Cives Cremona

19 aprile 2011

Ma l’acqua “bene comune” mantiene rilevanza economica

Filed under: Economia — Cives Cremona @ 14:40

Questo post è una prima risposta al commento inviato da Diego Antonioli al post La “guerra dell’acqua” approda ai referendum

Abbiamo cercato di dimostrare che l’approvazione dei due quesiti referendari sulla gestione dei servizi idrici non avrebbe l’effetto di escluderli dalla categoria dei “servici di interesse economico generale”(Sieg, secondo la definizione comunitaria). La soppressione dell’articolo 23 bis, che rende difficoltoso l’affidamento diretto da parte dei comuni, comporterebbe l’applicazione immediata della normativa europea, per la quale l’affidamento diretto è ammesso solo in caso di comprovata necessità e secondo regole stringenti. Anche la soppressione del criterio “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale” non farebbe venire meno la “rilevanza economica del servizio” (come argomenta la Corte, sia pure in maniera contorta) e quindi la necessità di tener conto degli interessi sul capitale investito nella determinazione della tariffa.
L’interpretazione della Corte costituzionale diventa ancora più chiara se si considerano gli altri due quesiti non ammessi a referendum. Entrambi questi quesiti avevano lo scopo di scorporare i servizi idrici dalla categoria dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, in base al principio affermato dai referendari che l’acqua è un “bene comune non economico”. Ma entrambi sono stati rigettati dalla Corte, in quanto, come già affermato in sentenza precedente, “la disciplina dei servizi pubblici locali si applica anche al servizio idrico”.
La bocciatura di questi due quesiti colpisce dunque il cuore delle rivendicazioni referendarie, che fanno leva su un concetto – quello dell’acqua “bene comune” – che non trova collocazione nel nostro ordinamento. Per la Costituzione (art. 42) “i beni economici appartengono allo stato, ad enti o a privati”; per il Codice civile (art. 822 e 823) le acque e gli acquedotti sono beni demaniali pubblici inalienabili, che possono formare oggetto di diritti a favore di terzi solo nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge. Entro questo quadro giuridico, lo spazio dei “beni comuni” può essere quello dei beni di libera utilizzazione (come le strade), ma non è facile individuare oggi beni paragonabili ai pascoli o ai boschi comuni, che nell’ambito delle proprietà feudali erano assegnati all’uso della comunità; o agli usi civici sopravvissuti dopo la legge del 1927 che ne ha agevolato l’affrancazione.
Difficile immaginare un uso comune dell’acqua (potabile), se non regredendo alla fontana di paese. L’acqua è piuttosto un bene pubblico prezioso, il cui uso è disciplinato per legge, da gestire in modo da assicurarne a tutti il godimento. In quanto bene limitato è bene economico e non vi è nessun contrasto (come sostiene invece Diego Antonioli nel suo commento) tra “beni economici” e “beni di interesse generale”, in quanto (come si è visto) possiamo avere “servizi di interesse economico generale” affidati, sulla base di valutazioni di convenienza pubblica, alla gestione dei privati. Al di fuori di valutazioni “ideologiche” (astratte) pregiudizialmente favorevoli al “pubblico” o al “privato”.

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