Cives Cremona

25 febbraio 2011

Anche il “federalismo” può aiutare a crescere

Filed under: Economia — Cives Cremona @ 18:31

In un libro da poco pubblicato (1), Franco Reviglio indica tra le riforme necessarie al Paese anche il “federalismo fiscale”, che definisce occasione da non perdere per dare attuazione al principio costituzionale dell’autonomia finanziaria e per mettere ordine nella finanza locale, coordinando i centri di spesa con i centri di prelievo, distinguendo le funzioni essenziali da quelle non essenziali, premiando gli enti virtuosi e sanzionando quelli meno virtuosi.
In effetti, la legge delega (42/2009) si propone di dare attuazione all’articolo 119 della Costituzione, assicurando autonomia di entrata e di spesa agli enti locali e alle regioni, sostituendo gradualmente al criterio della spesa storica quello dei costi standard, ma anche garantendo la solidarietà e la coesione sociale, in maniera da garantire la trasparenza delle amministrazioni, la responsabilizzazione degli amministratori e l’effettivo controllo democratico dei cittadini. Data la complessità delle trasformazioni necessarie per passare ad un regime fiscale completamente nuovo, la legge prevede un periodo transitorio abbastanza lungo (cinque anni) e una clausola di salvaguardia che impone l’invarianza del carico fiscale.
Al di là della terminologia impropria (il federalismo è un’altra cosa), siamo effettivamente di fronte ad una riforma potenzialmente di grande portata, che dovrebbe dare piena attuazione alla “libertà e all’autonomia degli enti pubblici locali”, come aveva auspicato il programma di Sturzo fin dal 1919; riforma che avrebbe meritato un approccio meno politicizzato e più consono al fine di dare attuazione ai principi di autonomia e sussidiarietà accolti dalla Costituzione.
Al contrario, il decreto sul “federalismo municipale” approvato dal Senato ha suscitato, oltre agli opposti sentimenti di maggioranza e opposizione, preoccupazioni e polemiche anche a livello locale, come dimostrano le preoccupate dichiarazioni dell’assessore al bilancio Nolli in merito ai tributi alternativi ai minori trasferimenti statali (Cronaca del 23 febbraio) o la polemica di Angelo Zanibelli sui possibili temuti aggravi fiscali (Provincia del 25 febbraio). Se si vuole che il “federalismo fiscale” sia davvero un’occasione per consolidare l’autonomia dell’amministrazione locale, per renderla più trasparente e controllabile, occorrerà basarlo su una accurata analisi delle funzioni dell’ente, della sua organizzazione e dei costi relativi; e sull’impegno verificabile di pareggiare i bilanci, sia del comune sia delle aziende controllate. Il citato libri del professor Reviglio ha un titolo malizioso – Goodbye Keynes? – e un sottotitolo ammonitore – Meno debito più lavoro. E’ un chiaro invito ad abbandonare le lusinghe della spesa facile, origine di interessi gravosi che diventano un limite allo sviluppo. Tra le riforme per tornare a crescere c’è anche quella del “federalismo fiscale”.

(1) Franco Reviglio, Goodbye Keynes?, Guerini e Associati, settembre 2010

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16 febbraio 2011

Un’identità incompiuta

Filed under: Editoriali — Cives Cremona @ 07:00

La caratteristica del territorio cremonese, sotto l’aspetto socioeconomico, è dunque quella di una lenta transizione verso il rinnovamento di una identità che, a 150 anni dall’unità nazionale, non appare del tutto compiuta? Questa la tesi che avevamo premesso al post del 3 gennaio (v. La lenta transizione verso l’identità) e l’excursus, sia pur sintetico, sulla evoluzione dei dati strutturali, riferiti in particolare alle reti di trasporto, ai dati demografici e alla consistenza dei settori economici sembra confermarla: il passaggio da un sistema socioeconomico dominato dall’agricoltura ad un sistema industriale e terziario, capace di compensare gli effetti della trasformazione, è avvenuto solo in parte; il sistema non ha saputo valorizzare tutte le risorse umane e materiali; ha trovato un equilibrio a livelli più bassi di attività e di occupazione; e non ha ancora trovato una nuova compiuta identità.

La forte identità agricola ha certamente avuto un peso nel rallentare la transizione, più per la sua forza che per la sua debolezza, per la capacità dimostrata nell’arco secolare di adottare nuove tecniche e di adattarsi alle crisi congiunturali, come ha ben evidenziato Alberto Cova, nella ricerca effettuata per conto della Camera di Commercio nel 1984 1. Capacità di adattarsi che – secondo le conclusioni di Cova – poteva essere “lo strumento più efficace per avere adeguate risposte ai problemi del futuro”. Ma forse la forza della tradizione non ha consentito all’agricoltura di uscire sufficientemente da se stessa, come indicavano le numerose filande connesse con la coltivazione del baco da seta, ma limitate alla produzione di materia grezza mediante la trattura; o i numerosi caseifici poi evoluti in stalle sociali, ma in pochi casi assurti a livelli industriali. O come indica l’elevato investimento dei profitti agricoli nell’acquisto di terre o nell’ampliamento degli antichi palazzi nobiliari.

Un forte vincolo alla transizione è da attribuire sicuramente all’isolamento di Cremona dalle moderne reti di trasporto. L’area bianca, inviolata dalle ferrovie al momento dell’unità, esprime bene l’isolamento e la difficoltà di inserirsi nelle correnti di traffico con l’Europa, che avevano favorito invece il nord della Lombardia. Anche i vani tentativi di rivitalizzare la navigazione del Po hanno impedito di connotare in questo senso una forte identità: gli insuccessi di linee a vapore, le banchine costruite e abbandonate hanno contrassegnato le vicende della navigazione fluviale, fino al tentativo di realizzare l’idrovia Cremona-Milano, arenatasi a Pizzighettone, e all’avvio stentato del porto fluviale. Su questi temi, più generazioni di politici e amministratori locali hanno profuso impegno e risorse ma, per la debolezza politica nelle sedi decisionali nazionali o regionali, i risultati sono stati deludenti (si veda il taglio recentissimo agli stanziamenti per la navigazione fluviale). Quel che Cremona ha potuto fare l’ha fatto con i propri mezzi, come la strada Castelleonese e l’autostrada Brescia-Cremona-Piacenza (se non ricordiamo male anche la tangenziale urbana).

La composizione dei settori produttivi evidenzia l’incompleta transizione verso il terziario avanzato e il peso ancora significativo dell’agricoltura. Gli occupati nel settore primario sono ancora più del 6% del totale, contro una media lombarda di poco superiore al 2%; la quota di addetti all’industria è nella media regionale, come gli occupati nel manifatturiero, o gli addetti al commercio; la diversità riguarda i servizi finanziari e professionali, dove la quota è nettamente inferiore alla media regionale; e anche gli addetti alla pubblica amministrazione che presentano invece una quota nettamente superiore. Non si può dire quindi che le politiche dirette a favorire gli insediamenti industriali, praticate nei decenni successivi alla guerra, non abbiano conseguito risultati: è cresciuta l’industria meccanica, si è rafforzato il comparto agroalimentare, anche se resta prevalente la piccola impresa. Forse è mancata una scelta più coraggiosa per investire di più nel terziario culturale e nella formazione, come aveva rilevato Angelo Scivoletto in una ricerca del 1970 2.
Forse è dipeso dallo scarso rispetto di Cremona per le sue memorie. La città che vanta la torre più alta, orgoglio della tradizione comunale e religiosa, ha abbattuto le sue mura e le sue porte, ha consentito lo snaturamento del suo centro storico e l’inconsulta proliferazione delle periferie, rendendo anche così più incerta la sua identità.

1Alberto Cova, Cremona e la sua provincia nell’Italia unita, Giuffrè, 1984
2Angelo Scivoletto, Cremona comunità dissociata?, Franco Angeli, 1970

14 febbraio 2011

Cremona verso il PGT

Filed under: Comune di Cremona — Cives Cremona @ 07:00

In vista della revisione del Piano di governo del territorio (PGT), il vicesindaco Malvezzi (assessore all’urbanistica) ha aperto alla partecipazione delle associazioni e dei cittadini, al fine di arrivare ad un risultato che rifletta il più possibile le aspettative della comunità cremonese.
La nuova denominazione – PGT – sostitutiva del vecchio termine – Piano regolatore generale, PRG – ha il senso di comprendere nello strumento urbanistico tutti gli aspetti che coinvolgono il territorio, dalle politiche territoriali alle forme di governo e di controllo. Esige quindi l’applicazione delle tecniche previsionali idonee a formulare piani realistici, idonei a prevedere correttamente il fabbisogno abitativo, ma anche a contenere il consumo di suolo, come declinazione della tutela dell’ambiente.
In passato, queste tecniche non hanno avuto un’applicazione rigorosa, o sono state sovrastate da scelte amministrative che non hanno saputo o voluto opporsi ad una urbanizzazione pervasiva, sganciata dagli andamenti demografici ed economici reali e insensibile all’esigenza di considerare il suolo come risorsa finita. Si è così costruito troppo e dappertutto, senza tener conto delle esigenze sociali e senza favorire insediamenti innovativi.
Rispetto al passato, le tecniche per prevedere l’andamento della popolazione e la sua composizione si sono affinate e i dati necessari sono tutti disponibili. I dati demografici elaborati dalle regione e quelli pubblicati sull’annuario statistico del comune fanno prevedere una popolazione, nella migliore delle ipotesi, stazionaria, che potrà compensare il saldo naturale negativo solo con l’immigrazione. Cremona è una città molto vecchia e fa pochi figli (ha un tasso di fecondità tra i più bassi della Lombardia), tanto che nel 2009 risiedevano a Cremona 63.500 italiani e 8.700 stranieri. Nel 2019, si prevedono 57.200 italiani e 16.000 stranieri.
Anche il calcolo del fabbisogno abitativo è stato formalizzato in apposite istruzioni regionali e provinciali, che partendo dal patrimonio edilizio esistente mirano in primo luogo a valutare quello recuperabile, per arrivare poi, sulla base della popolazione prevista, al numero degli abitanti da insediare e al conseguente fabbisogno abitativo.
Altra cosa è la variabile economica, che dipende in parte dalla politica dell’amministrazione. Su questo punto sarà determinante il ruolo delle infrastrutture dirette a favorire l’inserimento della città (compreso il centro storico) nel circuito regionale e interregionale. E la scelta di insediamenti terziari veramente avanzati (non commerciali), idonei a creare sviluppo e occupazione qualificata.
Sarebbe anche importante coordinare fin dall’inizio il nuovo PGT di Cremona con il Piano territoriale d’area del Cremonese, annunciato a fine anno dall’amministrazione provinciale, per evitare che i due piani procedano per linee divaricate.

8 febbraio 2011

Per una politica positiva della viabilità

Filed under: Cives — Cives Cremona @ 07:00

La lettrice Patrizia ha lasciato questo commento al post Labirinto Cremona del 10 gennaio:

Via Platina è l’unica via a ridosso del centro storico che è rimasta percorribile: peccato che non esista una sola indicazione che la segnali a chi arriva dall’autostrada, vale a dire a chiunque cerchi di arrivare in Duomo oppure – in futuro – di raggiungere Piazza Marconi. Da non credere. Inoltre spesso compaiono legioni di vigili per multare chiunque si accosti oppure sosti sullo spazio acciottolato di proprietà della curia: motivazione? Per arrivarci bisogna scavalcare il marciapiede che è di proprietà del comune, quindi MULTA. Quando ci sono i vigili il caos è assicurato, se non ci sono le persone vanno e vengono e tutto fila liscio. Giusto multare chi si ferma sul piano stradale in doppia fila ma non inventiamo esegesi giuridiche al limite del delirio. Vorrei vedere 10 vigili che aiutano la gente a raggiungere il centro preoccupandosi di dare un servizio sia a chi lavora che a chi deve semplicemente essere accolto nella nostra città piuttosto che tre cerberi che rifilano multe a più non posso, anche a corrieri che stanno semplicemente facendo il loro lavoro e che devono pur fermarsi a scaricare. 

Problema inquinamento atmosferico

Se si blocca l’accesso alla città non vedo perché si consenta a tutti di prendere la macchina per raggiungere i centri commerciali che le fanno corona. E’ un’altra galassia? Par condicio vuole che tutti ci si attrezzi per favorire la mobilità delle persone limitando in senso assoluto l’uso delle auto. Finiamola di penalizzare le città con tesi solo demagogiche e dannose a senso unico. E oltretutto assolutamente inutili.

Commento di patrizia — 6 febbraio 2011

 

 

7 febbraio 2011

La lenta transizione verso l’identità (3)

Filed under: Territorio — Cives Cremona @ 07:00

Nei primi decenni dell’unità, la carenza della rete dei trasporti rappresenta un forte vincolo allo sviluppo dell’economia, mentre le dinamiche demografiche riflettono le difficoltà del sistema economico di aprirsi alle produzioni industriali.
L’agricoltura, dopo la ripresa settecentesca (catasto teresiano; cura dell’irrigazione; commerci con l’Austria), presenta una evoluzione lenta e si caratterizza soprattutto per lo sviluppo delle filande (trattura della seta) e dei caseifici (nel 1879 nasce a Sesto la prima latteria sociale). Riesce tuttavia a superare la crisi del 1882, riorganizzando i caseifici, potenziando la zootecnia, incrementando l’impiego delle macchine e dei fertilizzanti. Nel 1890 il sistema irriguo viene implementato con la costruzione del Canale Vacchelli.
Nonostante questo, alla svolta del secolo, l’agricoltura assorbe ancora il 60% degli addetti, mentre l’industria ne registra il 26% e il terziario il 14%. Nello stesso anno la Lombardia registra il 50% di occupati in agricoltura e il 34% nell’industria. Il settore industriale cremonese è composto prevalentemente da piccole imprese, dedite alla trasformazione di prodotti agricoli e con una buona presenza di quelle tessili.
La fase di sviluppo del primo decennio del novecento tocca anche il territorio cremonese: crescono le stalle sociali, si costituiscono le casse rurali, si sviluppa l’industria dei laterizi e l’edilizia, nascono alcune grossi caseifici, aumentano i risparmi. Il settore industriale tuttavia resta caratterizzato dalla prevalenza delle piccole imprese, con una potenza media installata pari a un quarto di quella media lombarda.
Nel periodo tra le due guerre, l’agricoltura deve sopportare gli effetti della grande crisi, che provoca caduta dei prezzi e degli investimenti, cui reagisce con ulteriore impiego di macchine e fertilizzanti e con lo sviluppo di nuovi allevamenti (frisona). Il settore industriale si diversifica a accresce il suo peso nell’economia provinciale. Prima della seconda guerra, il peso dell’agricoltura è ridotto al 45% degli occupati, mentre quello dell’industria è aumentato al 34% e quello del terziario al 20%.
Dopo la guerra, il quadro dell’economia cremonese presenta le stesse caratteristiche, ad un livello inferiore di produzione (e di occupazione). Solo dopo il 1948 inizia una fase di crescita industriale, basata prevalentemente sul settore tessile, edilizio, alimentare, ma anche meccanico. Gli addetti all’industria passano da 32mila nel 1951 a 38mila nel 1961 e a 48mila nel 1971, ma il settore industriale cremonese resta comunque agli ultimi posti in Lombardia (con 108 occupati ogni 1000 abitanti, contro i 230 della regione). La struttura è diversificata, basata su aziende piccole e medie, dove hanno acquisito importanza le aziende meccaniche e metallurgiche.
Nello stesso periodo, l’occupazione del settore agricolo diminuisce massicciamente, mentre aumenta di tre volte il prodotto netto dell’agricoltura, soprattutto per effetto dello sviluppo degli allevamenti da latte e suinicoli. Il terziario si dilata, arrivando ad assorbire nel 1971 il 37% degli occupati, con una espansione dovuta essenzialmente al piccolo commercio.
Gli anni che vanno alla fine del secolo vedono l’esplosione del terziario, che arriva ora al 50% degli occupati. Il censimento delle attività industriali e commerciali del 2001 rileva, per Cremona: 47mila addetti nell’industria, 20mila addetti nel commercio, 30mila in altri servizi, 23mila nella pubblica amministrazione. Comparando questi dati con quelli regionali, il terziario cremonese appare sbilanciato in eccesso nel settore pubblico e in difetto nei servizi alle imprese e in quelli finanziari (3 – fine).

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