bastare per risolvere le cose? I “no” espressi dalle organizzazioni di categoria, basteranno? Od occorrono fatti, lungimiranza e sguardo di prospettiva?

21 febbraio 2009

Mecenatismo alla “Città di Cremona”

Filed under: Enti e Fondazioni — Cives Cremona @ 08:27

La polemica sul mecenatismo della fondazione Città di Cremona è emersa a metà di dicembre, quando Lia Bellingeri, per dieci anni conservatrice del patrimonio artistico dell’ente, era stata indotta a dimettersi. In quella occasione, Laura Carlino, membro della commissione cultura del comune di Cremona, ha spostato l’attenzione sul ruolo e sulla funzione della fondazione, che nel 2004 aveva ereditato il patrimonio mobiliare e immobiliare delle Opere pie cremonesi (Ipab), da destinare agli interventi sociali nel comune” (ad esempio, le nuove palazzine dell’Istituto Soldi).
“Ora però l’impressione -ha dichiarato Carlino – è che questa vocazione originaria si sia annacquata parecchio”. Anzi, che il primigenio “ruolo sociale sia stato tradito in favore di un’utilità che di sociale ha talvolta assai poco”. E ha citato i 70 mila euro concessi dalla Fondazione per il Festival di Mezza Estate; le voci relative all’acquisto di Palazzo Grasselli. Tutt’altra cosa rispetto a quelle esclusive “finalità di solidarietà sociale”, a quegli “scopi di beneficenza, di assistenza sociale, socio-sanitaria e sanitaria nei confronti di persone svantaggiate, minori ed anziane”, di cui pure parla l’art. 2 dello Statuto.
Alle accuse di Carlino, il presidente dell’ente, Umberto Lonardi, ha risposto difendendo con fermezza le mostre e le conferenze organizzate e sostenendo che “non mi interessa fare mostre che qualcuno potrebbe definire scadenti, a me interessa solo portare i cremonesi nella sede della Fondazione, perché le stiano vicino. Se non ci sono tempi e soldi, ci si rivolge per l’organizzazione agli amici e ai conoscenti: non ci costa niente e tutte le spese sono coperte da Cariparma Credit Agricole”.
Ha poi fornito alcuni dati: il budget è passato dai 4.308 euro dell’anno di costituzione ai 160.164 euro dell’anno successivo e al 1.215.155 euro del terzo anno; questo perché è stato sollecitato il sostegno dei cremonesi con il 5 per mille e si sono utilizzati gli spazi pubblicitari per l’intera stagione del Festival di Mezza Estate. Il contributo dato al festival deve essere considerato non una spesa, bensì “un investimento”.
Non mettiamo assolutamente in dubbio l’entusiasmo e le buone intenzioni del Presidente e siamo anche consapevoli che la fondazione possa svolgere attività strumentali rispetto ai fini statutari, allo scopo di sollecitare le offerte dei cittadini, ma dovrebbe esserci un rapporto diretto e verificabile tra le spese sostenute in una campagna promozionale e il ritorno in termini di offerte. Non sembra sia il caso della spesa di 70 mila euro a favore del Festival di mezza estate, che sa più di sovvenzione al comune di cui non è facile verificare l’efficacia promozionale. Anche perché i dati forniti dal Presidente sono troppo scarsi e non trovano alcun riscontro sul sito della Fondazione, dove non si trova alcuna notizia sui bilanci e sui finanziamenti. A questo proposito, bisogna non dimenticare che, al di là della forma giuridica, la fondazione è pubblica nella sostanza ed ha la responsabilità di gestire il patrimonio secolare delle opere pie cremonesi con la massima trasparenza.

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