Cives Cremona

1 aprile 2011

La “guerra dell’acqua” approda ai referendum

Filed under: Aziende Pubbliche — Cives Cremona @ 15:56

La campagna dei “Movimenti per l’acqua” approda ai referendum del 12 giugno, con i quali si invitano i cittadini ad abrogare alcune norme della legge che regola la gestione dei servizi idrici. I quesiti hanno dunque una valenza prioritariamente giuridica, ma sono impregnati da motivazioni politiche e da ancor più forti motivazioni ideologiche.
Per non confonderci le idee, consideriamo innanzitutto l’obiettivo giuridico dei referendum.

Il quesito numero 1 intende abrogare l’articolo 23 bis del dl 112/2008, che regola i “servizi pubblici locali di rilevanza economica” in maniera più rigorosa rispetto a quanto disposto dalle norme comunitarie, in particolare rendendo più difficile l’affidamento diretto del servizio da parte degli enti locali.
La Corte costituzionale si era già pronunciata sull’argomento (sentenza n. 325/2010), su ricorsi presentati da alcune regioni, affermando che l’art. 23 era una decisione autonoma dello Stato italiano, compatibile con le norme comunitarie. Ora la Corte, ammettendo il quesito, chiarisce che le modalità di gestione dei servizi idrici previste dall’articolo 23 sono solo una delle possibili discipline, ma che l’introduzione di regole concorrenziali più rigorose non è imposta dall’ordinamento comunitario, che costituisce solo un minimo inderogabile per ogni Stato membro.
L’approvazione del quesito referendario, dunque, farebbe venir meno i numerosi vincoli agli affidamenti diretti previsti dall’articolo 23 e comporterebbe l’applicazione immediata nell’ordinamento italiano della normativa comunitaria. La quale normativa, come abbiamo già avuto occasione di ricordare (Bufale e tabù sulle norme europee), stabilisce, come principio generale, che la restrizione della concorrenza è giustificabile esclusivamente con la necessità comprovata di assicurare il corretto assolvimento di una missione di interesse generale da parte del titolare del monopolio o del diritto di esclusiva. Di conseguenza, l’affidamento diretto (in house) costituisce una eccezione alla regola della esternalizzazione, come ha sentenziato più volte la Corte di Giustizia.
Lascerebbe inoltre impregiudicato il contenuto della sentenza 325/2008, per cui “i servizi di interesse economico generale, in quanto rientranti nella materia della tutela della concorrenza, sono di competenza legislativa esclusiva dello Stato”. E lascerebbe sussistere il divieto, stabilito dalla legge 448/2001, di affidare i servizi ad aziende speciali.
Considerato che la gestione diretta (
in house), secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia europea e del Consiglio di stato, deve rispettare regole molto stringenti, dubitiamo che l’approvazione del quesito numero 1 possa soddisfare automaticamente le ambizioni dei referendari. Piuttosto, la “guerra dell’acqua” rischierà di trasformarsi in una “guerriglia” di ricorsi giudiziari.

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1 commento »

  1. In effetti, probabilmente il secondo quesito crea maggiore preoccupazione tra i sostenitori della privatizzazione della gestione dell’acqua: infatti eliminerebbe dalle nostre bollette la “remunerazione del capitale investito”, cioè i profitti che già ora sono garantiti ai gestori (un bel 7%), ciò che ha attratto i privati nella gestione dell’acqua in Italia.
    Però si ricorda che l’articolo 23bis sottoposto ad abrogazione dal primo quesito referendario contiene anche l’inaccettabile concetto di acqua come bene economico, anziché come bene di interesse generale: per questo è assolutamente necessario abrogare anche tale articolo e potersi così rifare a quella legislazione della UE che non impone affatto gestioni privatistiche, tant’è che dopo Parigi, anche Berlino è appena tornata ad una gestione pubblica del’acqua; in Olanda l’acqua è gestita dal pubblico; lo stesso in Belgio… Altro che eccezioni!

    Certo, lo strumento referendario non è risolutivo della privatizzazione che dalla legge Galli del 1994 in avanti si fa strada nella legislazione italiana (nella totale disinformazione dei cittadini…).
    Ma questi referendum sono già serviti a portare alla attenzione di tutti il tema della gestione dell’acqua (certo chi ha grossi interessi di potere economico-politico nel settore preferiva coltivarseli in segreto e non in pubblico!) e dei beni comuni (termine completamente dimenticato fino a quando non è stata intrapresa questa battaglia di civiltà!). Inoltre possono servire a creare il clima politico giusto affinché il parlamento decida finalemnte di discutere la legge di iniziativa popolare preparata dal Forum Italiano dei Movimenti dell’Acqua (www.acquabenecomune.org) e sottoscritta da 406mila cittadini nel 2007, che permetterebbe un governo e una gestione pubblici dell’acqua e la ripubblicizzazione del Servizio Idrico Integrato, per giungere ad una gestione pubblica e partecipativa dell’acqua in Italia.

    Per concludere, mi verrebbe da dire: meglio una “guerriglia” di ricorsi giudiziari che arrendersi alla mercificazione e privatizzazione dell’acqua…

    Commento di Diego Antonioli — 16 aprile 2011 @ 14:42


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