Cives Cremona

15 aprile 2010

La giravolta della Popolare

Filed under: Economia — Cives Cremona @ 10:35

Agli inizi degli anni ’90, il professor Ruozi, rettore della Bocconi, presentando all’Associazione professionisti di via Palestro il testo unico delle leggi bancarie, avvertiva che sulle banche locali incombeva una scelta: rimanere piccole e rispondere quindi alle esigenze delle piccole imprese e delle famiglie, o ingrandirsi per svolgere tutti i servizi e le attività che l’economia globale richiede.
In questi giorni, la stampa locale ha dato molta enfasi al rinnovo delle cariche della Banca Popolare di Cremona, parlando di rinnovamento e anche di svolta. In effetti, il direttore generale Stefano Bolis, nell’intervista alla Provincia del 13 aprile, ha detto: “vogliamo riappropriarci del ruolo che ci spetta, quello cioè di banca del territorio; saremo sempre di più banca locale, ‘corta’, vicina alle esigenze dei settori produttivi e delle famiglie”. Ci sono così venute in mente le parole di Ruozi di circa vent’anni fa, ma anche il cammino tortuoso che la banca cremonese ha percorso per arrivare a riscoprire oggi la sua originaria missione e per operare più che una svolta una giravolta.
Di questo cammino troviamo solo un sintetico accenno nel profilo storico della banca che, dopo aver elencato le tappe gloriose del suo sviluppo dal 1985, così conclude: “a seguito della politica di concentrazione in grandi gruppi bancari portata avanti dalla Banca d’Italia, nell’anno 2003 in un’ottica di rafforzamento dell’istituto, la Banca Popolare di Cremona stipulava i patti parasociali per una operazione di fusione con la Banca Popolare di Lodi, fusione che avveniva tramite una offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata dalla Banca Popolare di Lodi sul capitale della Cremona, che terminava il 21 novembre 2003”.
Cives ha rievocato la sostanza di quel cammino in un post del 27 febbraio 2009 (La Popolare alla ricerca del tempo perduto), nel momento in cui i consiglieri della Popolare e i rappresentanti delle categorie economiche avevano paventato il pericolo di una incorporazione nella Lodi, con azzeramento del gruppo dirigente locale e conseguenti effetti negativi sull’economia locale. Avevamo allora ricordato che, per “rafforzare” la banca, il Consiglio della Popolare, presieduto da Maestroni e formato dai rappresentanti delle categorie economiche, aveva trasformato la cooperativa in società di capitali e si era prestato all’offerta pubblica di acquisto (Opa) lanciata dalla Lodi, che avrebbe portato nelle tasche degli azionisti 660 milioni di euro. Avevamo anche ricordato che la banca era poi stata trascinata nel girone infernale di Fiorani ed alla fine era entrata a far parte del Banco Popolare di Verona.
Per l’ambizione della crescita e l’allettamento di lauti guadagni la Popolare aveva fatto la fine della rana di Fedro (che era scoppiata per voler assomigliare al bue). Fuor di metafora aveva perso ogni autonomia ed era diventata una piccola pedina all’interno del Banco Popolare, una cooperativa holding cui fanno capo una dozzina di popolari, una ventina di banche specializzate e una ventina di società strumentali.
Questa è la condizione attuale ed è la ragione per cui il rinnovo del consiglio (su cui torneremo) e la giravolta strategica annunciata dal direttore generale Bolis non sono una garanzia per il territorio. A chiarire questo concetto ci ha pensato l’amministratore delegato del Banco Popolare, Pier Francesco Saviotti (banchiere di lunga esperienza), in un intervento riportato dalla Provincia di oggi 15 aprile, in cui precisa che la cessione della Popolare non è attualmente all’ordine del giorno, ma potrebbe essere decisa in caso di necessità e a condizioni adeguate.
La giravolta è dunque piena di incognite.

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