Cives Cremona

21 giugno 2010

Chi comanda nelle partecipate?

Filed under: Aziende Pubbliche — Cives Cremona @ 07:00

Sulla Provincia di ieri (20 giugno), Martino Boschiroli, consigliere comunale di Crema, si fa interprete delle preoccupazioni dei sindaci del Cremasco, in merito al conferimento di reti e impianti alla società LGH. Boschiroli sostiene che “prima di parlare degli scenari futuri del capitale”, occorrerebbero “cifre precise sulle passività, sulle previsioni di investimento, sulla organizzazione societaria. Nessuno fino ad oggi ha mostrato questi numeri, né il rapporto costi/benefici per Scrp e per il Cremasco”
Anche altri sindaci del Cremasco (intervistati dalla Provincia) esprimono preoccupazione per scarsa chiarezza nei rapporti, per la carenza di informazioni, per la perdita di potere del territorio. Achille Zanini, sindaco di Monte Cremasco riferisce: “Avevamo affidato al Consorzio cremasco la gestione del gas, poi il Consorzio è entrato in LGH. Oggi la legge ci consente di anticipare al 2010 la scadenza della concessione. Il 23 gennaio abbiamo chiesto ad LGH di avere i dati necessari per procedere alla gara; a febbraio ci hanno risposto che servivano 90 giorni; siamo a giugno e non abbiamo avuto nessuna risposta”. Zanini dubita che il comportamento sia dilatorio, allo scopo di procrastinare la scadenza al 2012. E conclude: “Questa è l’attenzione che LGH riserva al territorio?”
Che le partecipate tendano ad essere corpi separati rispetto ai comuni che le hanno generate non è una novità. Abbiamo già evocato il potere della tecnostruttura in alcuni recenti post. Ma un commento, inviato dall’avvocato Massimo Bongiovanni di Torino (v. L’irresistibile crescita delle “partecipazioni comunali”), ne offre un esempio dimostrativo. Il caso è questo. Iride (la grande mutiutility di Torino e Genova) ha deliberato la fusione con Enìa  (altrettanto grande multiutility di Reggio Emilia, Parma e Piacenza), dando vita alla nuova società Iren.
Osserva Bongiovanni che “la tutela dell’Interesse pubblico nel suo conflitto con l’interesse di capitali privati richiede che il capitale sociale della società incorporante post fusione debba essere detenuto in maniera rilevante e comunque non inferiore al 51% dai soggetti pubblici. Si rendeva quindi necessaria una modifica statutaria in tal senso. Ma, nonostante la modifica fosse stata richiesta dal consiglio comunale di Genova e dalla Consob, “ad oggi tale tutela non è stata attuata”.

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17 giugno 2010

Dove ci porta il business

Filed under: Aziende Pubbliche — Cives Cremona @ 07:00

Il presidente Pasquali sostiene la necessità di far crescere LGH, allo scopo di renderla competitiva con le  aziende più grandi, come ad esempio A2A, la ex municipalizzata di Milano e Brescia. Per cercare di capire quale potrebbe essere il futuro della “nuova grande multiutility”, abbiamo estratto dalle cronache economiche recenti alcune notizie che, sia pure in modo empirico, possono aiutare a immaginarlo.

1 – A2A è pronto a sfidare  l’Enel sul nucleare
Il presidente del consiglio di gestione, Giuliano Zuccoli, sostiene che “serve un polo alternativo, capace di reggere il confronto con Enel ed Edf”.

2 – Milano-A2A-Renault
Il comune di Milano ha lanciato la collaborazione con A2A e Reanult. Il triangolo istituzioni-utility-costruttori prevede l’installazione di 200 punti di distribuzione a Milano e 70 a Brescia. Il presidente Zuccoli ha annunciato che durante la sperimentazione le auto verranno date in affitto a 500 euro al mese e che A2A certificherà l’energia come rinnovabile.

3 – Scontro tra A2A e Edison
      A2A ha investito in Edison 1 miliardo di euro, ma poiché Edison à controllata da Edf (Electricitè de France), il capitale è immobilizzato. Per uscire da questo condizionamento, occorrerebbe coinvolgere nella società grandi banche e fondazioni, considerato che “il modello di società controllato dai comuni, per quanto grandi, è superato”

4 – I debiti di A2A
L’indebitamento di A2A (oltre 4 miliardi di euro) è considerato dal mercato troppo elevato. L’indebitamento è dovuto agli investimenti fatti in Montenegro (400 milioni) e, in precedenza, nelle centrali di Gissi e Scandale (500 milioni) oggi ferme.Per ridurre l’indebitamento A2A ha venduto una quota della società svizzera Alpiq, realizzando una plusvalenza di oltre 200 milioni.

5 – I dividendi inesistenti di A2A
Il comune di Milano ha messo a bilancio 15 milioni di dividendi per la sua quota di A2A- Il comune di Brescia, 60 milioni. Ma, stando alle stime, il risultato (alla fine del terzo trimestre) sarebbe di 2 milioni. Per cui, se vorrà accontentare gli azionisti la società dovrà attingere alle riserve.

6 – I cittadini non contano niente
Pochi giorni fa, in occasione della ricorrenza dei cento anni di Asm, in Santa Giulia a Brescia, la consigliera comunale Laura Castelletti ha detto che “la specificità bresciana non ha più valore: A2A è una società che di locale ha solo la distribuzione, cioè cittadini/clienti che valgono molto ma contano poco”

14 giugno 2010

L’irresistibile crescita delle “partecipazioni comunali”.

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La gestione dei servizi pubblici locali tra privatizzazione e decentramento” è il tema di un seminario, svoltosi a Vicenza il 27 aprile, a cura della Scuola superiore della pubblica amministrazione locale (Sspal) del Veneto e Friuli Venezia Giulia, relatore Gian Carlo Corò, del Dipartimento di scienze economiche di Cà Foscari.
L’argomento ci è sembrato attinente alla decisione che sta maturando a Cremona, circa il cosiddetto rafforzamento della società LGH, mediante il conferimento dei principali cespiti patrimoniali di Aem spa e il conseguente svuotamento della società patrimoniale del Comune. Per questa ragione, abbiamo cercato di trovare qualche spiegazione teorica che illuminasse la ragion pratica ispirata all’imperativo “crescere” del presidente Pasquali.
Spulciando nella presentazione del relatore, abbiamo innanzitutto trovato una conferma al progetto di fusione con Acegas-Aps. Il relatore, parlando delle aggregazioni in corso, riferisce che, “in questi giorni è stato annunciato il programma di fusione tra Acegas-Aps e Linea Group con la creazione di un gruppo da 1 mld € di fatturato”. Siamo dunque  molto più avanti di quanto non vogliano far intendere Pasquali e Albertoni, intenti a traquillizzare i consiglieri comunali, sulla cui testa è stata decisa la fusione e presumibilmente (viste le dichiarazioni possibiliste di Pasquali) la quotazione di borsa.
A proposito delle aggregazioni in corso da oltre 10 anni, il relatore osserva che “il fenomeno è guidato soprattutto dalla ricerca di economie di scala nella produzione di energia e nell’approvvigionamento di gas”, che ha portato alla creazione di alcuni gruppi industriali di livello europeo – si tratta di A2A, Acea, Iride, Enìa, Hera – che sono appunto i modelli concorrenti cui si ispira la febbre della crescita.
Ma poiché i servizi pubblici locali non sono tutti uguali, il relatore presenta un diagramma in cui si evidenzia che, per l’appunto, le economie di scala sono alte nel trading e nella produzione, ma sono basse nella distribuzione di energia e gas, nella raccolta rifiuti e nell’erogazione dell’acqua, business locali con maggior legame con il territorio.
Scorrendo la presentazione del professor Corò, siamo stati anche assaliti da un sospetto: che la fretta con cui si vuol chiudere la faccenda sia anche ispirata dal desiderio di quotare in borsa la nuova società (Acegas-Aps è già quotata), in quanto le società quotate godrebbero (secondo Corò) di una forma di affidamento facilitata (che non guasta, anche per chi dice di battersi per la concorrenza). Ma più semplicemente, forse, la fretta è compagna dell’irresistibile tendenza a crescere delle “partecipazioni comunali”.

11 giugno 2010

Qualche riflessione e una proposta sul bilancio provinciale

Filed under: Provincia — Cives Cremona @ 07:00

Antonio Milanesi, di Albatros, ci ha inviato alcune riflessioni e una proposta in merito al bilancio dell’Amministrazione provinciale. Ne pubblichiamo un’ampia sintesi.

Il presidente Salini invoca spesso il principio di sana conduzione aziendale, con ciò alimentando le aspettative di quanti sono rispettosi della professionalità altrui. Analizzando il commento al bilancio 2010, pubblicato dall’Amministrazione provinciale, non troviamo tuttavia valutazioni in linea con la gravità dell’andamento della spesa della nostra provincia. Per cui, non esistendo la consapevolezza del passato, diventa difficile proporre le soluzioni per il futuro.
L’ottimo commento che appare in internet, segno di una marcata ed innovativa professionalità, è però un commento da tecnici addetti ai lavori, che si preoccupano (giustamente) più dell’integrità dei dati e della loro forma che della loro divulgazione.
Ciò di cui avremmo bisogno è il confronto con i casi di eccellenza e l’analisi della tendenza, per capire “da dove veniamo e dove stiamo andando”. Insomma, una sorta di “bilancio sociale”, che presenti il valore delle prestazioni richieste al cittadino (le tasse) e come quel valore venga trasformato in servizi, trasferimenti, momenti organizzativi. Con un po’ di fantasia, potremmo dire che il “bilancio sociale” sta a quello tradizionale come gli indicatori di qualità della vita stanno al prodotto interno lordo di un paese.
Il bilancio della nostra amministrazione si mantiene in linea con il passato:
– fiscalità spinta ai massimi di legge su tutti i fronti, confermando che quella di Cremona è la fiscalità più elevata di tutte le province lombarde;
– spese correnti per abitante oltre la media della Lombardia, che dimostrano l’impossibilità di domare un fenomeno ormai divenuto uno standard della nostra costosissima amministrazione provinciale;
– quindi rigidità della spesa, incapace di proporzionarsi nel breve periodo alle oscillazioni delle entrate;
– struttura inefficiente, perché caratterizzata da un elevatissimo organico di personale, la cui parte principale è indirizzata verso le spese generali, molto spesso sganciate dai servizi diretti.
Ora, tutto ciò arriva da lontano, ma se non si dice chiaramente che si parte da un bilancio anarchico e disastrato e ci si limita ad evidenziare con la matita blu i piccoli ritocchi, derivanti principalmente da nuovi modi di indirizzare i conti, non saremo in grado di rispondere al bisogno di fondo sopra accennato.

Concludiamo con una specifica proposta, che prende le mosse dalla struttura demografica del personale della provincia di Cremona, rappresentata nella tabella che segue (fonte: Ministero dell’interno).

Gruppi di età Fino a 29 30 – 39 40 – 49 50 -59 60 e +
% 8,2 30,0 34,7 23,4 0,7

 Dalla la struttura per età, appare evidente che, anche bloccando il turnover, non c’è speranza di raddrizzare la situazione nel prossimo quinquennio. Perché dunque non provare a trasferire gratuitamente il personale in eccesso ai comuni ? Daremmo un senso a questi costi, pur nel loro eccesso!

9 giugno 2010

Il “caso Pizzoni”

Filed under: Storia — Cives Cremona @ 07:00

La proposta di Antonino Rizzo (Cronaca del 7 giugno), di dedicare una via ad Alfredo Pizzoni, offre l’occasione per recuperare la memoria di un protagonista di primo piano della resistenza al fascismo, letteralmente cancellato dai libri di storia, per la sua estrazione borghese e liberale. Solo negli ultimi anni, due libri hanno ne hanno ricostruito la vicenda umana e politica: La Resistenza cancellata, di Ugo Finetti (Ares, 2003) e Il banchiere della Resistenza, di Tommaso Piffer (Mondadori, 2005).
Il profilo di Pizzoni (nato a Cremona nel 1894, figlio di un generale dell’esercito) è quello di un giovane intelligente, tenace e coraggioso, sensibile agli ideali patriottici e irredentisti del suo tempo, ma versato anche negli studi economici e nella pratica bancaria. Sarà infatti ufficiale dei bersaglieri nella guerra 15-18, dove meriterà una medaglia d’argento, e seguace di D’Annunzio nell’avventura fiumana. In seguito, sarà in Inghilterra, dove si diplomerà alla London school of economics e completerà l’apprendimento delle lingue straniere. Laureato in legge a Pavia nel 1920, verrà assunto dal Credito italiano, dove inizierà una carriera che lo porterà, dopo la guerra, ad assumerne la presidenza.
Durante il fascismo, dopo una frequentazione con il gruppo milanese di Giustizia e Libertà, che gli provocò discriminazioni in banca, si dedicò alla famiglia e al lavoro, aderì formalmente al partito fascista nel 1933 e, allo scoppio della guerra, partì volontario con il grado di maggiore. Nel gennaio del 1942, il piroscafo che lo trasportava in Cirenaica con il suo battaglione fu silurato dagli inglesi. Congedato per motivi di salute, il suo comportamento in quella circostanza gli meritò una medaglia di bronzo al valore.
Come scriverà nei suoi diari (1), Pizzoni, pur certo della sconfitta, riteneva che il suo primo dovere fosse verso la patria, ed era convinto che solo l’esercito avrebbe potuto restare un punto di riferimento dopo il crollo delle strutture dello stato.
Personalità dunque non priva di contraddizioni, che approderà ad una scelta decisiva al momento della caduta del fascismo, nel luglio del 1943, allorché assunse la presidenza del Comitato antifasciata di Milano, formato da liberali, democristiani, comunisti, socialisti e azionisti. Dopo l’8 settembre 1943, fu presidente del Comitato di liberazione nazionale lombardo e, dal 1944, presidente del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (Clnai), funzione in cui fu elemento di equilibrio tra i partiti del Cln e tra questi e gli angloamericani.
La sua estraneità ai maggiori partiti e le posizioni di deciso contrasto alle pretese egemoniche dei comunisti nel biennio della sua presidenza, fecero sì che, a liberazione avvenuta, il 27 aprile del 1945, mentre era in missione al Sud, fosse sostituito dal socialista Rodolfo Morandi.
Finisce così la sua storia politica e inizia quello che Finetti definisce il “caso Pizzoni”, quello di un protagonista di primo piano della guerra di liberazione, cancellato dai libri di storia dagli storici di regime (come tanta altra parte della “Resistenza cancellata”), allo scopo di diffondere la vulgata comunista della guerra di liberazione.
Eppure, anche la biografia dell’Anpi riconosce oggi che la sua esperienza professionale e le sue conoscenze internazionali gli permisero di condurre in porto importanti operazioni per il finanziamento delle formazioni partigiane e, con i “protocolli di Roma” del dicembre 1944, di ottenere dagli angloamericani il riconoscimento ufficiale del Comitato di Liberazione come unico centro coordinatore dell’attività resistenziale.
Ma il “caso Pizzoni”, prima che sui libri di storia, era nato dai contrasti con i componenti comunisti del Cln. Nell’agosto del 1944, quando aveva sostenuto – contro il parere di Pajetta e Parri – la designazione, da parte del governo Bonomi, del generale Raffaele Cadorna a comandante del Corpo volontari della libertà. E ancora nel dicembre del 1944, quando aveva negoziato con gli angloamericani quei “protocolli di Roma” che, da un lato misero fine alle velleità comuniste di una insurrezione anticipata, dall’altro garantirono alle formazioni partigiane le risorse necessarie per fronteggiare il durissimo inverno 1944-45.
Ecco perché, “se la memoria non ha colore” (come scrive Rizzo)  , sarebbe bene dedicare una via ad Alfredo Pizzoni e chiudere in questo modo degnamente il suo caso.

(1) I diari di Pizzoni, dopo la sua morte avvenuta nel 1958, furono “incautamente” consegnati dai familiari alla casa editrice Einaudi, che ne fece un’edizione ridottissima. Furono ristampati dal Mulino nel 1995.

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