Cives Cremona

18 febbraio 2010

Il “tridente” sotto esame

Filed under: Enti e Fondazioni — Cives Cremona @ 07:00

Il 10 febbraio, di fronte alla Commissione affari sociali, gli assessori Amore e Nolli hanno delineato la strategia dell’amministrazione comunale riguardo all’Azienda speciale Cremona Solidale, l’azienda che gestisce i servizi alla persona del Comune di Cremona.
Oltre agli impegni per lo sviluppo e il potenziamento di alcuni servizi (centri diurni; medicina intermedia; riabilitazione specialistica e altri), gli assessori hanno anche manifestato il proposito di sottoporre a verifica il modello di gestione, inaugurato sei anni fa per iniziativa di Maura Ruggeri, per capire “se le scelte fatte allora rispondano ad affettive esigenze o se non portino qualche problema”. L’assessore Nolli è stato chiaro; “dobbiamo garantire un buon servizio, ma anche far quadrare i conti senza sprechi di risorse”, anche perché “la Città di Cremona non è disponibile a continuare a contribuire ai bilanci di Cremona Solidale”. Il 2010 sarà un anno di transizione, durante il quale verrà analizzata la gestione, per decidere poi l’assetto più conveniente.
Verrà dunque sottoposto a verifica il modello a tre punte (Comune, Azienda Cremona Solidale, Fondazione Città di Cremona), il “tridente” con cui il Comune si era di fatto impadronito delle Opere Pie, aveva inglobato l’Ospizio Soldi nei servizi comunali, cancellando la loro specifica missione e la relativa autonomia gestionale. Cives ha già descritto gli effetti negativi di questo connubio sul patrimonio della Fondazione (v. Maura Ruggeri più “brava” di Crispi). Basti pensare che questa, avendo destinato una buona parte del patrimonio al finanziamento delle palazzine del Soldi, dovrà recuperare dal Soldi almeno l’affitto “sociale” e alienare la vecchia sede per effettuare investimenti profittevoli da spendere per gli scopi assistenziali. E ha anche criticato la sinergia forzata, “diventata un mandato a compiere le operazioni virtuose commissionate dal Comune, senza autonomia sostanziale e senza rispetto di quegli statuti da cui le opere pie derivavano i loro scopi e il loro patrimonio” (Maura Ruggeri paventa il salto all’indietro).
Ma gli effetti sono altrettanto negativi sulla gestione dell’Ospizio, come mostra il deficit di bilancio che la Fondazione è stata chiamata a saldare. La quadratura dei conti infatti non è uno sfizio da ragionieri, ma il termometro di una buona gestione, che non deve impigrirsi della certezza che ci sarà comunque un pagatore di ultima istanza, ma evitare gli sprechi, ridurre i costi, presentare il conto agli utenti o ai parenti in grado di pagare e, solo alla fine, appellarsi al comune cioè alla fiscalità generale.
Il “calderone” non sollecita responsabilità e gestioni virtuose, ma crea solo problemi.

17 febbraio 2010

Una sede propria per la Scuola di liuteria

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A proposito della collocazione dell’Istituto professionale per l’artigianato liutaio e del legno (Ipiall) in Palazzo Pallavicino, Giovanni Panvini ci ha mandato un commento che riprendiamo in questo post.

Sostiene Panvini che collocare “l’Ipiall a palazzo Pallavicino è un’eresia. L’Ipiall è diventato un istituto tecnico qualsiasi, con un corso di liuteria. Gli studenti dei corsi di moda e di arredamento sono di più dei liutai”. “Questa politica è stata perseguita per incrementare il numero degli studenti e anche la richiesta di liceo musicale va nello stesso senso”. Poi si chiede: “I cremonesi e la Stauffer sanno che finanziano corsi di taglio e cucito senza alcuna prospettiva? Sanno che i meravigliosi spazi di palazzo Pallavicino ospiteranno sfilatine di moda estive o le creazioni pseudo artistiche dei designer arredatori? Che c’entra questo con la liuteria e il percorso che, in modo illuminato, Torrisi per ultimo e gli enti locali avevano ipotizzato per la scuola di liuteria, sganciandola dalla scuola secondaria?”
Riprendiamo il commento perché le preoccupazioni non sono infondate e sono state rinfocolate dalle notizie sui tagli alle ore di laboratorio che la scuola avrebbe deciso in applicazione della riforma Gelmini. Nell’aprile scorso, dopo l’inchiesta condotta da Biagi e Loffi su Cronaca in occasione del 70° di fondazione, anche Cives (Quale status per la scuola di liuteria?) aveva posto il problema di quale fosse lo statuto più idoneo per una scuola che vuole avere il requisito dell’internazionalità e dell’alta specializzazione, poiché – come diceva il titolo di Cronaca – “gli escamotage non servono più e serve un progetto forte”.
Tuttavia, consapevoli che Cremona da sola non ha le risorse per dare solidità alla scuola internazionale, avevamo prospettato come via più sicura quella di mantenerla – come istituzione autonoma – nell’organizzazione scolastica statale o, in alternativa, in quella regionale. In effetti, la validità della scuola e il suo prestigio non dipendono tanto dalla sua forma giuridica, quanto dalla capacità degli insegnanti, dalle dotazioni tecniche e dal livello di selezione. Anche la scuola civica di Milano organizza corsi per liutaio e per operatore liutaio. Qualunque “vestito” può dunque andar bene, a condizione che quei requisiti vengano rispettati. E che la scuola non venga subordinata alle esigenze organizzative o burocratiche dell’amministrazione scolastica.
Ad esempio, si potrebbe pensare ad un’integrazione tra l’Istituto statale e i Corsi regionali, anche per allargare l’offerta formativa nel campo della liuteria, magari con corsi di restauro. Come sarebbe significativo dare alla scuola una sistemazione propria, separata dalla moda e dal legno, adatta a sottolineare la sua specificità. Per questo scopo non occorre scomodare Palazzo Pallavicino, a meno che non si pensi fin d’ora di recuperare nella stessa sede quel Centro di restauro che (per il momento?) ci è scappato a Pavia.

15 febbraio 2010

Le gambe corte del Centro di restauro

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Come nei gialli classici (o nelle opere buffe) alla fine tutti i nodi avviluppati vengono sciolti e ogni personaggio trova il posto che gli compete. Così nella vicenda del Centro di restauro degli strumenti liutari, il comunicato della Fondazione Arvedi Buschini pubblicato sulla Provincia del 13 febbraio fornisce il tassello mancante e la storia si ricompone nella sua interezza, facendo giustizia di illazioni e ricostruzioni parziali.
E’ successo che Quel Centro mai nato (come lo abbiamo chiamato su Cives), avrebbe potuto trovare le gambe di un preciso soggetto gestore se gli amministratori locali avessero accolto la proposta della Fondazione Arvedi, sottoposta alla loro attenzione in un incontro il 15 maggio 2007, presenti il rettore dell’Università di Pavia Angiolino Stella e il preside della facoltà di Musicologia Giancarlo Prato.
In quella occasione, “con amarezza, incredulità e imbarazzo” – si precisa nel comunicato – ci si rese conto che l’intervento della Fondazione non era considerato necessario. E mentre la Fondazione teneva ferma la proposta con l’Università di Pavia, Corada e Torchio proseguivano per la loro strada, fidando nel Ministero e affidandosi alla consulenza fiorentina dell’Opificio delle pietre dure.
Il progetto Arvedi-Università è andato avanti (anche Cives aveva riportato la notizia il 13 febbraio 2009: I violini andranno a Pavia?) e si è concretizzato con l’inaugurazione del Centro di restauro a Pavia il 17 febbraio di quest’anno, mentre il progetto “cremonese” è rimasto con le gambe corte. Adesso è inutile recriminare, come fa Torchio nella dichiarazione riportata da Nicola Arrigoni (“Se fosse stato per me il centro di restauro si sarebbe fatto”), o divagare, come fa Corada (“Non ricordo esattamente quella riunione”). Una volta ricostruita tutta la storia occorre rimettere insieme le volontà e le condizioni per far sì che il centro una volta avviato possa (come dice il comunicato della Fondazione Arvedi) essere trasferito a Cremona.
Convinti che la collocazione universitaria (cioè scientifica) sia quella conforme alle finalità di conservazione, studio e alta formazione. E che il centro così concepito non possa essere confuso con un semplice corso di formazione per restauratori.

12 febbraio 2010

Il cittadino e le voci dissonanti

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In un’intervista alla Provincia dell’11 febbraio l’assessore provinciale al patrimonio, Giuseppe Fontanella, ha illustrato un accordo in via di preparazione tra il Comune di Cremona e la Provincia per l’utilizzo dei “contenitori vuoti della città” come sede delle istituzioni liutarie e musicali, nonché della stessa amministrazione provinciale. Nella stessa pagina, l’assessore comunale Jane Alquati ha confermato l’impegno finanziario del comune per il rinnovo delle convenzioni con le Università e ha annunciato la destinazione totale di Palazzo Raimondi a sede di Musicologia, quando la Scuola di liuteria sarà spostata a Palazzo Pallavicino. Il vicesindaco Carlo Malvezzi ha confermato che l’ipotesi è allo studio e che sarà definita dopo i necessari passaggi tecnici e burocratici. Per quanto riguarda il Centro di restauro, originariamente destinato a palazzo Pallavicino, il vicesindaco ha detto che “non sono oggi possibili concrete soluzioni a breve”.
Nello stesso giorno l’assessore comunale Nicoletta De Bona ha dichiarato in un’intervista a Cronaca che “non esclude la realizzazione del Centro di restauro ma che, non essendo il Comune in grado di sostenere l’impegno da solo, intende aprire un tavolo di confronto con tutti gli enti e le associazioni coinvolti nel settore”.
Il cittadino informato (che legge tutti i giornali cittadini) rimane disorientato. Il cittadino pensa che gli assessori si parlino tra di loro e che le decisioni vengano prese collegialmente in Giunta, tanto più su temi così importanti che non si prestano a improvvisazioni o gelosie. Perciò i contrasti così evidenti lo lasciano perplesso e sfiduciato. Non arriva a pensare (come fa Leoni sul Vascello) che ci sia una “guerra iconoclasta” dei ciellini contro la liuteria, o che dietro a questa guerra ci sia l’ombra di Arvedi con il suo Palazzo dell’Arte, ma gli prudono le mani e vorrebbe gridare agli eletti dal popolo che il popolo li guarda e si aspetta altro che polemiche o voci dissonanti.
Nello stesso tempo, certi eccessi critici lo lasciano abbastanza indifferente. Il cittadino si rende conto che possono sopraggiungere fatti nuovi che modificano la geometria di un progetto, come è successo con l’intervento di Arvedi per Palazzo dell’Arte. E sa che in questi casi è necessario ricomporre il mosaico con i nuovi pezzi. Cives da parte sua ha cercato di farlo (v.Conciliare i Monasteri con Palazzo dell’Arte) e ha riportato anche il commento di Laura Carlino (v. Per una strategia unitaria della città). Proposte di cittadini volonterosi e appassionati della città, ma solo proposte. Da chi si è assunto la responsabilità del governo locale si aspetta invece decisioni. Non tocca ai cittadini mettere attorno a un tavolo il Ministero, l’Università, la Scuola di liuteria, la Fondazione Stauffer, la Fondazione Arvedi, la Fondazione Cariplo, la Camera di Commercio, le banche locali per definire le varianti e i dettagli esecutivi di un progetto già tracciato. Tocca ai governanti.
Ma quando lo fanno non devono avere voci dissonanti.

 

11 febbraio 2010

Quel Centro mai nato

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“Il centro di restauro è morto” titola Cronaca dell’11 febbraio aprendo un servizio di Fabrizio Loffi sulle vicende e sul destino del Centro di restauro per gli strumenti liutari, di cui si parla a Cremona dagli anni ottanta, quando fu redatta per iniziativa di alcuni studiosi ed esperti la Carta di Cremona 1987, un disciplinare tecnico scientifico da applicare al restauro degli strumenti a corda.
Sull’onda di quell’idea, per sviluppare il “distretto liutario” cremonese già presidiato dalla Scuola internazionale di liuteria, il 29 luglio 1999 gli enti locali cremonesi erano arrivati a stipulare con la Regione e con il Ministero dei beni culturali un accordo di programma per il restauro e il riuso di Palazzo Pallavicino a sede del Centro Nazionale per il restauro e la conservazione degli strumenti musicali con annessa scuola per restauratori.
In attuazione dell’accordo, si era proceduto al restauro del palazzo, con una spesa di circa 7,5 milioni di euro (di cui 4,2 a carico della Regione e 2,9 dello stato), ma era rimasto indefinito il soggetto che avrebbe dovuto assumere la gestione del costituendo centro per il restauro. Loffi racconta dettagliatamente la trafila di studi e commissioni che inutilmente si è dipanata dal 2000 al 2004, ricorda il rinnovato impegno nel programma del sindaco Corada, i suoi solleciti e i suoi viaggi al Ministero tra il 2004 e il 2005. La preoccupazione circa un disimpegno del Ministero era nell’aria, come si evince anche dalle interrogazioni e interpellanze presentate in Provincia nel 2006 da Superti, Gugliermetto e altri, nonché dalle sollecitazioni esercitate da Torchio nei confronti dei ministri Fioroni e Rutelli.
Fatto sta che, a restauro del palazzo completato, restava indefinito il soggetto che avrebbe dovuto assicurare la gestione tecnica, organizzativa e amministrativa del Centro per il restauro degli strumenti liutari. Restava solo una traccia sul sito di Maratonarte, che parla della “scuola di restauro di strumenti musicali a Cremona, articolata in tre filoni: conservazione e restauro; studio, documentazione e ricerca; scuola di alta formazione”. E restava l’accordo siglato dal sindaco Corada con il rappresentante dell’Opificio delle pietre dure di Firenze, “finalizzato ad ottenere una consulenza altamente qualificata sulle forniture per il funzionamento del Centro nazionale per il restauro e la conservazione di strumenti musicali”.
Da questo sintetico excursus, appare chiaro che il Centro per il restauro non è mai nato. E’ mancato, infatti quell’anello fondamentale di cui parla la metodologia dei distretti culturali della Cariplo: quella conservazione programmata che suggerisce di “mettere a frutto gli interventi di restauro ai fini della crescita del capital umano”.
Alla fine, Comune e Provincia sono rimasti col cerino in mano, ma sarebbe ingeneroso pretendere che con gli scarsi mezzi a disposizione possano provvedere ad un organismo che, come l’Opificio di Firenze o l’Istituto per il restauro di Roma, andrebbe collocato nel Ministero dei beni culturali.
Sarebbe tuttavia un peccato abbandonare la partita.

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