Cives Cremona

9 giugno 2010

Il “caso Pizzoni”

Filed under: Storia — Cives Cremona @ 07:00

La proposta di Antonino Rizzo (Cronaca del 7 giugno), di dedicare una via ad Alfredo Pizzoni, offre l’occasione per recuperare la memoria di un protagonista di primo piano della resistenza al fascismo, letteralmente cancellato dai libri di storia, per la sua estrazione borghese e liberale. Solo negli ultimi anni, due libri hanno ne hanno ricostruito la vicenda umana e politica: La Resistenza cancellata, di Ugo Finetti (Ares, 2003) e Il banchiere della Resistenza, di Tommaso Piffer (Mondadori, 2005).
Il profilo di Pizzoni (nato a Cremona nel 1894, figlio di un generale dell’esercito) è quello di un giovane intelligente, tenace e coraggioso, sensibile agli ideali patriottici e irredentisti del suo tempo, ma versato anche negli studi economici e nella pratica bancaria. Sarà infatti ufficiale dei bersaglieri nella guerra 15-18, dove meriterà una medaglia d’argento, e seguace di D’Annunzio nell’avventura fiumana. In seguito, sarà in Inghilterra, dove si diplomerà alla London school of economics e completerà l’apprendimento delle lingue straniere. Laureato in legge a Pavia nel 1920, verrà assunto dal Credito italiano, dove inizierà una carriera che lo porterà, dopo la guerra, ad assumerne la presidenza.
Durante il fascismo, dopo una frequentazione con il gruppo milanese di Giustizia e Libertà, che gli provocò discriminazioni in banca, si dedicò alla famiglia e al lavoro, aderì formalmente al partito fascista nel 1933 e, allo scoppio della guerra, partì volontario con il grado di maggiore. Nel gennaio del 1942, il piroscafo che lo trasportava in Cirenaica con il suo battaglione fu silurato dagli inglesi. Congedato per motivi di salute, il suo comportamento in quella circostanza gli meritò una medaglia di bronzo al valore.
Come scriverà nei suoi diari (1), Pizzoni, pur certo della sconfitta, riteneva che il suo primo dovere fosse verso la patria, ed era convinto che solo l’esercito avrebbe potuto restare un punto di riferimento dopo il crollo delle strutture dello stato.
Personalità dunque non priva di contraddizioni, che approderà ad una scelta decisiva al momento della caduta del fascismo, nel luglio del 1943, allorché assunse la presidenza del Comitato antifasciata di Milano, formato da liberali, democristiani, comunisti, socialisti e azionisti. Dopo l’8 settembre 1943, fu presidente del Comitato di liberazione nazionale lombardo e, dal 1944, presidente del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (Clnai), funzione in cui fu elemento di equilibrio tra i partiti del Cln e tra questi e gli angloamericani.
La sua estraneità ai maggiori partiti e le posizioni di deciso contrasto alle pretese egemoniche dei comunisti nel biennio della sua presidenza, fecero sì che, a liberazione avvenuta, il 27 aprile del 1945, mentre era in missione al Sud, fosse sostituito dal socialista Rodolfo Morandi.
Finisce così la sua storia politica e inizia quello che Finetti definisce il “caso Pizzoni”, quello di un protagonista di primo piano della guerra di liberazione, cancellato dai libri di storia dagli storici di regime (come tanta altra parte della “Resistenza cancellata”), allo scopo di diffondere la vulgata comunista della guerra di liberazione.
Eppure, anche la biografia dell’Anpi riconosce oggi che la sua esperienza professionale e le sue conoscenze internazionali gli permisero di condurre in porto importanti operazioni per il finanziamento delle formazioni partigiane e, con i “protocolli di Roma” del dicembre 1944, di ottenere dagli angloamericani il riconoscimento ufficiale del Comitato di Liberazione come unico centro coordinatore dell’attività resistenziale.
Ma il “caso Pizzoni”, prima che sui libri di storia, era nato dai contrasti con i componenti comunisti del Cln. Nell’agosto del 1944, quando aveva sostenuto – contro il parere di Pajetta e Parri – la designazione, da parte del governo Bonomi, del generale Raffaele Cadorna a comandante del Corpo volontari della libertà. E ancora nel dicembre del 1944, quando aveva negoziato con gli angloamericani quei “protocolli di Roma” che, da un lato misero fine alle velleità comuniste di una insurrezione anticipata, dall’altro garantirono alle formazioni partigiane le risorse necessarie per fronteggiare il durissimo inverno 1944-45.
Ecco perché, “se la memoria non ha colore” (come scrive Rizzo)  , sarebbe bene dedicare una via ad Alfredo Pizzoni e chiudere in questo modo degnamente il suo caso.

(1) I diari di Pizzoni, dopo la sua morte avvenuta nel 1958, furono “incautamente” consegnati dai familiari alla casa editrice Einaudi, che ne fece un’edizione ridottissima. Furono ristampati dal Mulino nel 1995.

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