Cives Cremona

27 febbraio 2010

La gestione in house e l’albero di Bertoldo

Filed under: Aziende Pubbliche — Cives Cremona @ 07:00

In vista dell’Assemblea dei sindaci dell’Ato, ritornano in campo i crociati dell’acqua “bene comune” con una lunga lettera in cui “scongiurano” i primi cittadini “di votare contro la proposta di privatizzazione che verrà propinata come unica alternativa” di gestione del servizio idrico provinciale. Si apre così un nuovo capitolo della guerra iniziata diversi anni fa, quando si cominciò a parlare di liberalizzazione dei servizi pubblici e la Lombardia aveva approvato una legge regionale che prevedeva per ogni provincia un ambito ottimale di gestione (l’Ato), in cui avrebbe operato una società a totale capitale pubblico, proprietaria e gestore delle reti, nonché una unica società erogatrice del servizio, sulla base di una gara di appalto.
Nel nostro post del 9 marzo scorso (La guerra dell’acqua) abbiamo raccontato della contestazione dei movimenti ideologici e dell’ostruzionismo politico degli amministratori locali, che avevano costretto il ministro Lanzillotta (governo Prodi) a mitigare la riforma dei servizi locali ispirata alla concorrenza, introducendo un’eccezione per la gestione dei servizi idrici. E che hanno ritardato fino ad oggi l’introduzione di forme di gestione dei servizi pubblici più trasparenti, aperte alla concorrenza e all’apporto dei privati.
Abbiamo anche spiegato in un post successivo (Se l’acqua diventa un totem) che nel nostro ordinamento l’acqua è già un “bene pubblico”, inalienabile e indisponibile, sottratto all’uso arbitrario dei privati, soggetto a regolamentazioni e controlli, e che il problema che si pone agli amministratori non è quello di privatizzare l’acqua, non è nemmeno quello di privatizzare gli impianti e gli acquedotti che appartengono ai comuni e restano tali. Il problema è solo quello di decidere se il solo servizio di erogazione possa essere affidato ad una società privata, o a una società a capitale misto, o a una società totalmente pubblica, cioè un problema pratico di convenienza, da sciogliere in base ai piani d’investimento e al fabbisogno di capitali.
Con questo approccio non ideologico i sindaci potranno dunque valutare la convenienza delle diverse opzioni, tra cui quella dell’affidamento diretto (detto anche in house), sapendo tuttavia che la gestione in house, secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia europea e del Consiglio di stato, deve rispettare regole molto stringenti: il soggetto affidatario deve effettuare la maggior parte della propria attività con l’ente committente (il comune o i comuni); l’ente committente deve esercitare sul soggetto affidatario un “controllo analogo” a quello che esercita sui propri servizi, deve cioè “esercitare la più totale ingerenza e controllo sulla gestione, nonché sull’andamento economico-finanzario, analogamente a quanto potrebbe fare con un servizio gestito direttamente”.
L’importante è che decidano. Sono passati sei anni da quando la Corte costituzionale ha rotto il tabù della gara nell’affidamento dei servizi locali ad evidenza economica; ne sono passati sei da quando la Regione ha regolato i servizi idrici; esiste una giurisprudenza consolidata della Corte di giustizia e del Consiglio di stato. Ci sono dunque tutte le condizioni per decidere. Le richieste di rinvio (come fa il sindaco di Acquanegra, Lanfredi) rischiano di procrastinare sine die la soluzione e finiscono per assomigliare all’albero di Bertoldo.

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24 febbraio 2010

Se la “retta” la paga lo stato

Filed under: Cultura — Cives Cremona @ 07:00

Si continua a comparare le mele con le pere. Come Penati anche Daniela Polenghi, intervistata su Cronaca del 23 febbraio, dice che la regione Lombardia ha stanziato una “somma enorme” per i “buoni scuola” destinati ai 60 mila studenti delle scuole paritarie, mentre nulla è andato ai 900 mila delle scuole statali.
Non si spiega tuttavia (abbiamo cercato di farlo con il post Penati e la scuola dei ricchi) che il “buono scuola” è espressamente destinato agli studenti delle scuole paritarie, per alleviare in misura parziale (massimo 1050 euro) le famiglie del costo della retta pagata. E non si spiega nemmeno che il costo dell’istruzione degli studenti delle scuole statali lo sostiene pressoché interamente lo stato. Se stiamo bassi, la “retta” che paga lo stato è di almeno 5 mila euro a testa, a favore tanto dei poveri quanto dei ricchi.
Eppure, secondo Rifondazione comunista – riporta ancora Cronaca – “i fondi dei buoni scuola non devono più finanziare i ricchi delle scuole private”. Evidentemente non si vuole che i “non ricchi”vengano aiutati a scegliere una scuola non statale.
Senza scomodare l’ideologia (che pure ha la sua parte) queste posizioni avverse alle scuole paritarie derivano da una contabilità carente. Se si mettono su un piatto della bilancia solo i 1000 euro del “buono scuola”, la bilancia pende dalla parte delle scuole paritarie, ma se si mettono sull’altro piatto i 5 mila euro pagati dallo stato la bilancia pende decisamente dall’altra parte.
Se la “retta” la paga lo stato i conti sono dunque diversi.

23 febbraio 2010

Riaprire il capitolo dei Monasteri

Filed under: Provincia — Cives Cremona @ 07:00

Dopo la notizia di una possibile localizzazione della sede della Provincia nell’ex monastero di Santa Monica, un lettore ci ha inviato un commento meravigliato, per il fatto che “nel chiostro di santa Monica sono in corso i lavori, appaltati dalla stessa Provincia, per la costruzione della sede della facoltà di Musicologia” (oggi a Palazzo Raimondi). Il lettore riferisce anche che con questi lavori la Provincia ha cominciato ad attuare l’accordo di programma, stipulato nel 2002, con il Ministero dell’economia, la Soprintendenza per i beni architettonici, la regione Lombardia, la Fondazione Stauffer e il Comune di Cremona, relativo al Piano di recupero denominato “Parco dei Monasteri” (ex Caserme).
In esecuzione di quell’accordo, la Provincia aveva acquistato dal demanio il monastero di Santa Monica e il magazzino carri, il Comune di Cremona aveva acquistato il monastero del Corpus Domini, la Fondazione Stauffer il monastero di San Benedetto. Successivamente la Provincia aveva predisposto il progetto preliminare per il magazzino carri e il progetto esecutivo per Santa Monica, quello appunto in corso di realizzazione, per il quale era stato stipulato un apposito mutuo. Comprensibile quindi la meraviglia, che non è solo del nostro lettore, poiché anche il preside della facoltà di Musicologia, professor Prato, è caduto dalle nuvole in quanto l’Università, in applicazione dell’accordo con la Provincia, ha già avviato le procedure per dotare la nuova sede degli arredi necessari.
Il lettore ci segnala anche che, stante la procedura complessa che ha portato al Piano di recupero e stante il valore del progetto, la decisione di cambiare la destinazione non dovrebbe essere affidata all’Assessore al patrimonio, ma ripercorrere tutto il normale iter amministrativo: dalla verifica della disponibilità dei sottoscrittori, alla variante dell’accordo di programma e del Piano di recupero; all’approvazione della variante da parte della Soprintendenza; al nuovo studio di fattibilità e al nuovo progetto preliminare; fino al nuovo progetto esecutivo.
Cives si è già espresso sulla opportunità di non abbandonare il progetto del Parco dei Monasteri (Conciliare i Monasteri con Palazzo dell’Arte), per le ricadute positive che potrebbe aver sulla città, in termini di nuove preziose funzioni. Ma non eravamo informati dell’avvio dei lavori. A questo punto, prima di prendere decisioni affrettate, la Provincia potrebbe riaprire con tutti i partner dell’accordo, in modo formale e trasparente e nella sede idonea, questo importante capitolo della programmazione urbanistica ed economica di Cremona.

22 febbraio 2010

Penati e la scuola dei ricchi

Filed under: Cultura — Cives Cremona @ 07:00

Dopo un servizio di Rai 3 si è riaccesa la polemica sui sussidi scolastici erogati dalla Regione Lombardia. Così, Filippo Penati, candidato alla presidenza, ha dichiarato che la dote scuola della Regione “non favorisce la libera scelta ma favorisce i ricchi”, in quanto per ottenere un contributo in una scuola statale è necessario un reddito (Isee) non superiore a15 mila euro, mentre per ottenerlo in una scuola paritaria l’indicatore di reddito non deve essere superiore a 46 mila.
In questo modo Penati compara le mele con le pere, cioè mette a confronto due agevolazioni che hanno natura diversa. Il “sostegno al reddito”, forma di assistenza a favore dei ragazzi meno abbienti delle scuole statali, e il “buono scuola”, sostegno alla libertà di scelta per chi frequenta una scuola paritaria. E’ noto infatti che le scuole paritarie, pur essendo riconosciute come tali dalla legge 62 del 2000, non ricevono alcun contributo dallo stato e devono sostenersi con le rette delle famiglie. Proprio allo scopo  di aiutare le famiglie a pagare le rette, esercitando una libera scelta tra scuola statale e scuola paritaria, la Lombardia ha introdotto il “buono scuola” riservato agli alunni di queste scuole. E’ quindi esattamente il contrario di una discriminazione, è un aiuto che consente anche alle famiglie meno ricche di iscrivere i figli ad una scuola paritaria, coprendo parzialmente il valore della retta, fino a un massimo di 1050 euro.
Si tratta dunque di un sistema di aiuti articolato, con differenti finalità. Dati i due tetti di reddito (15 mila per la scuola statale; 46 mila per quella paritaria), può ingenerare qualche equivoco. La famiglia “non abbiente” della scuola statale beneficia di un “sostegno al reddito” modesto (variabile da 120 a 320 euro), ma sopporta in minima parte il costo dell’istruzione. La famiglia “non ricca” della scuola paritaria può beneficiare di un aiuto di 1050 euro (massimo) ma paga quasi interamente il costo dell’istruzione.
Davvero la Regione favorisce i ricchi?
 

19 febbraio 2010

Il sacco del Nord

Filed under: Editoriali — Cives Cremona @ 07:00

Con questo titoload effetto, Luca Ricolfi ha dato alle stampe i risultati di una ricerca sulle disparità nella produzione e distribuzione del reddito, effettuata all’Università di Torino, dove insegna Anali dei dati e dirige l’Osservatorio del Nord Ovest. Il libro, che ha come sottotolo Saggio sulla giustizia territoriale, rettifica i dati della contabilità nazionale tenendo conto del “tasso di parassitismo” della pubblica amministrazione, della “evasione fiscale”, dello “spreco” di risorse, del “livello dei prezzi”, che caratterizzano in diversa misura le diverse regioni d’Italia.
Dai dati così rettificati, per il 2006, risultano al primo posto nella produzione del reddito la Lombardia, con 30 mila euro pro capite, e agli ultimi posti la Calabria, la Campania e la Sicilia, con 13 mila euro. Mediamente il prodotto del Sud è il 53% di quello del Nord. Le cause dello squilibrio sono da attribuire prevalentemente al tasso di occupazione e secondariamente alla produttività per occupato. Rileva anche il fatto che il peso della pubblica amministrazione sul prodotto è molto maggiore al Sud rispetto al Nord; ad esempio, è del 10% in Lombardia, contro il 27% della Sicilia. E la pubblica amministrazione ha una componente di spreco che arriva al 50% nelle regioni meridionali, contro il 2,8% della Lombardia. Se il tasso di parassitismo fosse uniforme in tutta Italia, la Lombardia guadagnerebbe 25 milioni di euro; l’intero Nord 45 miliardi, a carico delle regioni del Sud, ma non solo perché anche nel Nord ci sono alcune regioni poco virtuose, come il Trentino Alto Adige e la Valle d’Aosta, che sarebbero in debito rispettivamente di 870 e 470 miliardi.
A questo punto, dopo l’analisi degli squilibri territoriali nella produzione del reddito, la ricerca analizza la variabile consumi, dove appaiono evidenti i termini della “questione settentrionale”. Al Nord la spesa pubblica per stipendi e sussidi è molto più bassa che al Sud; ed è più alto il contributo pagato per i servizi a richiesta (371 euro a testa contro 187). Ma lo squilibrio più evidente è nel rapporto tra reddito pro capite prodotto e consumato: fatto 100 il reddito prodotto, il consumo della Lombardia è pari a 50, quello della Calabria a 113. Il valore sintetico del trasferimento di risorse dal Nord al Sud é di 50 miliardi di euro, dato un certo grado di solidarietà tra le aree del paese; riducendo al minimo la solidarietà il valore salirebbe a 83 miliardi.
Il titolo (che può apparire clamoroso) è stato apposto a posteriori, una volta fotografata la distribuzione effettiva di risorse tra il Nord e il Sud, ma è stato pensato per sollecitare alcune riflessioni sulle prospettive economiche e politiche del nostro paese. Come scrive Ricolfi, “i territori che vivono di trasferimenti hanno finito per soffocare i territori che producono”, per cui “l’unica possibilità che ha l’Italia di fermare il declino é di rimettere in movimento le sue locomotive, ossia i territori più produttivi”.
Una bella sfida per la classe politica.

 Luca Ricolfi, Il sacco del Nord, Guerini e Associati, gennaio 2010

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