Cives Cremona

12 marzo 2009

Il rasoio di Occam

Filed under: Editoriali — Cives Cremona @ 19:02

Un comunicato stampa della Provincia di Cremona informa che nel mese scorso 94 consigli provinciali su 104 si sono riuniti per pronunciarsi contro l’abolizione dell’ente Provincia, sostenuta da alcuni politici e da alcuni giornali. Naturalmente quasi tutte le assemblee hanno votato all’unanimità per il mantenimento della provincia, ente intermedio tra comune e regione, previsto dalla Costituzione e presente in tutta Europa. Dico naturalmente perché se avessero fatto decidere a Luigi XVI le sorti della monarchia non avremmo avuto la repubblica in Francia. Per dire che è talmente forte la tendenza delle istituzioni all’autoconservazione che senza eventi traumatici o pronunciamenti popolari ogni istituzione tenderebbe a perpetuarsi e a ingrandirsi.
Le discussioni sul destini delle province non sono peraltro nuove. Dopo la nascita delle regioni, per dieci anni e più si dibatté sulla proposta di sostituire le province con i comprensori, organismi intermedi strettamente collegati con la programmazione regionale, più omogenei e più numerosi delle province esistenti, avversati da queste ultime e visti con favore dai comuni. Anche allora non se fece nulla, anzi col tempo il numero delle province è aumentato passando dalla 90 che erano alle 104 di oggi.
Tornando all’oggi, dopo i pronunciamenti dei consigli si è riunita a Brescia la “Consulta dei presidenti dei consigli provinciali della Lombardia” per ribadire la “necessità di rivedere funzioni e compiti delle province, per razionalizzare il loro funzionamento”, perché “troppe competenze sono distribuite su più livelli” e si impone quindi “un riordino complessivo a partire dalle istituzioni centrali”.
I presidenti dei consigli spostano dunque il tiro sulle istituzioni centrali. In effetti coesistono sui territori provinciali istituzioni statali e anche regionali, le cui funzioni potrebbero essere devolute alle province, che garantirebbero un maggiore controllo democratico rispetto al residuo centralismo statale e soprattutto rispetto al dilagante centralismo regionale. Potrebbero passare alle province i compiti delle prefetture (esclusi quelli di polizia) e quelli delle diverse agenzie ed aziende regionali (Ato, Aler), con diminuzione di costi, aumento di trasparenza e democraticità (cioè vero federalismo).
Disboscare la selva di istituzioni che si sono stratificate richiede certamente coraggio: occorre impugnare il rasoio, applicando alle istituzioni il principio logico formulato dal francescano Guglielmo di Occam nel XIV secolo, per cui “gli enti non vanno moltiplicati se non necessari”. Ma per non cadere in contraddizione, i presidenti dei consigli provinciali devono cominciare da se stessi e dalle loro consulte.

“Cremonese” buona terra

Filed under: Società — Cives Cremona @ 18:58

Quella cremonese è una “buona terra” per i lavoratori immigrati. Questo è ciò che appare dal rapporto elaborato del Dossier Caritas-Migrantes per conto del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro). Il rapporto, partendo da una serie di indicatori, misura il potenziale di inserimento socio-occupazionale dei territori italiani e redige una classifica delle province in cui Cremona figura al sesto posto, tra le prime undici province che presentano la massima potenzialità di integrazione.
Il rapporto non dà valutazioni circa le politiche di integrazione seguite dagli enti locali, ma si limita ad individuare le precondizioni strutturali che possono facilitare l’inserimento sociale dei lavoratori immigrati e delle loro famiglie.
L’attrattività della provincia è alta, in quanto è minima la densità degli immigrati sul territorio, basso il fabbisogno lavorativo manifestato con le domande di soggiorno, mentre è alta la stabilità della popolazione straniera.
Le potenzialità di inserimento sociale sono alte, in quanto gli affitti sono relativamente bassi, come bassa è la dispersione scolastica e minima la devianza sociale; mentre è alta la ricongiunzione familiare.
Anche le potenzialità di inserimento occupazionale sono alte, in quanto è alta la capacità di assorbimento del mercato del lavoro, dato il numero relativamente basso di immigrati, e relativamente buono il livello delle retribuzioni.
I dati alla base dell’elaborazione sono quelli del 2006 e non sono quindi influenzati dalla crisi economica che stiamo attraversando. Con i dati di oggi verosimilmente le possibilità di inserimento occupazionale risulterebbero meno alte, ma in termini relativi il territorio manterrebbe i suoi elevati indici di attrattività e di inserimento sociale, precondizioni che possono consentire una politica dell’immigrazione realistica, né discriminatoria né provvidenzialista, basata sul potenziamento dei servizi per l’impiego, della formazione professionale, dei corsi di alfabetizzazione, di tutte le azioni positive che possono favorire l’integrazione degli immigrati.

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