Cives Cremona

30 settembre 2010

Ma la Costituzione tutela la Fondazione

Filed under: Enti e Fondazioni — Cives Cremona @ 07:00

Le posizioni espresse nel dibattito in consiglio comunale sulla Fondazione Città di Cremona, il decreto con cui il sindaco ha azzerato il consiglio di amministrazione della stessa, nonché altri interventi sulla stampa, mostrano come sia diffusa la convinzione che la Fondazione sia un’appendice del Comune, che i suoi consiglieri siano “delegati” del sindaco, che il patrimonio della Fondazione rappresenti la “cassaforte del Comune”. Tutto ciò, nonostante appaia chiaro come la normativa vigente garantisca alle fondazioni autonomia statutaria e gestionale ed escluda per i loro amministratori ogni vincolo di rappresentanza (anche se di nomina pubblica).
Su questi aspetti, Cives ha cercato di dare un contributo con i post I partiti e la Fondazione e Sull’autonomia delle fondazioni. Torniamo oggi sull’argomento per richiamare il fondamento costituzionale dell’autonomia delle fondazioni, dopo che, con l’entrata in vigore della Costituzione e con la creazione delle Regioni, il monopolio pubblico dell’assistenza introdotto dalla legge Crispi è entrato in conflitto con l’ articolo 38 della Costituzione, che riconosce la libertà dell’assistenza privata. Come ribadito da tre sentenze della Corte Costituzionale.
La Corte è intervenuta la prima volta sulla materia nel 1981 (sentenza 173), per dichiarare l’incostituzionalità della soppressione delle Ipab e del passaggio dei beni e del personale ai comuni, previsti dal Dpr 616/1977 all’articolo 25. In tale occasione, la Corte aveva rilevato che la legge Crispi del 1890, che aveva assoggettato al controllo statale tutti gli enti di beneficenza, anche privati o religiosi, aveva disciplinato istituzioni aventi uno “spessore storico del tutto peculiare”, ispirandosi a due principi fondamentali: il rispetto della volontà dei fondatori e i controlli, giustificati dal fine pubblico dell’attività svolta in situazione di autonomia.
La Corte è intervenuta una seconda volta nel 1987 (sentenza 195), rilevando come il regime giuridico delle Ipab sia caratte­rizzato dall’intrecciarsi di una disciplina pubbli­cistica in funzione di controllo, con una notevole permanenza di elementi privatistici, che confe­risce ad esse una impronta peculiare rispet­to agli altri enti pubblici. In presenza di tale peculiarità, la Corte sosteneva l’assoluta tipi­cità di questi enti pubblici, in cui con­vivono forti poteri di vigilanza e tutela pubblica con un ruolo ineliminabile e spesso decisivo della volontà dei privati.
Il terzo decisivo intervento della Corte è del 1988 (sentenza 396) e riguarda la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’articolo 1 della legge Crispi, nella parte in cui non prevede che le Ipab regionali e infraregionali possano continuare a sussistere assumendo la personalità giuridica di diritto privato, qualora abbiano tuttora i requisiti di un’istituzione privata. Questa sentenza della Corte è stata pronunciata in occasione di una controversia sorta tra l’Opera Pia Ospizio S. Anna di Bologna e la regione Emilia-Romagna, che aveva richiesto la cancellazione dell’Opera dal registro delle fondazioni private. Secondo la Corte, la norma della legge Crispi aveva prodotto una generalizzata pubblicizzazione delle istituzioni di assistenza, com­primendo in modo consistente la libertà dei privati di contribuire all’assistenza, in contrasto con il principio sancito dal precetto costituzionale.
La successiva normativa statale (2000 e 2001) ha recepito le decisioni della Corte e la legge regionale della Lombardia (n.1/2003) ha chiaramente optato per la libera scelta tra natura pubblica o privata della ex Ipab. Sulla base di questa legge, il comune di Cremona ha a suo tempo optato per la natura privata della Fondazione; sembrano quindi oggi contraddittorie, sia le decisioni dal Sindaco, sia le richieste di sottoporre a vincoli stringenti gli atti del consiglio di amministrazione.

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27 settembre 2010

La concorrenza secondo Rossetto

Filed under: Economia — Cives Cremona @ 07:00

Alcuni giorni fa, dopo l’apertura del nuovo supermercato Rossetto, le cronache locali hanno riportato il fatto seguente. Una persona, che stava rilevando i prezzi delle merci esposte al pubblico sugli scaffali, era stata invitata ad allontanarsi, in ottemperanza ad un cartello di divieto (fotografato dal giornale) che si rifaceva all’articolo 2 della legge 287/1990 e all’articolo 614 del Codice penale. Di fronte all’insistenza del “rilevatore”, il responsabile aveva anche chiesto l’intervento della pubblica sicurezza.
L’episodio aveva sollevato la nostra curiosità, ma poi l’avevamo scordato. Ieri, una pubblicità del supermercato Rossetto, trovata sotto al portone, ce l’ha fatto tornare in mente e siamo andati alle fonti normative su cui poggia l’imperioso cartello.
La legge 287/1990 ha come titolo “Norme per la tutela della concorrenza e del mercato”. L’articolo 2 di questa legge afferma che “sono vietate le intese tra imprese che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare in maniera consistente il gioco della concorrenza”, mediante accordi che abbiano – tra l’altro – lo scopo di fissare i prezzi. Lo scopo della legge dunque è proprio il contrario di quanto invocato dalla Rossetto. Il “rilevatore” era probabilmente un concorrente, che non voleva stringere alcun accordo con la Rossetto, ma voleva anzi raccogliere informazioni per fargli concorrenza. E’ curioso invocare contro la concorrenza altrui una legge che ha proprio lo scopo di favorire la concorrenza.
Forse una risposta più convincente ce l’avrebbe data l’articolo 614 del Codice Penale, che ci siamo affrettati a consultare. Ebbene, questo articolo stabilisce che “chiunque si introduce nell’abitazione altrui o in un altro luogo di dimora privata…contro la volontà” del titolare, “ovvero clandestinamente o con l’inganno è punito con la reclusione fino a tre anni”. Ma il supermercato non dovrebbe essere un luogo di scambio aperto al pubblico, che assicura la trasparenza con l’esposizione dei prezzi e dove si può uscire anche senza aver fatto la spesa? Qual è dunque la violazione commessa dal misterioso “rilevatore”?
E non dovrebbe essere compito di un osservatorio pubblico di rilevare i prezzi di tutti negozi in modo che il consumatore possa essere informato, magari on line, delle condizioni praticate sulla piazza? Non è questa la trasparenza che favorisce la concorrenza e che la legge tutela?

20 settembre 2010

I partiti e la Fondazione

Filed under: Enti e Fondazioni — Cives Cremona @ 07:00

In un nostro post del marzo 2009 (Torniamo allo “statuto”) avevamo segnalato la renitenza dei politici ad accettare lo spirito e la lettera della legge 142/1990, che aveva introdotto una netta distinzione tra le funzioni politiche, quelle di amministrazione e quelle di gestione.
Una riprova di questa renitenza è offerta dalla vicenda della Fondazione Città di Cremona, a proposito della quale le posizioni dei partiti ci sembrano tutte viziate (chi più, chi meno) da un presupposto erroneo: l’assimilazione della Fondazione ad un’azienda strumentale del Comune (come una municipalizzata o partecipata, o come un ente di emanazione comunale).
Ma le Fondazioni, derivate dalle Istituzioni di assistenza e beneficenza (le Ipab create da Crispi nel 1890), a loro volta derivate dalle Opere pie (sorte nel corso dei secoli), si trovano in una condizione completamente diversa rispetto al Comune. Esse godono di una autonomia statutaria che non ha nulla a che fare con lo statuto del comune, ma affonda le sue origini nelle tavole fondative, che la stessa legge Crispi aveva rispettato, affidando allo statuto di ciascuna istituzione la scelta della composizione dell’organo amministrativo.
Il fatto che lo statuto della Fondazione Città di Cremona ponga in capo al sindaco del Comune di Cremona la designazione degli amministratori non trasforma la Fondazione in un ente comunale. Persino gli amministratori delle vecchie Ipab, nonostante fossero nominati dal Comune, non potevano ritenersi “rappresentanti” del Comune, bensì rappresentanti della più ampia collettività che al Comune è territorialmente collegata. A maggior ragione, questo vale per gli amministratori delle fondazioni, costituite come enti privati, sulla base della legge del 2000 e del decreto legislativo del 2001.
Questa normativa recente stabilisce che le fondazioni costituite in questa forma sono “dotate di piena autonomia statutaria e gestionale e perseguono scopi di utilità sociale, utilizzando tutte le modalità consentite dalla loro natura giuridica”; che il loro statuto può prevedere “la nomina pubblica dei componenti degli organi di amministrazione, esclusa comunque ogni rappresentanza”; che il controllo e la vigilanza sulle fondazioni spetta alla Regione, in base agli articoli 25 e 27 del Codice Civile”.
La petizioni manifestate dai partiti circa la revoca degli amministratori della Fondazione Città di Cremona, o circa  l’assoggettamento della Fondazione ad uno stretto controllo del Comune, ci sembrano dunque fuori luogo. Ancor più dissonanti le pressioni esercitate sugli amministratori della Fondazione per spingerli alle dimissioni, pressioni che hanno avuto l’effetto di allontanare dall’impegno civico cittadini volonterosi.
In un precedente post (Sull’autonomia delle fondazioni), abbiamo assimilato le fondazioni “caritative” alle fondazioni bancarie, che una sentenza della Corte Costituzionale definisce “soggetti dell’organizzazione delle libertà sociali a livello intermedio tra le istituzioni pubbliche e la comunità dei cittadini”, cioè espressione concreta della sussidiarietà. Perché questo ci sembra lo spazio innovativo in cui potrebbe esercitarsi libertà e la fantasia dei partiti, interpretando bisogni e proponendo nuove iniziative, ma senza mortificare e anzi valorizzando l’apporto dei cittadini chiamati ad amministrare.

15 settembre 2010

La nascita del centrosinistra (anche a Cremona)

Filed under: Antologia — Cives Cremona @ 07:00

Sabato 18, alle ore 16, viene celebrato nel Salone dei quadri del comune di Cremona il XX anniversario della morte di Vincenzo Vernaschi. Dal libro “Dal taccuino del senatore”, che raccoglie gli articoli di Vernaschi sul giornale La Provincia, pubblichiamo in anteprima il pezzo scritto il 12 giugno 1988.

La tentazione di pubblicare gli appunti relativi alla formazione del centrosinistra a Cremona è molto forte, anche perché sfaterebbe molte invenzioni. Dal primo colloquio con Cesare Bergamaschi, che avrebbe voluto giungere ad un accordo con i socialisti ancor prima dell’amministrazione Feraboli, fino alle giornate e alle notti passate in quel di Dosimo, a confrontare le nostre posizioni politiche sui problemi interni come sulla politica estera. Quasi che, da Cremona, potesse dipendere la stabilità del Pentagono.
Ci bloccò per qualche mese l’impossibilità di inserire nell’accordo il richiamo all’autonomia dai comunisti. In casa democristiana, vi era chi ne faceva questione di vita o di morte. Ghisalberti, che alla lucida intelligenza accompagnava la conoscenza delle cose e della gente, ci diceva che, con o senza quel termine, quello che sarebbe risultato evidente era l’accordo coi socialisti e che, dopo qualche giorno, più nessuno si sarebbe ricordato della fatidica parola capace di avviare o di bloccare un’alleanza. Del resto Andreotti, pur dal suo cantuccio di “destra”, aperto però a tutte le esperienze possibili (non per nulla la sua corrente si chiamava”primavera” e la rivista che l’interpretava la diceva lunga con quel suo titolo “Concretezza”), al congresso di Firenze aveva già fatto il verso ai fanfaniani, non solo servendosi dell’immancabile ausilio del vocabolario Fanfani–Riguttini, ma ricordando che, se si fosse preteso che i socialisti sottoscrivessero “ su carta da bollo” la dichiarazione di autonomia, ne sarebbe dovuta passare di acqua sotto i ponti dell’Arno, senza contare che l’ autonomia nasceva per il fatto stesso dell’accordo coi democristiani.
Di fronte a loro stava Aldo Moro, il quale preparava l’incontro coi socialisti come via per ampliare gli spazi della democrazia. Per ottenere ciò occorreva però che la scelta venisse fatta da una Dc unita, onde evitare di pagare un prezzo elettorale troppo alto. Per questo, non vi è discorso di Moro in cui non venga richiamata l’importanza dell’unità della Dc, per la sua posizione centrale nello schieramento politico per la natura composita degli interessi, per l’alto valore dell’ispirazione cristiana, che non può essere patrimonio di un solo gruppo, per la natura popolare di questo partito che, solo nell’unità avrebbe trovato la forza per imporre alle categorie più forti i necessari sacrifici a favore di quelle più deboli.
Ora, si tende a scambiare l’unità con la gestione unitaria del potere che, se malintesa può assopire la capacità di confronto e di dialogo, solvendosi nella formazione di puri blocchi di conservazione. Qualcuno si meraviglia che chi scrive sia fedele ai patti sottoscritti coi partiti socialisti e laici fino a dar l’ impressione di comprimere aspirazioni sia pur legittime di singoli democristiani. Sebbene superata l’esperienza di centrosinistra nacque da una forte carica ideale, senza alcuna ambizione di potere. Così anche ora, la democrazia continuerà e potrà anche svilupparsi, se saprà abbandonare il rapporto politica uguale potere che giunge a sacrificare valori essenziali, per ridare respiro a idealità che sono ancora capaci di attrarre la nostra gente. E’ meglio credere in “un sole dell’avvenire” che tarda a spuntare, piuttosto che appiattirsi sul quotidiano dove non trova alcun spazio il reale interesse comune.

10 settembre 2010

Sull’autonomia delle fondazioni

Filed under: Enti e Fondazioni — Cives Cremona @ 16:04

La ridondante polemica, che ha occupato le pagine dei giornali dal mese di agosto, a proposito dell’acquisto da parte della Fondazione Città di Cremona dell’isolato di Palazzo Fodri, con l’accusa al presidente Lonardi di non avere informato il sindaco Perri dell’operazione in corso, non ha tenuto nel debito conto la natura autonoma, che caratterizza in generale le fondazioni.
Porto l’esempio delle fondazioni bancarie, regolate dalla legge Ciampi e da due sentenze della Corte Costituzionale. Per la legge, le fondazioni sono enti dotati di piena autonomia statutaria e gestionale, che operano senza fine di lucro, in settori di utilità sociale a vantaggio della collettività. Una sentenza della Corte le definisce “soggetti dell’organizzazione delle libertà sociali che si situano a livello intermedio tra le istituzioni pubbliche e la comunità dei cittadini”.
Ciò che voglio rilevare è l’analogia con la Fondazione Città di Cremona, nata dalla fusione di alcune opere pie (Istituto elemosiniere di Cremona; Istituto educativo cremonese; Fondazione Eliseo e Stellina Stradiotti; Centro geriatrico cremonese Francesco Soldi) con delibera della Giunta regionale del 2003.
Le fondazioni bancarie hanno ereditato il patrimonio delle banche, la fondazione cremonese ha ereditato quello delle storiche opere pie nate e cresciute per merito della carità dei cremonesi. L’amministrazione dei patrimoni è affidata ai consigli di amministrazione che, nel rispetto della legge, degli statuti e dei regolamenti, li devono utilizzare a vantaggio della collettività. Funzione pubblica questa, che giustifica la presenza di un’autorità di vigilanza: il Ministero dell’economia per le fondazioni bancarie; la Regione per le fondazioni da questa istituite.
Se consultiamo, ad esempio, lo statuto della Fondazione Cariplo (esemplare per precisione) troviamo che gli organi della fondazione (Commissione di beneficenza e Consiglio di amministrazione) godono della massima autonomia, nei limiti sopra detti. La Commissione, formata da 40 membri, espressione dei territori e di istituzioni di diversa natura, può revocare gli amministratori, ma solo su proposta di almeno un quarto dei Commissari, nel caso di gravi violazioni di legge o dello statuto, o di reiterata inosservanza degli indirizzi e degli obiettivi stabiliti dalla Commissione, o quando ricorra una giusta causa.
Lo statuto della Fondazione Città di Cremona è più sbrigativo. Gli amministratori della Città di Cremona sono tutti nominati dal sindaco di Cremona e da questi possono essere evocati, ma solo per giusto motivo. Per il resto godono, come tutti gli amministratori, della piena autonomia nei limiti dello statuto. E sembra che, come hanno argomentato Giovanni Gagliardi e Antonino Rizzo su Cronaca, il presidente e i consiglieri quei limiti li abbiano rispettati, compreso l’impegno inserito nel preambolo di operare nell’ambito degli indirizzi stabiliti dalla programmazione sociale territoriale, d’intesa con il Comune di riferimento e in sinergia con gli altri soggetti istituzionali e sociali che costituiscono la rete del welfare locale.
La Lega ha proposto la revoca del presidente e del consiglio. Il sindaco Perri sta riflettendo.
Ma può una semplice mancanza di cortesia (perché di questo si tratta) configurare un giusto motivo di rimozione?
E chi si dovrà rallegrare se l’acquisto da parte della Città di Cremona andrà a monte se non i soci che fanno capo alla società Iniziative Immobiliari? I Lameri, i Persico, i Pedroni (tra gli altri), che si sono ben guadati dal tirarsi indietro per rispetto delle finalità filantropiche che la Fondazione rappresenta, ma hanno anzi messo i bastoni tra le ruote, citando il venditore per inadempienza precontrattuale. Ma si sa, gli affari sono affari.

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