Cives Cremona

30 luglio 2009

La guerra di Salini agli “gnomi di Cremona”

Filed under: Editoriali — Cives Cremona @ 11:10

Il presidente Salini ha dichiarato di voler attuare l’aggregazione delle attuali tredici società, operanti a livello provinciale nel campo dei servizi idrici, nelle due società previste dalla legge regionale, aumentando così l’efficienza dei servizi e riducendo il costo della politica (meno poltrone). La dichiarazione non va sminuita, perché quell’obiettivo era scritto da sei anni nella legge regionale, ma il suo raggiungimento si è sempre scontrato con le resistenze degli apparati politici e tecnocratici.
Come gli “gnomi di Zurigo” (i loschi banchieri svizzeri) che congiuravano contro la sterlina, anche a Cremona (come ovunque) ci sono “gnomi” che congiurano nell’ombra per ostacolare ogni innovazione che intacchi i loro privilegi. Per questo l’impegno di Salini è sacrosanto e va sostenuto. La pubblica amministrazione deve recepire l’aspirazione diffusa per organismi meno complicati, più trasparenti, meno costosi, nella convinzione che il numero degli enti e quello degli amministratori non giova né alla politica né all’amministrazione. Come abbiamo già avuto occasione di scrivere: troppi amministratori è uguale a cattiva politica.
Ma Salini si spinge più in là, proponendo l’opportunità che anche enti previsti dalla legge siano sottoposti a revisione e se del caso eliminati, come – nel caso specifico – l’Autorità d’ambito per i servizi idrici (Ato). Sortita politica da non sottovalutare, come ha fatto l’opposizione con dichiarazioni polemiche o addirittura legalitarie. Amministratori provinciali di tutti i colori si sono esercitati in lunghe e spesso inconsistenti discussioni sulla sorte delle provincie e sulle loro funzioni. Dovrebbe essere chiaro che se si vuole recuperare un ruolo democratico per la provincia occorrerà intestarle tutte le funzione di vasta area, specie programmatorie, oggi disperse tra diversi enti funzionali regionali o statali.
Nessuna meraviglia dunque se Salini pone un problema politico e – dichiarando guerra agli “gnomi” – mette in discussione l’attuale modello, che nel campo idrico affida: alla provincia funzioni autorizzative; all’Ato funzioni programmatorie e tariffarie; a una società “pubblica” la proprietà e la gestione delle reti; a un’altra società (pubblica; mista o privata) l’erogazione del servizio. Dove l’Ato è un consorzio obbligatorio di comuni su base provinciale, che potrebbe essere sostituito dalla provincia, come in parte avveniva fino al 2006.
Ma non c’è solo l’Ato. Sul territorio provinciale esistono altre istituzioni statali e regionali le cui funzioni potrebbero essere devolute alle province, rafforzando il controllo democratico sulla pubblica amministrazione. Esemplificando, potrebbero passare alle province gran parte dei compiti delle prefetture e quelli di aziende regionali come l’Aler, con diminuzione di costi, aumento di trasparenza e democraticità, cioè vero federalismo.
Salini troverebbe altri “gnomi” sulla sua strada, ma combatterebbe una battaglia sacrosanta.

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29 luglio 2009

Salini scottato dall’acqua potabile

Filed under: Aziende Pubbliche — Cives Cremona @ 08:00

“Non solo poltrone nella partita aziende”. Questo il titolo del nostro post del 24 luglio, che auspicava una maggiore attenzione ai problemi di strategia gestionale e organizzativa delle aziende partecipate. Ieri la prima poltrona di peso ha giocato uno scherzo al presidente Salini, che non è riuscito a far passare un suo uomo alla presidenza di Padania Acque, la società proprietaria e gestore delle reti e degli impianti idrici di 97 comuni della provincia.
Salini ci riproverà e ci riuscirà in seconda battuta, perché un accordo sulle poltrone si trova sempre. Ma non sarebbe male se l’accordo si fondasse sugli obiettivi strategici da assegnare al nuovo consiglio di amministrazione, che dovrà sciogliere alcuni nodi rimasti irrisolti nella passata gestione, in primo luogo quello del riassetto completo del servizio idrico provinciale.
Come è noto, il modello di gestione introdotto dalla legge regionale 26/2003 prevede che in ogni ambito provinciale (Ato) vi sia una sola società “pubblica” proprietaria e gestore delle reti e degli impianti; e una sola società titolare dei servizi di erogazione, scelta normalmente in base a gara. Padania Acque è stata riconosciuta dall’Autorità d’ambito come soggetto gestore delle reti e degli impianti, ma il modello non è ancora stato attuato, nonostante l’Ato avesse fissato il termine all’aprile di quest’anno. Sicché attualmente operano ancora sul territorio provinciale 13 società, al posto delle due previste dalla legge regionale.
Le ragioni di questo stallo sono spiegate nella relazione del presidente uscente Dasti all’assemblea ordinaria di Padania Acque del 29 giugno: le difficoltà di rapporti con i presidenti delle società coinvolte (Aem, Scrp, ecc.), alcuni dei quali “preoccupati unicamente di predeterminare la governance della futura società” (le poltrone); “l’impossibilità di valutare la sostenibilità economica e finanziaria post conferimento a causa della mancata trasmissione da parte delle aziende conferenti dei dati e delle informazioni indispensabili”.
Ragioni “politiche” quindi, di cui è troppo spesso costellata la gestione delle aziende pubbliche. A queste ragioni Padania Acque aveva dovuto inchinarsi altre volte. Nel 2006 quando aveva scorporato dalla parte patrimoniale il ramo gestioni, scorporo previsto dalla legge ma non obbligatorio, da cui era nata la società Padania Acque Gestioni, controllata al 100% da Padania Acque, ma con un suo presidente e un suo consiglio di amministrazione (poltrone). O quando, dopo avere dato vita nel 2006 alla società ConveCr, per la realizzazione delle infrastrutture di telecomunicazione a tecnologia senza fili (wireless), ha dovuto rimanere inattiva per non entrare in conflitto con AemCom, la società controllata da Aem. ConveCr si sta mangiando il capitale (un milione di euro) sottoscritto al 10% dalla Provincia e al 30% ciascuno da Aem, Padania Acque e Scrp di Crema.
Le scottature provocate dall’acqua sono dunque ben altre di quella toccata al presidente Salini e sono soprattutto queste altre che dovrebbero essere evitate.

28 luglio 2009

Un ponte che divide

Filed under: Territorio — Cives Cremona @ 10:05

Riprendiamo il colloquio interrotto con il sindaco di Castelvetro, Francesco Marcotti, per parlare del “terzo ponte”, “terzo” perché progettato da Autostrade Centro Padane come alternativa al “primo”, il ponte in ferro tra Castelvetro e Cremona, e al “secondo”, il ponte dell’autostrada.
Le condizioni precarie del ponte in ferro (classe 1910) sono da tempo una preoccupazione del sindaco che, già nel 2005, aveva interessato in proposito le autorità piacentine e cremonesi. Inoltre, con una delibera aveva chiesto di limitare il traffico pesante. «Ancora oggi – dice –  tutto il traffico pesante passa dal ponte in ferro, ad eccezione delle autobotti che trasportano i prodotti pericolosi che hanno il divieto dalle 7 alle 19. Secondo le rilevazioni della provincia di Piacenza, sul ponte passano dai 3000 ai 4000 mezzi pesanti. In tutto quotidianamente transitano 25mila veicoli. Questo ponte è vitale per Castelvetro, per l’economia, per la sanità, per la cultura, per lo sport, per motivi scolastici, per tutto il mondo sociale”.
Appare chiaro che il timore dell’isolamento del paese è la principale preoccupazione del sindaco, aggravata dopo il crollo del ponte sul Po a Piacenza. L’altra preoccupazione è quella di togliere dal paese quei 3000/4000 mezzi pesanti e anche pericolosi che lo attraversano. Il terzo ponte, con lo spostamento del casello autostradale e la costruzione un nuovo raccordo a sud del paese, risolverebbe questi problemi. Per questo Marcotti è possibilista nei confronti della nuova infrastruttura, anche se è consapevole delle divisioni che solleva.
Il terzo ponte infatti divide il paese: è contro l’opposizione, sono contro gli ambientalisti, aveva proposto una soluzione alternativa lo stesso tecnico comunale architetto Terzi. Per questo il sindaco non è stato passivamente  acquiescente nei confronti del progetto, ma ha richiesto condizioni e limiti, recepite dal Ministero e soprattutto dalle prescrizioni della regione Emilia Romagna.
Adesso, sulla base di questi atti si arriverà alla Conferenza dei servizi, formata da tutti gli enti interessati (compreso Castelvetro), che dovrà approvare il progetto prima della decisione finale del Ministero. Dopodiché il territorio del comune uscirà della situazione di incertezza in cui si trova e l’amministrazione potrà riprendere a programmare il suo sviluppo guardando al futuro.
A questo punto ci premevano alcuni interrogativi. Perché un ponte costruito sulla Padana Inferiore è stato dirottato  a Spinadesco sulla Codognese? Perchè non è stata presa in considerazione la proposta Terzi di costruirlo parallelo a quello dell’autostrada, collegandolo alla “tangenzialina” di Bosco ex Parmigiano e poi al tracciato della Gronda Nord? Perché non si è mai nemmeno sperimentata la liberalizzazione dell’autostrada nel tratto Castelvetro-Cremona?
Ma erano interrogativi che esulavano dall’ambito e dalla competenza del sindaco di Castelvetro, che pertanto riprenderemo in un successivo servizio.

27 luglio 2009

Case vuote e politica degli affitti

Filed under: Economia — Cives Cremona @ 10:37

Cives ha già sollevato (v:  24marzo; 29 aprile; 8 luglio) l’ esigenza di una politica abitativa a tutto tondo, che abbracci non solo l’edilizia pubblica per i soggetti più deboli, gli incentivi agli acquisti per i giovani, i contributi agli affitti, gli incentivi per gli affitti a canone concordato, ma anche una politica attiva che favorisca l’incontro tra la domanda e l’offerta di case in affitto. Riproponiamo il tema all’attenzione dei responsabili locali, perché, a fronte di piani di edilizia popolare e di ulteriori concessioni edilizie  comunali, si stima che ci siano in Italia (al netto delle seconde case) due milioni di case sfitte. Ne dà notizia un articolo di Avvenire del 3 luglio (focalizzato sul problema degli sfratti) e uno della Stampa del 22 luglio, dell’architetto Stefano Boeri, direttore della rivista Abitare.
Partendo dal piano casa varato dal Governo, Boeri lo definisce un intervento certo salutare ma monco. Occorre un piano casa integrato diretto a “recuperare alla vita quotidiana le migliaia e migliaia di vani oggi disabitati”. Basta guardarsi attorno: “a Roma ci sono 245.000 alloggi vuoti; a Milano più di 80.000 alloggi sono disabitati e quasi 900.000 metri cubi di uffici sono deserti”.
“Una seria politica di rivitalizzazione di questo immenso patrimonio sfitto muoverebbe le energie di migliaia di piccole imprese e l’intelligenza delle associazioni che si occupano di instaurare uno scambio fiduciario tra inquilini e proprietari (ecco la vera sussidiarietà)”. Boeri fa l’esempio di Barcellona, dove un’agenzia di intermediazione sociale (Provivienda) in pochi anni ha reimmesso sul mercato 20.000 abitazioni ad affitto calmierato”. Come spiega sempre sulla Stampa un servizio del 27 luglio, il compito di Provivienda è quello di fare da mediatore tra coloro che cercano casa e i piccoli proprietari, ai quali viene fornita la garanzia per il pagamento del canone, in cambio di un canone più basso di quello di mercato (sul tipo dei canoni concordati italiani). Sull’esempio di Barcellona è nata a Torino con funzioni analoghe l’agenzia comunale Locare, e a Bologna l’agenzia Ama, in cui gli enti locali sono affiancati dalle fondazioni bancarie.
Ecco gli esempio di una politica degli affitti attiva, che non si basa solo sulla fissazione di canoni e sul blocco degli sfratti, ma che cerca di contemperare gli interessi degli inquilini con quelli dei piccoli proprietari, che molto spesso ricavano dall’affitto un reddito integrativo della loro pensione. Non è possibile valutare queste esperienze anche a Cremona? Quante sono le case sfitte? Quante quelle invendute? Non sarebbe meglio riattivare questi alloggi prima di costruirne di nuovi? Perché le amministrazioni locali non pensano ad un confronto aperto con tutte le realtà che operano nel settore?

25 luglio 2009

Non solo poltrone nella partita aziende

Filed under: Aziende Pubbliche — Cives Cremona @ 08:00

Decisi – con qualche lacerazione politica – i vertici amministrativi della Provincia e del comune di Cremona, i partiti stanno trattando la partita delle aziende e degli enti partecipati. La Provincia del 24 luglio ci informa che qualche passo avanti è stato fatto e titola in prima pagina: “Grandi manovre per le nomine nelle aziende municipalizzate, Ferrari vicino all’Aem, Comunione e Liberazione su Linea Group”.
La partita è certamente complessa perché riguarda 28 società ed enti partecipati dal Comune e 13 partecipati dalla Provincia (tra i quali pezzi pregiati come l’Aem e la Centro Padane) per i quali si procederà a un generale avvicendamento delle cariche, dopo decenni di egemonia della sinistra. Non deve meravigliare dunque l’attenzione dei partiti e la tentazione di ricadere in quello spoil system (spartizione delle spoglie) tanto biasimato nel ruolo di opposizione.
I cittadini avvertiti possono anche capire l’esigenza di cambiamento degli amministratori, fisiologica in un sistema democratico, ma si aspettano qualcosa di più in merito alla organizzazione e alla gestione delle società e degli enti partecipati. Gli stessi candidati alle elezioni amministrative hanno legittimato questa aspettativa, dichiarando (nel corso del forum di Cronaca, il 27 maggio) di essere consapevoli dell’eccessiva proliferazione di aziende e di consigli di amministrazione e quindi favorevoli alla loro semplificazione e alla riduzione dei costi. Qualcuno si è anche dichiarato favorevole all’intervento (minoritario) dei privati allo scopo di recuperare risorse per finanziare investimenti futuri.
Un esempio pratico di risposta alle aspettative dei cittadini viene dalla vicina Crema, dove proposte di riordino della galassia delle società pubbliche erano state fatta da diverse parti politiche fin dal febbraio. Proposte che nascevano anche sulla spinta dei rilievi mossi dalla Corte dei conti alla fine di gennaio (in relazione alle dimissioni di un revisore), in cui si richiamava la responsabilità del comune per il funzionamento e i risultati delle società, la necessità di controlli più incisivi, nonché di norme regolatrici delle linee guida e dei comportamenti tra gli enti e le società.
Fatto sta che il 16 marzo l’assemblea dei soci della Scrp (Società cremasca reti e patrimonio) ha deliberato un progetto che prevede la sua trasformazione in capogruppo patrimoniale, con funzioni di direzione e controllo delle società operative, nonché la riduzione al minimo delle stesse società operative. Nello stesso tempo, una commissione consiliare del comune di Crema ha approvato una bozza di regolamento che dovrebbe garantire un maggior controllo della giunta e del consiglio comunale sulle società partecipate.
Quello di Crema sembra dunque un passo avanti verso la razionalizzazione dei servizi pubblici locali. Un passo molto prudente tuttavia, che non affronta il nodo vero della loro liberalizzazione.

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