Cives Cremona

30 settembre 2009

Salvate il Palazzo Cocchia

Filed under: Territorio — Cives Cremona @ 07:00

La distruzione del paesaggio urbano a Cremona (2)

(continua dal 29 settembre)
Il Palazzo dell’Arte, costruito purtroppo a spese della Chiesa e del Monastero di Sant’Angelo e ancora una volta al centro del dibattito cremonese, è uno dei capolavori di Carlo Cocchia, architetto e pittore futurista, docente di Scenografia e decorazione e di Elementi di composizione architettonica alla facoltà di Architettura di Napoli, successivamente di Composizione architettonica al Politecnico di Milano. Maestro di alcuni tra i più famosi architetti milanesi degli anni 70 e 80 (Rossi, Aulenti, Gregotti, ecc.), ha lavorato con geni dell’architettura contemporanea come Pier Luigi Nervi e ha lasciato opere importanti in tutta Italia, tra cui la centrale elettrica del Volturno, gran parte della stazione Centrale di Napoli, lo stadio San Paolo (oggi deturpato).
Ad un anno dalla morte, avvenuta nell’86, gli è stata dedicata una mostra antologica a Napoli, con i contributi di molti suoi colleghi ed allievi tra i quali Aldo Rossi, Massimo Nunziata, Ignazio Gardella e Marco Zanuso. Ho ritrovato il catalogo di quella mostra e qual è l’immagine di copertina? Proprio una foto del nostro Palazzo dell’Arte!
Nel libro, i riferimenti al Palazzo si sprecano e gli è dedicata la sezione fotografica più rilevante. Riporto alcuni brani di quanto scritto nel catalogo dal famoso architetto e professore di Storia dell’Architettura Giorgio Muratore: “L’edificio..che più degli altri colpisce per la complessa singolarità resta a nostro avviso quello del Palazzo dell’Arte della città di Cremona. Di fatto travolto dalla vicende prossime alla guerra, questo edificio, sintomatico, singolarissimo e a tutt’oggi pressoché sconosciuto, resta uno dei punti di arrivo della cultura architettonica dei primi anni 40. Debitore alla lontana dei quell’altro fondamentale palazzo dell’Arte che Giovani Muzio aveva ideato per la triennale milanese, quest’edificio rappresenta nella sua calcolata scelta cromatica e materica dovuta ad un uso particolare, sofisticatissimo e assai convincente del laterizio, nella definizione dei suoi volumi e dei suoi spazi e nell’articolazione delle sue strutture e del suo apparato decorativo uno dei momenti di maggiore consapevolezza dell’architettura di quegli anni: un vero e proprio monumento dell’architettura Italiana contemporanea”.
Altri studiosi precisavano che tra le vere genialità dell’edificio ci sono le scansioni dei mattoni, appunto il dialogo con la tradizione cremonese, ma con richiami alla domus romana e ai capitelli egizi, probabilmente un riferimento a quel Mediterraneo che doveva essere la culla del nascente impero mussoliniano, e il soffitto “ondeggiante” che fu studiato da Cocchia per dare luminosità naturale all’interno.
Ce n’è abbastanza per affermare che l’opera di Cocchia è importantissima e andrebbe seriamente tutelata. Ma ora sappiamo che il progetto del Museo del Violino o delle Eccellenze Cremonesi la stravolgerà.
E’ vero che Palazzo dell’Arte è inutilizzato da anni e in cattive condizioni, ma siamo sicuri che ricoprire le sue mura con ascensori, superfici riflettenti, corridoi di cristallo, sia una buona idea rispettosa dell’edificio di Cocchia?  E le passerelle colorate appese ai soffitti? Le aggiunte del progetto approvato non finiranno per dominare e spegnere proprio le peculiarità del palazzo? E quella bizzarria appoggiata sul tetto, che qualcuno chiama “lumacone”, altri “banana”, non finirà per essere l’ennesimo sfregio al paesaggio di Cremona? Se qualche privato avesse messo la “banana” sul tetto della propria casa in centro storico, come avrebbe reagito la Commissione Edilizia?
Insomma, era impossibile un progetto per un restauro davvero conservativo? Proprio perché l’argomento è complesso, richiederebbe studio, discussione, ricerca. Richiederebbe soprattutto il principio di cautela: se non si è sicuri delle conseguenze è meglio non fare, il che non significa non combinare nulla, ma significa “non fare ora” e studiare e ricercare per capire meglio e migliorare le idee.
Spero che la nuova amministrazione comunale voglia rendere il progetto per il restauro del palazzo di Cocchia molto meno invasivo e più sobrio, e soprattutto, non sia ammalata del “presentismo” imperante che rende i politici schiavi del sondaggio d’opinione e della voglia di mostrarsi come “quelli che fanno, che agiscono e che risolvono” a tutti i costi, che non voglia quindi sacrificare all’utilità del momento il futuro, oggi di Palazzo dell’Arte, domani di chissà cos’altro. (2 – fine)
Luca Ferrarini

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29 settembre 2009

La distruzione del paesaggio urbano a Cremona

Filed under: Territorio — Cives Cremona @ 07:00

“La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”. Eppure la realtà è sotto gli occhi di tutti: il patrimonio artistico è spesso abbandonato e trascurato, il paesaggio offeso e deturpato oltre ogni decenza. Il tema è arcinoto, gli esempi infiniti, basta guardarsi attorno: villette, palazzine, palazzoni multicolore, più o meno uguali, in costruzione o appena ultimati, assediano tutto senza criteri di ordine estetico, dagli antichi paesini sui colli toscani e umbri, alle coste di laghi e mari. Le periferie delle città si allargano a macchia d’olio e inglobano i paesi vicini che perdono ogni identità, ipermercati incombono in ogni dove, con la scusa di recuperare aree dismesse si sostituiscono vecchi fabbriche con condomini alti il quadruplo, magari a ridosso dei centri.
Gli insediamenti urbani, paesi e città, sono parte integrante del paesaggio e se si prende in esame la singola città, si parla di “paesaggio urbano”: le pietre, i monumenti, gli edifici civili, religiosi, militari, le chiese e le cattedrali, i vicoli e le strade fanno parte della memoria di chi lì vive, della sua identità, del suo patrimonio ideale e affettivo, della sua esperienza soggettiva e sociale e sono il frutto di una millenaria sedimentazione storica che è ciò che costituisce il suo patrimonio culturale.
Cremona non fa eccezione, è una città dove, da fine 800 in poi, sono avvenuti cataclismi urbanistici rari per una città così piccola. Dalla distruzione di San Domenico in poi, è stato tutto un abbattere per ricostruire in peggio. Il paesaggio urbano ha subito ogni offesa: l’abbattimento delle mura, gli sventramenti del centro storico di Farinacci, l’invasione dei condomini del secondo dopoguerra, tra i quali spiccano il grattacielo e il palazzo IACP di piazza Roma (quest’ultimo costruito abbattendo l’antico palazzo Picenardi), i condominioni del lato nord di piazza Marconi e di piazza Vida, di porta Mosa e di piazza S.Anna. E’ interessante notare come alcuni degli spazi ricavati da quelle distruzioni e ricostruzioni, siano rimasti capitoli irrisolti nella nostra città: la Galleria XXV Aprile, piazza Cavour (oggi Stradivari), piazza Marconi con il Palazzo dell’Arte, la più recente sede della Banca d’Italia, tutti spazi sulla cui sorte l’opinione pubblica è chiamata ciclicamente a discutere.
Tra i più tremendi massacratori del paesaggio urbano cremonese ci furono Farinacci e i suoi. Il loro piccone demolitore era sostenuto da un misto di affarismo e di voglia di lasciare un segno di sé, il tutto esaltato dalla retorica di regime. Furono distrutti interi isolati nel cuore di Cremona: il lato nord di piazza del Duomo per fare posto alla sede degli agricoltori con il brutto porticato “alla romana”, nel 1929; quasi tutta piazza Piccola (oggi Stradivari) dal 1935; il quartiere attorno alla chiesa ed al monastero di San Angelo (nel 1924 fu abbattuta la chiesa e dal 34 al 39 il resto); fu rasa al suolo persino la casa bottega di Stradivari di fronte a Piazza Roma; dal 31 al 33 la demolizione del quartiere sul quale sorse la galleria 23 Marzo (oggi 25 Aprile).
A qualcuno potrebbero anche piacere le architetture in stile littorio sorte dopo gli sventramenti, ma quando vedo le foto d’epoca mi sento defraudato, poiché ogni opera farinacciana prese il posto di qualcosa di più bello, di più cremonese: al posto della RAS c’era palazzo Galizioli e le case dei Dovara, dove probabilmente fu arrestato e imprigionato Pier delle Vigne; dove sorge la Casa delle Corporazioni (oggi Camera di Commercio) c’erano i palazzetti con i portici lodati da Herman Hesse nel 1913; al posto della sede degli agricoltori le antiche e belle case simili a quelle ancora esistenti oltre l’angolo opposto.
A dire il vero, non tutto ciò che ci ha lasciato il ventennio farinacciano è da cassare, ci sono alcune opere significative e degne di nota, guarda caso firmate da professionisti non cremonesi: il Palazzo dell’Arte e la Chiesa di Sant’ Ambrogio. (1 – continua)
Luca Ferrarini

28 settembre 2009

Piano casa e saldi urbanistici

Filed under: Territorio — Cives Cremona @ 07:00

Sollecitata da un’idea estemporanea di Berlusconi (perché non consentire agli italiani di ampliare ciascuno un poco la propria casetta?), anche la Regione Lombardia ha lanciato quello che enfaticamente ha chiamato il proprio “Piano casa”.
In poche parole, il legislatore regionale è però andato ben oltre le intenzioni, un po’ demagogiche, ma certamente ancora urbanisticamente non troppo sovversive del suo ispiratore, ed ha prodotto una legge che, se applicata integralmente, potrebbe sconvolgere l’assetto urbano di interi centri storici e di intere periferie, consentendo agli operatori più scaltri e disinvolti, di farsi finalmente un baffo di tutti i piani regolatori così faticosamente costruiti negli ultimi lustri. Non solo, ma persino, in un clima di “saldi” da bassa stagione, si consentirà a chi costruirà in deroga alle norme del Piano Regolatore, di godere di particolari sconti in tema di oneri di urbanizzazione.
Potremmo così arrivare alla situazione paradossale che vedrà gli interventi edilizi conformi al piano regolatore costretti a pagare al Comune contributi superiori a quelli di chi potrà costruire in deroga, superando gli indici di densità edilizia, demolendo gli edifici nei centri storici,  sopralzando o arretrando pezzi di cortine stradali, tamponando porticati antichi e occupando con funzioni vitali persino i seminterrati!
Il tutto senza nemmeno più reperire quelle dotazioni di parcheggi pertinenziali che pure la legge italiana impone di predisporre, in proporzione ai volumi costruiti, sin dal lontano 1967! Rischiamo così veramente di vedere le nostre città e i nostri paesi riportarsi al caos urbanistico degli anni cinquanta e sessanta quando si demolivano senza scrupoli anche gli edifici migliori, quando le nuove costruzioni arretravano dalle cortine stradali formando sgradevoli “scaffe” (vedi corso “Vittorio Emanuele” a Cremona) o sopralzandosi rispetto al tessuto urbano circostante (vedi “grattacieli” di piazza Roma e piazza Vida).
Il legislatore regionale, in quest’opera di distruzione, ha però voluto crearsi dei complici. La legge infatti consente ai consigli comunali di mitigare il dettato legislativo, correggendolo nelle sue parti più pericolose, il tutto però a condizione che si deliberi entro il 15 ottobre e non oltre. In sostanza il parlamento regionale si è, per così, dire “salvato” almeno parzialmente l’anima. Quanti sindaci avranno però il coraggio civile di sfidare il demagogico lassismo della legge regionale? Quanti consigli comunali comprenderanno che l’avvenire urbanistico delle loro città e dei loro paesi è oggi, più che mai, proprio nelle mani degli amministratori? Quanti tecnici comunali e quanti segretari comunali avranno la pazienza di aiutare sindaci ed assessori a districarsi nel coacervo di contorte disposizioni che il famigerato “piano casa” regionale ha scaricato sulle loro spalle con l’obbligo di prendere decisioni meditate entro e non oltre il 15 ottobre?
C’è davvero da augurarsi che la consapevolezza di non far più alterare, come avvenne in un non troppo lontano passato, il bene fisico più prezioso che le nostre comunità posseggono, e cioè il loro paesaggio urbano, spinga davvero sindaci, assessori, segretari, tecnici e consiglieri comunali a rimboccarsi le maniche e a dare il meglio di sé, producendo, entro la fatidica data del 15 ottobre, deliberazioni equilibrate che non lascino troppo spazio al rischio di brutture e non determinino eccessive difformità di trattamento tra gli operatori.
Michele de Crecchio

25 settembre 2009

A Oreste quel che è di Oreste

Filed under: Comune di Cremona — Cives Cremona @ 16:21

La stampa locale ha enfatizzato le dispute politiche attorno alla nomina del presidente di Linea Group Holding (LGH) e ha anche presentato la struttura del gruppo (holding appunto). Vale la pena di riassumere che LGH è una società a responsabilità limitata costituita dalle società proprietarie delle reti e degli impianti di Cremona (Aem), Pavia, Lodi, Crema e di alcuni comuni bergamaschi e bresciani, che hanno conferito a LGH la gestione dei servizi di erogazione dell’energia, del gas e dell’acqua, cui la capogruppo provvede attraverso una dozzina di società operative e di scopo da essa controllate. LGH è dunque una multiutility che controlla la variegata realtà dei servizi pubblici locali, se vogliamo una piccola Iri a partecipazione comunale.
Dal punto di vista dei politici il boccone è quindi grosso e appetibile e spiega le dispute e anche (pare) la gazzarra. Dal punto di vista dei cittadini la nomina del presidente può interessare sotto l’aspetto della competenza e sotto quello del programma aziendale.
Circa il programma si sa poco più di niente, soltanto l’intenzione per ora generica di sottoporre a revisione il sistema delle società partecipate, con particolare attenzione ad Aem e LGH. Nei giorni scorsi i giornali hanno pubblicato con grande evidenza i risultati di bilancio di quest’ultima, da cui risultano ricavi ed utili in crescita: valori di per sé poco significativi in quanto per una azienda “pubblica” lo scopo non dovrebbe essere l’utile ma tariffe basse e qualità del servizio. Sarebbe invece interessante sapere se c’è la volontà di adeguarsi alla normativa europea sui servizi pubblici locali, introducendo finalmente la liberalizzazione nel settore finora monopolistico.
I presidenti delle società patrimoniali che si sono riuniti nei giorno scorsi hanno dichiarato di non aver discusso della presidenza ma delle strategie future. Strategie che tuttavia dovrebbero derivare dai criteri dettati dai comuni proprietari, attraverso i consigli democraticamente eletti. A queste strategie dovrebbero lavorare i partiti nella loro funzione di elaborazione delle politiche e di orientamento degli amministratori, più che intromettersi nelle nomine di competenza di organi amministrativi.
A questo proposito, ai cittadini interessa la qualità professionale, meglio se documentata da curriculum pubblici. Per il resto, se la presidenza di LGH, secondo il patto sindacale, spetta al comune di Cremona, cioè al sindaco, non possono che dire: “a Oreste quel che è di Oreste”.

La Città di Cremona dimenticata

Filed under: Comune di Cremona — Cives Cremona @ 09:24

Nella sua diligente e meritoria presentazione delle aziende e degli enti controllati dal comune di Cremona, l’assessore Nolli non ha inserito la “Città di Cremona”, fondazione che ha incorporato il patrimonio delle opere pie cremonesi e lo gestisce per devolverne il reddito (assieme alle altre entrate) alle attività assistenziali previste dallo statuto.
Non conosciamo le ragion i dell’omissione, ma pensiamo che si tratti di una dimenticanza, poiché la Fondazione non è un’entità trascurabile, possiede un consistente patrimonio immobiliare (terreni e case) ed è fortunatamente beneficiaria di oboli e lasciti alimentati dalla carità cremonese. Possiede anche una collezione di quadri (donati dai benefattori) e nei giorni scorsi il sindaco Perri ha presenziato all’inaugurazione di una loro esposizione. Per di più, il consiglio della Fondazione è tutto nominato dal Sindaco di Cremona.
La Fondazione dunque non può essere una incognita nel panorama degli enti cremonesi e sicuramente l’assessore Nolli rimedierà all’omissione, cogliendo l’occasione per presentare i dati di bilancio e magari per elencare i beni immobili di proprietà e la loro destinazione; tutti elementi di conoscenza che non si trovano sul sito della Fondazione, ma che non sarebbe male pubblicare sistematicamente. In fin dei conti si tratta di un patrimonio cresciuto nei secoli per opera della carità dei cremonesi.

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