Cives Cremona

27 ottobre 2010

Non solo sponsorizzazioni

Filed under: Aziende Pubbliche — Cives Cremona @ 07:00

La circolare con cui il sindaco Perri ha invitato i presidenti delle aziende partecipate a contenere le spese per sponsorizzazioni, o quanto meno a coordinarle con i progetti del Comune, è solo un capitolo di quegli indirizzi generali ai quali le ex municipalizzate dovrebbero ispirate la loro azione. Ma può essere significativo della volontà del Comune di sottrarre finalmente la loro gestione alla totale discrezionalità degli amministratori.
Su tema delle sponsorizzazioni in senso lato,
Cives è intervenuto con un post del 26 maggio 2009 (Quelle tante troppe pubblicità) per sostenere che il taglio della pubblicità istituzionale su giornali e siti web avrebbe potuto essere una buona fonte di risparmio per le casse pubbliche e per i cittadini. Sfogliando un giornale qualsiasi, avevamo constatato che istituzioni, aziende controllate ed enti di secondo livello erano presenti ovunque, collocandosi probabilmente tra i principali inserzionisti, pur essendo tra quelli che – agendo di fatto in regime di monopolio – non necessiterebbero di pubblicità.
Avevamo anche constatato che pure il mensile dell’amministrazione municipale di Cremona,
In Comune, era affollato di inserzioni di aziende pubbliche o parapubbliche. Per cui sarebbe opportuno che dovendo tagliare si cominciasse da qua, evitando di sottrarre pubblicità ad un mercato già ristretto per la concorrenza.
Ma non c’erano solo sponsorizzazioni e pubblicità. Curiosando tra siti web e bilanci avevamo scoperto che, nel 2003, il comune era diventato editore, tramite la società
Net People (al 50% di Aem e al 50% di Cassa Padana), editrice del sito e-cremona.it, affollato di inserzioni parapubbliche; che nel 2009 questo sito si era fuso con il sito commerciale cremonaweb.it, dando vita al nuovo sito e-cremonaweb.it, anche questo affollato di inserzioni parapubbliche. Per saperne di più, consultare il nostro post Quella rete che tutti avvolge
L’avventura di Net People è finita quest’anno, quando Aem ha deciso di cedere la partecipazione a Cassa Padana. Non conosciamo i dettagli finanziari dell’operazione, ci siamo limitati a consultare i bilanci Aem degli ultimi due anni, che hanno registrato per Net People una perdita di 33mila euro nel 2008 e 83mila euro nel 2009. Strade da non più percorrere, intrecci tra pubblico privato da evitare, che ricordiamo solo per la soddisfazione di aver contribuito (forse) alla trasparenza e per ribadire la convinzione che nella selva delle partecipazioni ci sono parecchi cespugli da disboscare.
Non solo sponsorizzazioni quindi.

 


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25 ottobre 2010

La zona franca dei partiti

Filed under: Politica — Cives Cremona @ 10:07

La Provincia del 23 ottobre informa che in comune si stanno vivendo “ore convulse per la nomina del nuovo consiglio di amministrazione della Fondazione Città di Cremona”, poiché a due settimane dall’azzeramento del consiglio, il sindaco Perri non è ancora riuscito a far quadrare le pretese dei partiti. I protagonisti delle “convulsioni” sono infatti i partiti che, anche in questa circostanza, hanno confermato la loro propensione ad occupare le istituzioni, piuttosto che a orientare la politica, dimostrando scarso rispetto per le regole che tutelano l’autonomia della Fondazione e l’indipendenza dei consiglieri.
Abbiamo già affrontato l’argomento nel post I partiti e la Fondazione, ma lo riprendiamo perchè ci sembra un test locale del generale rapporto dei partiti con le istituzioni: un cattivo rapporto, come scrive Michele Ainis in un articolo recente sulla Stampa, che deriva dal fatto, denunciato da Costantino Mortati fin dagli anni 50, che “i partiti sono diventati istituzioni a propria volta, o meglio contro istituzioni, situate al di fuori e spesso al di sopra rispetto a quelle disegnate dalla Costituzione”.
La causa principale di questo sbandamento sta forse nella stessa Costituzione, che ha concepito i partiti, all’art. 49, come associazioni private concorrenti alla determinazione della politica nazionale, senza alcun vincolo di natura organizzativa e funzionale.
Contro questa zona “franca” concessa ai partiti, si erano espressi alcuni costituenti, a cominciare appunto da Mortati, che avrebbe voluto introdurre nell’articolo 49 il rinvio a una loro disciplina legislativa. Successivamente, lo stesso senatore Sturzo si era fatto promotore di un progetto di legge con la stessa finalità. Il problema ha attraversato tutta la storia politica repubblicana e aveva trovato una proposta di soluzione nella commissione bicamerale presieduta da Aldo Bozzi nel 1983, che aveva riformulato l’articolo inserendo l’obbligo di “strutture democratiche” e il rinvio ad una legge che disciplinasse il finanziamento, la trasparenza, e la partecipazione degli iscritti a tutte le fasi della vita di partito, compresa la designazione dei candidati alle elezioni.
Per altri costituzionalisti, la trasformazione dei partiti in “partiti di occupazione” delle istituzioni non era dipesa dalla mancanza di disciplina legislativa, ma dall’assunzione di ruoli diversi da quelli previsti dall’articolo 49. Era questa la tesi di Leopoldo Elia, in una relazione del 1965, in cui aveva sostenuto che il dettato costituzionale viene “trasgredito quando il partito esce dai confini che l’art. 49 gli traccia”, quando “entra nella vita amministrativa”, diventando “partito di occupazione” anziché “partito di partecipazione” e di “ispirazione”.
L’interpretazione liberale di Elia non è riuscita ad arginare lo strapotere dei partiti. Dalla zona franca dell’articolo 49 è cresciuta una “costituzione materiale” in cui i partiti hanno dilagato in tutti i settori e a tutti i livelli, dalla Rai, alle Asl, alla nostra Fondazione. Con gratificazione delle oligarchie grandi e piccole, ma con effetti corrosivi sulla fiducia dei cittadini, che produce allontanamento, disaffezione e astensionismo.
Riprendendo Ainis, “non è vero che il rapporto fra la politica e le regole sia insignificante per i cittadini.. La fisionomia di ciascun partito si lascia decifrare non soltanto per i diversi programmi, ma anche per la loro concezione del diritto, dello stato e delle istituzioni”.

19 ottobre 2010

Conflitto “tra poteri” in Provincia

Filed under: Politica,Provincia — Cives Cremona @ 09:46

Pare che in amministrazione provinciale sia in corso un conflitto tra poteri. Ne parla Gilberto Bazoli in un servizio sul quotidiano La Provincia del 17 ottobre. Il conflitto nascerebbe da una modifica al regolamento, che introduce un limite al fondo per le trasferte del presidente del consiglio provinciale, subordinandole all’autorizzazione del presidente dell’amministrazione. Carlalberto Ghidotti (presidente del consiglio, Pdl) ha dichiarato che “le modifiche ipotizzate minano da parte dell’esecutivo l’autonomia del consiglio provinciale”. Solidali con lui gli esponenti dell’opposizione: Andrea Virgilio (capogruppo Pd) chiede a tutti i partiti “uno scatto d’orgoglio” contro “l’insofferenza della giunta verso i consiglieri”; Giovanni Biondi (Api), ritenendo “offensiva” la proposta, preannuncia una interrogazione. Giuseppe Trespidi (Udc), presidente della commissione affari istituzionali, si impegna a “formulare una nuova proposta che non metta in discussione il ruolo del presidente del consiglio, ma anzi lo valorizzi”.
Bazoli tinteggia anche di giallo il suo pezzo, parlando di “mistero sulla paternità del documento”. A noi pare che le cose poco chiare, se non misteriose, che emergono dal resoconto della commissione siano altre. La minore concerne le trasferte del presidente del consiglio provinciale, dato che avendo compiti circoscritti alla “direzione dei lavori e delle attività del consiglio” non si capisce dove dovrebbe trasferirsi se non dalla sua casa all’ufficio. Vien da pensare che, se si è sentita la necessità di fissare un limite a queste “trasferte”, se ne possa aver abusato in passato. Per cui potrebbe essere utile ai commissari acquisire l’entità di questa voce di spesa negli anni passati, in modo da poter ragionare sul concreto e non sui principi.
Un’altra cosa poco chiara riguarda i principi. Nella polemica surriferita, si delinea una specie di conflitto tra “esecutivo” (il presidente) e “deliberativo” (il consiglio), operando un’analogia con il “potere esecutivo” e il “potere legislativo” dello Stato che non ha fondamento. Presidente, giunta e consiglio, sono tutti organi amministrativi, ognuno con le sue competenze, dell’ente amministrativo provincia, che ha al vertice il presidente della provincia, responsabile dell’amministrazione, suo rappresentante e sovrintendente al funzionamento dei servizi e degli uffici. Introdurre nel dibattito politico la minaccia di un conflitto “costituzionale” tra presidente e consiglio serve forse all’opposizione per tener viva la polemica, ma anche a tutti i consiglieri per difendere prerogative e privilegi conquistati nel tempo.
Un’altra cosa ancora meno chiara riguarda appunto il ruolo dei consiglieri e la stessa figura dei presidenti di consiglio (non le persone per carità). La legge 142/1990, lo statuto fondamentale al quale abbiamo auspicato un ritorno (Torniamo allo “statuto”), aveva stabilito che “i consigli sono organi di indirizzo e controllo”, con competenze limitate agli atti fondamentali; inoltre che “sindaco e presidente convocano e presiedono il consiglio quando non è previsto il presidente del consiglio”. La legge 265/1999 ha reso obbligatori i presidenti in tutti i comuni superiori a quindicimila abitanti e in tutte le province; ha stabilito che i consigli siano dotati di autonomia funzionale e organizzativa e di proprie risorse e strutture.
Abbiamo scritto “meno chiara” non perché la norma non si capisca, ma perché ci è oscura la sua genesi politica, che pare risieda nella frustrazione che aveva colpito i consiglieri, costretti ad occuparsi solo di cose importanti e a riunirsi poche volte all’anno; nonché nella successiva pressione esercitata dai partiti e dalle associazioni rappresentative degli enti locali nei confronti del legislatore, che in un soprassalto di assemblearismo ha introdotto, con la legge del 1999, le modifiche accennate.
Il risultato pratico di questa legge (che ha anche raddoppiato il numero degli assessori) è stato l’allungamento delle procedure amministrative e l’aumento dei costi della politica, costretta a misurare la sua produttività sul numero delle commissioni e delle sedute (tutte indennizzate) piuttosto che sulle strategie complessive dell’amministrazione. Nonché la dilatazione dell’attività dei presidenti di consiglio, che dotati di scarse funzioni (ma ben indennizzate) hanno spesso debordato dai loro compiti, patrocinando mostre e organizzando festival canori.
I costi della politica non sono una invenzione qualunquista, come pure la professionalizzazione dei politici e degli amministratori. Rispetto ai cittadini sempre più distanti e disillusi (sondaggi alla mano), lo scatto d’orgoglio dei consiglieri potrebbe essere meglio indirizzato a semplificare l’amministrazione e renderla meno costosa. Anche se si risparmieranno solo briciole (come dice Ghidotti) sarà sempre qualcosa. Ci insegnavano che nostro Signore era sceso da cavallo per raccoglierle.

14 ottobre 2010

Quale statuto per la Fondazione

Filed under: Enti e Fondazioni — Cives Cremona @ 11:10

La vertenza Fondazione/Comune si è dunque conclusa per “sfinimento” (come scrive Laura Carlino in un commento a un nostro post (Dalle Opere Pie alla “big society)”. Sfinimento dei lettori e sfinimento dei protagonisti. Il sindaco Perri ha riconosciuto che il presidente e i consiglieri hanno ben operato, sia nelle scelte di merito, sia nell’osservanza dello statuto e delle leggi, ammettendo così che non esistevano giusti motivi di censura e di rimozione. Il presidente Lonardi e i consiglieri hanno salvato la loro onorabilità, ma hanno dovuto arrendersi al fronte comune dei partiti, al fine di evitare danni ulteriori all’immagine della Fondazione.
Diventa ora chiaro a tutti ciò che molti avevano capito fin dall’inizio: che si è trattato di una bolla di sapone gonfiata ad arte per scopi giornalistici (rivedere “L’asso nella manica”), o per interessi particolari. Non esisteva infatti alcun grave motivo per revocare il presidente e i consiglieri, e anche se ci fosse stato, la revoca non era nelle competenze del sindaco. Tanto è vero che, anziché procedere alla revoca, si era passati al decreto di accettazione di dimissioni mai rassegnate.
La vicenda conclusa merita tuttavia un approfondimento. Tre consiglieri della Fondazione, pur avendo approvato tutte le delibere, si erano piegati alle direttive dei partiti di provenienza. Altri tre si erano rifiutati di farlo, in nome della legge che esclude ogni vincolo di rappresentanza. Francesca Piacentini si era addirittura dimessa dal partito che l’aveva designata. Ernesta Del Sarto aveva motivato chiaramente il suo rifiuto e anche oggi ha rifiutato di dimettersi, dichiarando che: “dopo due mesi di fango gettato su tutti in coscienza non potevo firmare le dimissioni” (tanto di cappello). Il problema che deve essere risolto è dunque quello dell’autonomia dei consiglieri, che è condizione per garantire l’autonomia della fondazione.
Tale problema può essere risolto solo modificando lo statuto della Fondazione, non già nel senso di renderla più soggetta al Comune, ma nel senso di renderla rappresentativa della società cremonese, dalla quale ha avuto origine. A questo fine, occorrerebbe riservare al consiglio comunale la designazione di un “comitato” abbastanza largo, indicando nello statuto i criteri di designazione e i pesi da assegnare al comune e alle altre istituzioni caritative presenti nella società cremonese; affidando al “comitato” il compito di designare il consiglio di amministrazione e il presidente.
Se si procederà in senso opposto, come lasciano sospettare le proposte fatte dai partiti in merito allo statuto e alle nomine, verrà calpestata la Costituzione e la legge, verrà ignorata la storia e verrà contraddetto quel principio di sussidiarietà al quale in tanti si richiamano (v. Ma la Costituzione tutela la Fondazione).
Si farà un altro passo nella direzione dell’accentramento pubblico. Iniziato con la riforma di Giuseppe II (1784), che il liberale Fulvio Cazzaniga definì nel 1880 un “colpo di stato del governo di Vienna”; proseguito con la legge Crispi del 1890, che pubblicizzò istituti e patrimoni; continuato anche dopo le sentenze della Corte costituzionale e la legge del 2000, con la preferenza data in alcune regioni alla trasformazione delle Ipab in Aziende pubbliche speciali.
Questa propensione pubblicistica è prevalsa anche nel nostro comune, con la decisione del 2004 di accorpare le Ipab nella Fondazione Città di Cremona, inserendo l’Ospizio Soldi nell’azienda speciale Cremona Solidale e scaricando sulla Fondazione il suo patrimonio immobiliare oneroso. Con l’intenzione dichiarata di considerare la fondazione uno strumento del comune, la sua cassaforte, come in effetti è avvenuto con il soccorso alla gestione deficitaria del Soldi o, peggio ancora, con le sovvenzioni concesse al Festival di mezza Estate.
Questi richiami ci suggeriscono un’altra proposta. Affinché i cittadini non siano costretti ad attingere le informazioni dalle voci di corridoio o dalle campagne giornalistiche, sarebbe auspicabile la massima trasparenza, mediante la pubblicazione dei bilanci e dei resoconti delle attività sul sito della Fondazione.

11 ottobre 2010

Dalle Opere Pie alla “big society” (*)

Filed under: Enti e Fondazioni — Cives Cremona @ 07:00

In relazione alla proposta, avanzata da diverse parti, di un controllo più stringente del Comune sulla Fondazione Città di Cremona, abbiamo già cercato di dimostrare come l’autonomia delle fondazioni caritative (ex Ipab) sia fondata su principi costituzionali (v. Ma la Costituzione tutela la Fondazione). Riprendiamo oggi l’argomento per rievocare a grandi linee il percorso che ha portato dalle Opere Pie alle Ipab e da queste alle fondazioni private, per recuperare nel passato le radici della loro autonomia.
Le Opere Pie (dette anche Luoghi Pii) nascono nel medio evo e crescono nei secoli successivi per iniziativa di nobili e borghesi che destinano parte dei loro beni a istituti, prevalentemente religiosi, dediti al soccorso dei poveri, con gli scopi e nelle forme più diversi (confraternite, ospedali, ricoveri, ospizi, orfanotrofi, istituti elemosinieri e dotali).
Questa “democrazia religiosa” della carità, fatta di infinite opere, spesso sovrapposte e talvolta superate, viene rivoluzionata dall’assolutismo illuminato di Giuseppe II, che nel 1784 ordina il censimento delle Opere e la loro riorganizzazione, sotto il controllo pubblico.
Col censimento si contarono a Cremona una decina di ricoveri e ospedali (quasi tutti ecclesiastici) e una trentina di istituti elemosinieri. Con la loro riorganizzazione venne ridotto il numero dei ricoveri e venne creato un solo istituto elemosiniere, sotto il governo di una Giunta delle Pie Fondazioni, di nomina governativa, in cui furono presenti tuttavia (nel rispetto delle volontà dei fondatori) anche degli ecclesiastici. Con la riforma, un “patrimonio ingentissimo tra i più grandi in Lombardia” passò sotto il controllo pubblico.
Il periodo napoleonico e la Restaurazione non modificarono sostanzialmente la nuova organizzazione delle Opere Pie, che conobbero tuttavia uno spostamento del potere di nomina degli amministratori dal governo centrale alle municipalità.
Sotto il governo piemontese, con la legge Rattazzi del 1859, alle Opere Pie viene riconosciuta l’autonomia statutaria e gestionale, sulla base delle tavole fondative; gli amministratori sono eletti dal consiglio comunale e i controlli sono ridotti ai bilanci consuntivi. La legge Minghetti del 1862 estende questi criteri allo stato unitario.
Nel corso dell’Ottocento nascono nuove fondazioni e nuovi istituti, sia laici che religiosi, tanto che sul finire del secolo si contano a Cremona 32 istituzioni e la città è al primo posto per spesa per beneficenza pro capite in Lombardia.
Con la legge Crispi del 1890 il pendolo torna ad oscillare verso lo statalismo. Tutte le Opere Pie diventano Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza (Ipab), che vengono riorganizzate e, pur dotate di autonomia statutaria e gestionale, sottoposte al controllo pubblico.
Nonostante il centralismo introdotto con la legge Crispi, la carità cremonese continua a manifestarsi in nuove iniziative, anche attraverso forme di collaborazione con l’autorità religiosa.
Dal sommario excursus sembra di capire che esiste uno spazio che la legge non riesce a comprimere e che, dopo le pubblicizzazioni e anche dopo l’affermazione dello stato sociale, si esprime con la filantropia privata, più flessibile e pronta a rispondere ai nuovi bisogni. E’ lo spazio occupato dalle fondazioni filantropiche e più in generale dal terzo settore, quella “big society” di cui si dibatte anche in Italia, capace di sollecitare risorse e di surrogare le carenze crescenti dell’assistenza pubblica.
Non potrebbe essere questo lo spazio della Fondazione Città di Cremona?

(*) Le notizie storiche sono attinte prevalentemente ai saggi di Edoardo Bressan, nella Storia di Cremona, Settecento e Ottocento

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