Cives Cremona

30 maggio 2011

La vera partita delle “partecipate”

Filed under: Aziende Pubbliche — Cives Cremona @ 07:00

In vista del ballottaggio al comune di Milano, La Stampa del 26 maggio ha pubblicato un articolo di Marco Alfieri intitolato: “La vera partita, una torta da tre miliardi di euro”, che ha messo in luce come il piatto forte delle elezioni milanesi siano le 17 società partecipate del comune, tra cui primeggiano la A2A (energia, al 27,5%), la Sea (aeroporti, all’84,6%), l’Atm (trasporti, al 100%), l’Autostrada Serravalle (al 18,6%); oltre ad importanti presenze nella Fondazione Cariplo e nell’Expo 2015.
Alfieri ricorda che a partire dalla municipalizzazione del gas del 1961 le municipalizzate sono state lo strumento di una gigantesca partita di potere economico e politico, che ha coinvolto la borghesia vecchia e nuova e i politici di diverso colore, con espansione di attività ed assunzione di rischi non sempre vantaggiosi per i cittadini del territorio servito. Ricorda Alfieri che A2A, pur essendo piena di debiti (3,7 miliardi di euro), negli ultimi quattro anni ha versato al comune 281 milioni di dividendi attingendo alle riserve; che l’abbandono dello scalo di Malpensa da parte di Lufthansa metterebbe in gravissima difficoltà la Sea che lo gestisce e anche le casse del comune, che ha già previsto in bilancio 160 milioni di dividendi (di cui 110 come dividendi straordinari da quotazione). Ricorda ancora Alfieri che nel 2007 Aem aveva venduto Metroweb, la società che gestisce la rete in fibra ottica, al fondo Stirling Square al prezzo di 28 milioni, ma che il fondo ha ora deciso di rivenderla su una base d’asta di 250 milioni.
Abbiamo già denunciato con diversi esempi le distorsioni che si verificano nei rapporti tra comuni e partecipate (v. Dove ci porta il business). Riprendiamo oggi l’esempio macroscopico di Milano, per evidenziate comportamenti analoghi nelle nostre partecipate. E’ fresca la notizia secondo cui il comune intende vendere ad Aem il parcheggio Massarotti. E’ di qualche tempo fa la vendita ad Aem del bocciodromo e dell’area dell’ortomercato. In questi casi, dato che Aem è al 100% del comune, siamo di fronte a operazioni puramente contabili, che drenano utili risultanti da tariffe più alte del dovuto, vere e proprie tasse (come scrive Giuseppe Lauritano sulla Provincia del 18 maggio), applicate mediante aziende di servizio che non dovrebbero avere scopo lucrativo.
Qualche anno fa il comune riuscì a vendere ad Aem per 35 milioni di euro beni demaniali inalienabili, come le reti e gli impianti idrici, Un modo per finanziarsi senza spese, con utili o riserve aziendali, non sappiamo con quali effetti sul bilancio dell’azienda.
La gestione del parcheggio Massarotti è già stata sperimentata dal comune alcuni anni fa, con risultati negativi, e solo la saggezza dei consiglieri di allora impedì che venisse “rifilato” al comune un affare sballato. La nuova generazione di amministratori sarà oggi meno saggia?
Recentemente, ha fatto discutere l’intenzione di Lgh di acquistare dalla pisana Ecolevante spa una discarica a Grottaglie (Taranto), dove i comitati locali sono in fermento contro i padani che “vedono il territorio come una grande pattumiera da riempire e su cui farci denaro da portare al Nord”.
Questi fatti ci hanno fatto concludere che i compensi in Lgh (oggetto delle recenti polemiche) sono solo un aspetto del problema partecipate. Posto che anche la trasparenza dei compensi è sacrosanta e che gli amministratori “sono tenuti a comunicare i compensi e le indennità”, sarebbe opportuno inquadrare questo aspetto nella vera partita delle partecipate, che tocca l’aderenza alla natura territoriale, la pertinenza dei campi di attività, la dimensione aziendale, i rapporti con gli organi democratici del comune. Affinché non prosperino, con i soldi della comunità locale, strutture imprenditoriali che rispondono prevalentemente agli interessi della tecnostruttura.

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24 maggio 2011

Quando la lingua è asservita

Filed under: Antologia — Cives Cremona @ 07:00

Quando nella vita non quadra più niente, anche le parole vanno a picco. Perché tutte le dittature, di destra o di sinistra, atee o religiose, prendono la lingua al loro servizio. Nel mio primo libro su un’infanzia nel villaggio del Banato svevo la casa editrice rumena censurò oltre a tutto il resto anche la parola valigia. Era diventata una parola fastidiosa perché l’emigrazione della minoranza tedesca doveva restare un tabù. Questa presa di possesso rende cieche le parole e tenta di spegnere l’intelligenza del linguaggio contenuta nella parola….[Ma] la gente comune prendeva posizione ogni giorno nei confronti del Grande Fratello con giochi linguistici originali e sprezzanti. I nessi logici quanto più restavano nascosti tanto più risultavano sfottenti. Quando nei negozi si potevano comprare soltanto zampette di maiale affumicato invece della carne, si dava loro il nome di scarpe da ginnastica.

(da Herta Müller, Il re si inchina e uccide, Editore Keller)

23 maggio 2011

Controlli e autocontrolli per le partecipate

Filed under: Aziende Pubbliche — Cives Cremona @ 07:00

Dopo il caso Fondazione Città di Cremona, il caso Lgh ripropone oggi i difficoltosi rapporti che intercorrono tra il comune e le “aziende” che, a diverso titolo, al comune fanno riferimento. L’esternalizzazione dei servizi poneva problemi anche quando le municipalizzate godevano di sola autonomia amministrativa e dipendevano direttamente dal comune; oggi, con l’affidamento dei servizi pubblici a società per azioni e soprattutto con l’espansione senza limiti della loro attività, la catena di comando si è completamente inceppata.
Le ragioni per cui le partecipate sono sfuggite al controllo democratico dei comuni proprietari sono diverse. Una ragione è la connaturale tendenza espansionistica delle burocrazie e (nel caso delle aziende) delle tecnostrutture. Una seconda ragione sta nella tendenza dei partiti ad occupare le istituzioni e a selezionare gli amministratori secondo criteri politici. Una terza sta nella indeterminatezza dei rapporti tra comune ed aziende, che consente a queste la massima discrezionalità. Un’altra ragione è quella denunciata nell’ultima relazione della Corte dei conti, secondo la quale il difetto congenito del sistema sta nel fatto che le partecipate sono spesso uno “strumento utilizzato per forzare le regole della concorrenza e finalizzato ad eludere i vincoli di finanza pubblica”, in altre parole fanno comodo ai comuni.
La relazione della Corte si sofferma anche sulla necessità che i comuni predispongano strumenti di direzione e controllo adeguati a garantire il rispetto della legge, a partire dall’affidamento del servizio. E auspica che il sistema dei controlli interni all’ente locale sia totalmente riformato, anche in riferimento ai controlli sulle società partecipate, con l’obbligo di definire preventivamente i loro obiettivi gestionali e di organizzare sistemi informativi adeguati a rilevare l’intera attività finanziaria, organizzativa, gestionale e contabile delle società. Fino a giungere, per le province e per i comuni con più di 5000 abitanti, all’adozione obbligatoria del bilancio consolidato.
Questo sistema, una volta attuato, potrà tuttavia garantire solo in parte il controllo delle partecipate. Potrà offrire agli organi democratici del comune rapporti idonei a verificare il rispetto degli obiettivi, impedirà di scaricare sulle partecipate le difficoltà del bilancio comunale, ma difficilmente da solo potrà evitare le degenerazioni più gravi del sistema. Assieme ai controlli occorrono scelte essenzialmente politiche, che dovrebbero realizzarsi con la trasparenza dei curricula dei candidati alle cariche e con le audizioni pubbliche dei medesimi; con il ripudio della pratica delle “illusioni finanziarie”, con cui i comuni per non aumentare le tasse si rivalgono sulle tariffe (e sugli utili delle aziende); con la precisa demarcazione delle attività svolte, per non invadere (alla faccia della sussidiarietà) il terreno delle imprese private nei settori aperti al mercato. Oltre ai controlli dunque occorrono autocontrolli.

19 maggio 2011

La sfida di Pasquali

Filed under: Editoriali — Cives Cremona @ 07:00

I 132mila euro percepiti dal presidente di Lgh Pasquali, per una consulenza prestata ad una società partecipata, sono stati l’oggetto di un’interrogazione del consigliere Quinzani, di un ordine del giorno dei partiti di opposizione e anche di un documento di censura del coordinatore provinciale del suo stesso partito Jotta. Pasquali ha risposto ai suoi critici, rivendicando la legittimità del suo operato e sostenendo che i suoi emolumenti complessivi sono “sotto ai valori di mercato” di aziende similari.
Dalla risposta abbiamo forse capito che cosa intendesse dire Pasquali quando, appena insediato in Lgh, aveva parlato di “imperativo della crescita” e di necessità di cogliere “il trend del mercato”. Forse pensava ai lauti appannaggi che le ex municipalizzate (ora dette utility) prodigano ai vertici aziendali, e che, crescendo per avvicinarsi al top della categoria, avrebbe potuto godere di compensi proporzionali a quelli di Acea, dove i due vertici aziendali si dividono un compenso di 1 milione e 900mila euro.
La risposta contiene però una contraddizione, segnalata in un intervento su Cronaca del 17 maggio da Angelo Zanibelli, che scrive: “l’amministratore di una società pubblica non è un professionista ricercato dal mercato, ma è espressione della politica, è perciò azzardato invocare confronti con il mercato”.
Ma la risposta di Pasquali è anche una sfida: per se stesso e per la politica. La sfida per se stesso è quella di misurarsi davvero nel mercato, non nella serra calda delle utilitity politicizzate, ma nelle praterie dell’industria privata. La sfida per la politica è quella di non limitarsi a fare del caso una semplice occasione di scontro politico, o di protesta moralistica, o di aggiustamenti opportunistici. Ma di ripensare e riformare l’intero universo delle partecipate, per recuperarle, quale che sia la loro natura giuridica, alla funzione originaria delle imprese pubbliche: quella di eliminare gli extraprofitti monopolistici, producendo servizi pubblici al minor prezzo e alla migliore qualità per i cittadini. Evitando nello stesso tempo la proliferazione di centri di potere politico e clientelare.

16 maggio 2011

Il regolamento e le nomine

Filed under: Comune di Cremona — Cives Cremona @ 07:00

Nel nostro post del 14 marzo (Dubbi sulle nomine e sulle aziende) avevamo rilevato una certa incongruenza politica nella rinuncia da parte della maggioranza a posizioni di vertice in importanti società partecipate (assimilabili ad un assessorato). Dopo che, nel caso di Centropadane, sono state sollevate anche obiezioni sulla legittimità della conferma del presidente uscente, abbiamo recuperato negli atti comunali i riferimenti normativi su cui la designazione era stata motivata.
Il Codice civile consente la rieleggibilità degli amministratori; il regolamento sui servizi pubblici locali si limita a vietare la nomina in società partecipate per chi è stato nei tre anni precedenti amministratore dell’ente locale; la legge finanziaria preclude la nomina a quegli amministratori in carica negli ultimi cinque, che per tre esercizi consecutivi hanno mal governato (il testo piuttosto vago parla di “progressivo peggioramento dei conti per ragioni riferibili a non necessitate scelte gestionali”).
Anche lo statuto della Centropadane prevede la rieleggibilità degli amministratori, per cui, dati questi riferimenti, sembrerebbero possibili conferme indefinite, se non fosse per il regolamento comunale sugli indirizzi generali per le nomine, approvato nel 2004 e modificato nel 2009. Questo regolamento stabilisce che “a far tempo dalla prima data di adozione dei presenti indirizzi, non possono, comunque, essere nominati coloro che abbiano già avuto nomine da parte del sindaco nel medesimo organismo, anche con incarichi diversi, per due mandati amministrativi consecutivi o, comunque, per un tempo superiore al doppio della prevista durata della carica …nell’azienda.. cui si riferisce la nomina”
Il testo della norma non è particolarmente chiaro e sembra fatto apposta per prestarsi a qualunque cavillo interpretativo, ma la sua ratio non dovrebbe essere dubbia. Anche se discutibile, è la stessa che ha ispirato il legislatore nel fissare il limite dei due mandati per la carica di sindaco. Limite forse da ripensare, ma fintanto che c’è da rispettare. I regolamenti comunali, anche se secondari rispetto alla legge, sono una fonte normativa, cui la nuova formulazione dell’articolo 117 della Costituzione ha dato riconoscimento costituzionale. Assieme allo statuto, sono la base dell’ordinamento locale. E – come è stato detto per la Costituzione – o si applicano o si cambiano.
Spetta alla politica farne non uno strumento di scontro, ma un’occasione di miglioramento.

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