Cives Cremona

29 aprile 2010

Non tutte le Liberazioni sono uguali

Filed under: Antologia — Cives Cremona @ 07:00

L’opinione pubblica italiana solo di recente è venuta pienamente a conoscenza dell’esodo che ha costretto noi Dalmati, unitamente ai Fiumani e Istriani a lasciare Zara e le altre terre della Dalmazia. Le cifre dicono che gli esuli sono stati 360mila, senza mettere in conto i morti, infoibati in Istria e affogati nel mare Adriatico.
In Italia si festeggia la giornata della Liberazione, ma c’è una piccola differenza tra l’essere stati liberati dagli americani e l’essere stati liberati dai nazionalcomunisti di Tito.
Oggi ci si chiede come mai questo dramma sia stato ignorato per cinquant’anni. Evidentemente a molti la verità non faceva comodo e i molti dovevano essere in tanti. Così i tanti hanno semplicemente mistificato la verità tacendo. Dopo cinquant’anni se ne parla e il Parlamento ha istituzionalizzato, votando all’unanimità, il Giorno della memoria…Così si può sperare che i nostri pronipoti abbiano l’opportunità di apprendere queste vicende sui libri di scuola.

Ottavio Missoni
(Dall’appendice al libro: Zara. Due e più facce di una medaglia, di Paolo Simoncelli, editore Le Lettere).
Il libro racconta del conferimento della medaglia d’oro al valor militare al gonfalone dell’ultima amministrazione italiana di Zara, della cerimonia convocata al Quirinale e poi rinviata. Da qui un giallo politico-diplomatico, che affronta i difficili rapporti con la Jugoslavia prima e la Croazia poi e che ricostruisce le angosce diplomatiche italiane di fronte alla logica storica.

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27 aprile 2010

Servizi di cura e lavoro femminile

Filed under: Società — Cives Cremona @ 07:00

Il lavoro delle donne in Italia tra opportunità e ostacoli è il tema di una ricerca effettuata da alcuni ricercatori dell’Università di Torino per conto del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro). La ricerca analizza la condizione del lavoro femminile e le politiche che lo incentivano, soffermandosi su quelle che possono favorire la conciliazione tra lavoro e incombenze materne.
Presentiamo una sintesi delle osservazioni in merito all’offerta di asili nido, considerato l’interesse che l’argomento può avere per le amministrazioni locali.

In Italia la proporzione dei posti disponibili in asili nido, rispetto al numero di bambini con meno di tre anni, è tra le più basse d’Europa: l’11% contro il 35-40% di Svezia e Francia e il 50% della Danimarca. La disponibilità è molto disomogenea anche all’interno del Paese, dove si va dal 27,5% dell’Emilia Romagna all’1,5% della Campania. Anche gli orari di apertura sono più limitati che altrove e con grandi differenze tra regioni.
Anche i costi sono più alti rispetto agli altri paesi. La spesa media mensile delle famiglie (2008) è di 300 euro, ma si va dai 221 del Sud ai 364 del Nord. I costi sono coperti per il 60% dagli enti locali e per il 40% dalle famiglie. La spesa a carico dei comuni è mediamente di 600 euro, con un massimo di 892 euro  in Val d’Aosta e un minimo di 285 euro in Basilicata. Dati i vincoli di bilancio degli enti locali, è aumentata la quota dei nidi privati, che rispondono meglio alla domanda di orari flessibili e che sono passati dal 7% del totale nel 1997 al 42% del 2008.
Quello che non fanno gli asili nido, in Italia è fatto dai nonni, che sono il principale aiuto (a costo zero) nella cura dei figli. Il 24% dei bambini italiani è accudito giornalmente ai nonni (è solo il 7% in Germania), ma questa risorsa è destinata a diminuire, sia per la loro disponibilità, sia per la maggiore lontananza  dai figli.
Poiché si ritiene che le difficoltà di cura siano la causa della diminuzione di nascite, si sono messi a confronto gli indici di fecondità con la disponibilità di nidi. Si è così osservato che dove la copertura dei nidi è elevata è più alta l’occupazione femminile e che il numero delle nascite è più alto.
Va segnalato che la scarsità di asili nido dipende anche dalla resistenza al loro utilizo da parte delle famiglie italiane. Una ricerca della Banca d’Italia (del 2008) rivela che il 58% delle famiglie preferisce accudire i figli a casa. Per questa ragione, secondo l’Unione Europea occorre prestare molta attenzione alla qualità dell’assistenza, che dipende in parte (ma non esclusivamente) dalla dimensione delle classi. La media europea per classe è di 3 per i bambini più piccoli e di 6,4 per i più grandi. Il Italia, le medie sono rispettivamente di 5-6 e di 7-10; anche per questo, sotto il profilo della qualità, l’Italia si classifica al decimo posto (su 15).
La ricerca evidenzia dunque ampi spazi di intervento per gli enti locali, al fine di recuperare in termini di numeri e di qualità. Ma segnala anche l’opportunità, suggerita dal Documento Italia 2020, di valorizzare la peculiarità italiana dei nonni al fine di conciliare lavoro femminile e famiglia.
 

25 aprile 2010

Tutte le bandiere del 25 aprile

Filed under: Editoriali — Cives Cremona @ 07:00

La minaccia dei giovani comunisti cremonesi di contestare la presenza del sindaco Perri e del presidente Salini alla celebrazione del 25 aprile è stata criticata in una lettera alla Provincia del 21 aprile da Vincenzo Montuori, che precisa in modo sintetico e chiaro come la festa della Liberazione “non è la festa di una parte (come qualche revisionista vuol far credere), ma il primo atto fondativo della repubblica nata sulle ceneri del fascismo”. Soggiungendo che è diritto e dovere delle istituzioni di rappresentare nell’occasione tutti i cittadini, “mettendo per un giorno da parte le loro convinzioni politiche”. Altrettanto sintetica e chiara la replica del direttore del giornale, che si chiede “perché mai Perri e Salini dovrebbero mettere da parte le loro convinzioni”, non risultandogli che abbiano mai messo in discussione i valori fondanti della repubblica.
In effetti, l’argomentazione di Montuori (come quella analoga di Azzoni sulla Provincia del 23 aprile) sembra rivelatrice di un sotterraneo sospetto nei confronti degli attuali rappresentanti istituzionali, attesi alla prova dei loro discorsi e delle loro scelte. Nonché nei confronti della revisione storica sulla Liberazione e sulla Resistenza, che pure ha avuto il merito di mettere in discussione l’egemonia di una parte politica su quegli avvenimenti.
Che le pregiudiziali politiche e ideologiche siano dure a morire è dimostrato dall’accusa di mistificazione, rivolta da qualche storico a Ciampi e a Napolitano in visita a Cefalonia, per avere celebrato, rispettivamente nel 2001 e nel 2007, la condotta della Divisione Acqui come “primo atto di resistenza”. Eppure, il gesto e l’affermazione dei due presidenti miravano alla ricerca di quella memoria condivisa, che dovrebbe essere lo scopo di tutti i partiti, di tutti i movimenti e di tutti i singoli cittadini che hanno condannato e combattuto il fascismo. Una memoria condivisa necessariamente larga, che intende celebrare nello stesso giorno la Liberazione dalla guerra, la Liberazione dalla dittatura fascista, la Liberazione dall’occupazione tedesca dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.
La Liberazione così intesa, come l’ha vissuta la grande maggioranza degli italiani, ha diversi protagonisti. Comincia con lo sbarco in Sicilia e prosegue con la sanguinosa risalita della penisola degli eserciti alleati, durante la quale i soldati americani, inglesi, polacchi, australiani, assieme agli italiani del Regno del Sud, hanno lasciato sul terreno 65mila morti e 30mila dispersi. Ha il sigillo nella guerra partigiana nelle montagne del Centro Nord, la Resistenza dei “ribelli” delle formazioni di diverso orientamento politico, con i suoi 18mila morti, che affonda le sue radici nell’opposizione clandestina al regime fascista, coltivata nelle cellule di partito, nell’esilio e negli oratori.
Questa storia crudele non merita di essere piegata ad interessi politici di nessun colore. Il 25 aprile deve essere l’occasione per spiegare la storia, non per usarla. Per essere festa di tutti, non può avere una sola bandiera, ma tutte le bandiere di coloro che per la Liberazione hanno sacrificato la vita.

23 aprile 2010

Crisi di rappresentanza per il volontariato

Filed under: Società — Cives Cremona @ 15:37

“Momento difficile per il volontariato” è il titolo di una inchiesta di Giuliana Biagi su Cronaca de 22 aprile, che mette l’accento sulle cause prossime delle difficoltà: la riduzione dei finanziamenti comunali; il ritiro della Provincia dal Centro studi per il disagio giovanile; le difficoltà del servizio di coordinamento (Cisvol) e di rappresentanza (l’inattività del Forum).
Il moderno volontariato ha radici profonde e si alimenta dello stesso spirito caritativo e degli stessi sentimenti di solidarietà che hanno animato le Confraternite e le Misericordie medievali, le Opere pie e le Congregazioni di carità, fino alle Società di mutuo soccorso. La crisi di cui si parla oggi non nasce quindi dallo smarrimento della sua natura, che resiste tuttora, ma piuttosto dal contesto sociale e giuridico in cui si trova ad operare.
Ha inteso bene il senso della crisi il responsabile della Caritas, don Antonio Pezzetti, in una intervista a Vita Cattolica. “I tanti gruppi e le associazioni presenti nel territorio devono fare sinergia per meglio farsi rappresentare ai vari tavoli di settore e di zona”, dice don Antonio. “E’ necessario valorizzare tutte le persone che vivono la prossimità e coinvolgere in rete tutti gli attori del mondo del volontariato”. Tanto più che questo sta diventando nei programmi della Regione il perno del nuovo stato sociale.
Anche il mondo del volontariato soffre infatti della stessa atomizzazione che colpisce la società. Basti pensare che il sito del Cisvol censisce ben 535 associazioni di varia natura e che, a livello nazionale, i soggetti ai quali è stata attribuita una quota del 5 per mille sono stati lo scorso anno più di 46mila (77mila nel 2008).
Bisogna anche dire che la normativa vigente sembra fatta apposta per incentivare la dispersione delle iniziative. Una miriade di piccoli soggetti (di volontariato, di promozione sociale, sportivi, circoli) convivono con grosse fondazioni di ricerca, con note organizzazioni non governative, con ottomila comuni e non sappiamo quante parrocchie. E nessuno (o forse pochi) hanno saputo resistere all’allettamento della registrazione e dei vantaggi connessi, sobbarcandosi le connesse complicazioni burocratiche (fino al modulo Eas somministrato dall’Agenzia delle entrate).
Il risultato di questa frammentazione è che, dei 380 milioni di euro distribuiti l’anno scorso, 60 milioni sono andati alla Ricerca sul cancro (Veronesi), 9 a Medici senza frontiere, altri 9 ad Emergency. Alle piccole associazioni arrivano le briciole. Per cui occorrerebbe chiedersi se non sia il caso di ripensare tutta la legislazione in materia, magari per favorire gli strumenti di aggregazione piuttosto che le singole associazioni.
E’ di oggi la notizia che le grandi confederazioni del commercio e dell’artigianato hanno deciso di costituire una confederazione di secondo livello, in grado di rappresentare i piccoli imprenditori nei confronti delle istituzioni. Può essere un esempio anche per il volontariato.

20 aprile 2010

Il federalismo e il campanile

Filed under: Provincia — Cives Cremona @ 07:00

Con l’avvento delle regioni si cominciò a discutere di un nuovo assetto delle autonomie locali e fu anche proposto di abolire le province per sostituirle con i comprensori. Gli amministratori delle province erano in prevalenza contrari alla loro abolizione (lo sono anche oggi quando se ne parla), per una legge sociologica di immedesimazione nell’istituzione di appartenenza.
Nessuna meraviglia quindi se il presidente del circondario cremasco Perrino, sentendosi toccato nella carica, dichiara che il decreto legge che sopprime (tra l’altro) i circondari è una “porcheria” e che i sindaci del Cremasco continueranno comunque la proficua collaborazione intrapresa quale che sia il destino del circondario, in nome degli interessi del territorio. La richiesta di Perrino ha trovato una sponda nel presidente Salini, che reputa i circondari utili ai cittadini, e anche nella senatrice Fontana, che vede nell’abolizione dei circondari un attacco al vero federalismo. Atteggiamenti comprensibili, in considerazione della forte identità del territorio di cui trattasi.
Ma il taglio dei circondari fa parte del decreto legge 2/2010, con cui il Governo ha anticipato alcune norme contenute nel disegno di legge sulla riforma delle autonomie locali all’esame del Parlamento, con lo scopo (tra l’altro) di contenere le spese degli enti locali. Altri tagli riguardano il difensore civico nei comuni, le circoscrizioni di decentramento comunale, il direttore generale, i consorzi di funzioni tra enti locali, le autorità d’ambito. Il disegno di legge di riforma, noto anche come “codice delle autonomie”, ridisegna il sistema dell’amministrazione locale italiana, definendo meglio i compiti dei vari enti, eliminando enti intermedi, alleggerendo le strutture, semplificando le procedure, ridefinendo il patto di stabilità e introducendo nuove norme sui dirigenti e sui controlli.
Si tratta quindi di un testo che almeno nelle intenzioni prefigura una amministrazione locale più razionale ed efficiente e che non dovrebbe essere compromesso da aggiustamenti dettati da spinte campanilistiche o da interessi di categoria o di casta. Ci sembra pertanto dannoso cominciare a demolirlo nei vari particolari, oggi i circondari, domani magari le comunità montane o le circoscrizioni.
In fin dei conti, l’autonomia (e il federalismo) non si misura dal numero delle poltrone e tanto meno dalla sovrabbondanza di istituzioni. Si alimenta meglio con la partecipazione non formalizzata dei gruppi sociali alla vita amministrativa. Per tornare da dove siamo partiti (il Circondario cremasco) potrebbe bastare una consultazione regolare con i sindaci da parte del presidente della Provincia, unico ente sovracomunale con competenze territoriali. La sostanza sarebbe salva e il campanile non ne risentirebbe

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