Cives Cremona

16 febbraio 2011

Un’identità incompiuta

Filed under: Editoriali — Cives Cremona @ 07:00

La caratteristica del territorio cremonese, sotto l’aspetto socioeconomico, è dunque quella di una lenta transizione verso il rinnovamento di una identità che, a 150 anni dall’unità nazionale, non appare del tutto compiuta? Questa la tesi che avevamo premesso al post del 3 gennaio (v. La lenta transizione verso l’identità) e l’excursus, sia pur sintetico, sulla evoluzione dei dati strutturali, riferiti in particolare alle reti di trasporto, ai dati demografici e alla consistenza dei settori economici sembra confermarla: il passaggio da un sistema socioeconomico dominato dall’agricoltura ad un sistema industriale e terziario, capace di compensare gli effetti della trasformazione, è avvenuto solo in parte; il sistema non ha saputo valorizzare tutte le risorse umane e materiali; ha trovato un equilibrio a livelli più bassi di attività e di occupazione; e non ha ancora trovato una nuova compiuta identità.

La forte identità agricola ha certamente avuto un peso nel rallentare la transizione, più per la sua forza che per la sua debolezza, per la capacità dimostrata nell’arco secolare di adottare nuove tecniche e di adattarsi alle crisi congiunturali, come ha ben evidenziato Alberto Cova, nella ricerca effettuata per conto della Camera di Commercio nel 1984 1. Capacità di adattarsi che – secondo le conclusioni di Cova – poteva essere “lo strumento più efficace per avere adeguate risposte ai problemi del futuro”. Ma forse la forza della tradizione non ha consentito all’agricoltura di uscire sufficientemente da se stessa, come indicavano le numerose filande connesse con la coltivazione del baco da seta, ma limitate alla produzione di materia grezza mediante la trattura; o i numerosi caseifici poi evoluti in stalle sociali, ma in pochi casi assurti a livelli industriali. O come indica l’elevato investimento dei profitti agricoli nell’acquisto di terre o nell’ampliamento degli antichi palazzi nobiliari.

Un forte vincolo alla transizione è da attribuire sicuramente all’isolamento di Cremona dalle moderne reti di trasporto. L’area bianca, inviolata dalle ferrovie al momento dell’unità, esprime bene l’isolamento e la difficoltà di inserirsi nelle correnti di traffico con l’Europa, che avevano favorito invece il nord della Lombardia. Anche i vani tentativi di rivitalizzare la navigazione del Po hanno impedito di connotare in questo senso una forte identità: gli insuccessi di linee a vapore, le banchine costruite e abbandonate hanno contrassegnato le vicende della navigazione fluviale, fino al tentativo di realizzare l’idrovia Cremona-Milano, arenatasi a Pizzighettone, e all’avvio stentato del porto fluviale. Su questi temi, più generazioni di politici e amministratori locali hanno profuso impegno e risorse ma, per la debolezza politica nelle sedi decisionali nazionali o regionali, i risultati sono stati deludenti (si veda il taglio recentissimo agli stanziamenti per la navigazione fluviale). Quel che Cremona ha potuto fare l’ha fatto con i propri mezzi, come la strada Castelleonese e l’autostrada Brescia-Cremona-Piacenza (se non ricordiamo male anche la tangenziale urbana).

La composizione dei settori produttivi evidenzia l’incompleta transizione verso il terziario avanzato e il peso ancora significativo dell’agricoltura. Gli occupati nel settore primario sono ancora più del 6% del totale, contro una media lombarda di poco superiore al 2%; la quota di addetti all’industria è nella media regionale, come gli occupati nel manifatturiero, o gli addetti al commercio; la diversità riguarda i servizi finanziari e professionali, dove la quota è nettamente inferiore alla media regionale; e anche gli addetti alla pubblica amministrazione che presentano invece una quota nettamente superiore. Non si può dire quindi che le politiche dirette a favorire gli insediamenti industriali, praticate nei decenni successivi alla guerra, non abbiano conseguito risultati: è cresciuta l’industria meccanica, si è rafforzato il comparto agroalimentare, anche se resta prevalente la piccola impresa. Forse è mancata una scelta più coraggiosa per investire di più nel terziario culturale e nella formazione, come aveva rilevato Angelo Scivoletto in una ricerca del 1970 2.
Forse è dipeso dallo scarso rispetto di Cremona per le sue memorie. La città che vanta la torre più alta, orgoglio della tradizione comunale e religiosa, ha abbattuto le sue mura e le sue porte, ha consentito lo snaturamento del suo centro storico e l’inconsulta proliferazione delle periferie, rendendo anche così più incerta la sua identità.

1Alberto Cova, Cremona e la sua provincia nell’Italia unita, Giuffrè, 1984
2Angelo Scivoletto, Cremona comunità dissociata?, Franco Angeli, 1970

1 commento »

  1. Oltre il ri cercare una presunta identità ” socio economica ” in una comunità storicamente e territoriamente incerta, da sempre aperta alle trasmigrazioni e alle integrazioni, penso si debba affrontare il tema dell’identità culturale specifica: le vecchie e nuove attività economiche, i relativi cambiamenti e trasformazioni hanno seguito e seguono, come dappertutto, i casi dell’imprenditoria soggettiva da una parte( forse a Cremona c’era la tradizione dell’acciaio, e come si è avviata la raffinazione del petrolio, e come sono arrivati la Raffineria, il cioccolato, la pasta? ) e dall’altra, dei grandi fenomeni storici dell’industrialesimo irradiatosi da Milano verso il cremasco e il castelleonese, dell’attuale globalizzazione, che in un istante apre e chiude attività e occasioni di lavoro. Come si può cercare una identità in questo universale calderone, dove anche i cremonesi, nel loro piccolo, si mescolano e si sciolgono con Romania, Polonia, Tunisia, Taiwan etc?
    Il vestito prodotto si consuma e si cambia rapidamente
    La identità cremonese è fatta di lingua, di comportamenti diffusi, di testimonianze storiche e artistiche, cultura, spirito comunitario, personaggi e testimonianze di pensiero e messaggi non trascurabili di fronte alla comunità nazionale e universale.
    Anche se oggi tutto ciò appare emarginato e negletto dalla comunità, quasi rifiutato dalla sua rappresentanza ed escluso dall’immagine superficiale prodotta, quegli elementi restano connotati sostanziali e specifici pur sempre forti e reali. La carne e la struttura genetica evolvono, purtroppo anche queste, per linee misteriose.
    Da qui, dal retaggio e dalla realtà naturale bisogna ripartire, conoscendoli e valorizzandoli. Cordialità V F

    Commento di Vittorio Foderaro — 16 febbraio 2011 @ 09:40


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