Cives Cremona

18 luglio 2011

Urbanistica e demografia a Soncino

Filed under: Territorio — Cives Cremona @ 15:14

Il Tribunale amministrativo regionale della Lombardia (Tar) ha parzialmente bocciato il Piano di governo del territorio (Pgt) del comune di Soncino, in quanto il previsto aumento del 30% degli abitanti nei prossimi cinque anni non è giustificato dalle caratteristiche demografiche della popolazione soncinese.
La sentenza del Tar è stata provocata dal ricorso di un proprietario i cui terreni erano stati destinati a insediamenti residenziali, in vista del previsto incremento demografico.
La delusione dei soncinesi per la bocciatura viene espressa in un articolo di Paolo Zignani, su Cronaca del 10 luglio, dove con una certa enfasi si parla di una “sentenza choc” e del sogno infranto di passare da paese a città, consolidando una identità tutta soncinese rispetto alle province limitrofe.
L’episodio di Soncino ci sollecita una riflessione generale sulla necessità di calibrare i piani urbanistici secondo obiettive previsioni demografiche, per evitare (come è avvenuto tante volte) superflue espansioni urbanistiche e sovradimensionamento dei servizi. Basti ricordare che, negli anni Sessanta, la popolazione provinciale era stata stimata in 400mila unità e quella del capoluogo in 120mila.
I comuni eviterebbero quindi inutili sprechi di terreno e di risorse se si attenessero alle effettive potenzialità demografiche della propria popolazione. Considerato che le caratteristiche demografiche sono relativamente stabili e consentono proiezioni affidabili nel tempo, specie nel breve arco quinquennale di un Pgt.
Soncino (come quasi tutti i comuni della provincia) è contraddistinto da una bassa quota di giovani e da un ridotto numero di nati per ogni donna in età feconda. In base ai dati demografici, anche Soncino sarebbe destinato al regresso demografico, se il calo naturale della popolazione non fosse compensato da un saldo immigratorio positivo. E’ questo saldo che ha consentito a Soncino di passare in quattro anni da 7.500 a 7.700 abitanti. Ma è difficile immaginare che – sulla base dei dati e dei flussi migratori – la popolazione possa incrementare del 30% nei prossimi cinque anni.
Negli anni passati, i comuni si sono fatti concorrenza anche mediante l’espansione dei piani urbanistici e la disponibilità di aree residenziali, allo scopo di attrarre nuovi abitanti. Qualche volta ha funzionato, specie per i comuni contigui ai centri maggiori, ma nell’insieme ha provocato un eccessivo allargamento delle aree edificabili, con notevole spreco di terreno agricolo.
Il vincolo posto ai Pgt, di tener conto delle effettive potenzialità demografiche ed economiche di ogni comune, risponde dunque alla necessità di fondare la pianificazione comunale non su “sogni”, ma su dati reali e circoscritti.

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15 luglio 2011

“Dalli alla provincia!”

Filed under: Politica — Cives Cremona @ 07:00

La proposta dell’Idv di cancellare tout court dalla Costituzione l’ente Provincia è stata bocciata con 225 no, 83 si e 240 astensioni. Hanno votato contro il Pdl e la Lega; si è astenuto il Pd; hanno votato a favore oltre all’Idv, Udc, Api e Fli. Con la proposta, i partiti favorevoli volevano dare un segnale tangibile della volontà dei politici di ridurre i costi dell’apparato politico. Con la bocciatura, i partiti contrari hanno inteso dire che la riforma delle province non andava fatta col bisturi, ma con un riassetto complessivo delle funzioni e dell’ordinamento amministrativo.
La polemica sul destino delle province è vecchia di cinquant’anni, dura cioè dal momento dell’istituzione delle regioni. Anche allora, i partiti favorevoli alla loro abolizione erano i partiti con scarsa base elettorale, che contavano pochi o nessun rappresentante negli enti da abolire, mentre erano contrari i partiti con larga base e con molti presidenti e consiglieri provinciali. Il sospetto che le scelte siano condizionate dall’opportunità politica viene spontaneo.
In effetti, volendo dare un segnale di austerità, i partiti nazionali avevano molte opportunità a portata di mano. Ad esempio, dimezzando il numero dei parlamentari si risparmierebbero 100 milioni di euro (il doppio rispetto al taglio degli organi provinciali); dimezzando inoltre le indennità dei parlamentari (che sono il doppio della media europea) si risparmierebbero altri 50 milioni. Questo per dire che le sparate propagandistiche sono una cosa, le riforme pensate sono un’altra e che anche per le province – come per le regioni, i comuni e lo stato – è indispensabile un ripensamento di funzioni, di dimensioni e di organizzazione, nel quadro di un ordinamento armonioso delle autonomie locali e regionali.
Cives si è occupato più volte di quella che Fabrizio Forquet, su 24 Ore dell’11 luglio (all’interno del servizio sui costi della politica, stimati in 23 miliardi l’anno) chiama “l’esuberanza istituzionale” italiana, fonte di spreco e irresponsabilità (v. Il rasoio di Occam).Ma si è anche preoccupato di fare confronti con gli altri paesi europei (v. Abolire le province?), constatando che gli enti intermedi sono presenti in tutti i principali paesi (100 in Francia; 301 in Germania; 50 in Spagna; 28 in Gran bretagna) e concludendo che essi rispondono ad una esigenza di decentramento democratico, sia per lo svolgimento di funzioni di programmazione territoriale, sia per la prestazione di servizi di vasta area in campo sociale ed economico. Un accentramento regionale di quelle funzioni non ridurrebbe i costi, indebolirebbe le aree più deboli e attenuerebbe il controllo democratico sull’attività amministrativa. Occorre piuttosto valutare se non convenga concentrare nella provincia tutti gli organismi regionali e statali che sono proliferati nel corso degli anni, sulla base di un’analisi attenta dei costi e dei benefici.
Ecco perché il
“Dalli alla provincia!” ci sembra una eccessiva semplificazione del problema.

13 luglio 2011

L’illusione dell’acqua gratis

Filed under: Economia — Cives Cremona @ 07:00

I referendari dell’acqua (tra le altre cose) hanno instillato l’illusione dell’acqua gratis. In nome del concetto di “acqua bene comune” e del principio della “universalità e accessibilità del servizio” hanno propagandato l’idea della sua libera disponibilità per il soddisfacimento dei bisogni essenziali. Tanto che, dopo il successo del referendum, si stanno moltiplicando nelle piazze delle città i distributori di “acqua del sindaco”. Non le classiche fontanelle (chiamate dai vecchi cremonesi le vèdue), che servono da sfiato per gli acquedotti, ma erogatori di acqua naturale o frizzante, fresca, pura e microfiltrata (a Cremona esiste in via Persico da anni).
Gli scopi di questo raffinato servizio pubblico “a gratis” sono diversi: promozionale per l’uso dell’acquedotto comunale; ambientale per disincentivare l’impiego delle bottiglie di plastica; ideologico per consolidare il concetto di “acqua bene comune”.
Per affermare questa specie di nuova frontiera del comunismo, i referendari non hanno esitato a retrocedere l’acqua dalla categoria giuridica dei “beni pubblici” a quella sociologica dei “beni comuni” (commons), non tenendo conto che i beni pubblici garantiscono la massima accessibilità e la minima esclusione. A parte le fontanelle e gli erogatori promozionali, è difficile paragonare gli acquedotti e i connessi impianti di trattamento e depurazione ai boschi o ai pascoli comuni delle economie feudali. Nel senso che siamo di fronte a servizi che hanno costi elevati di investimento e di esercizio e che, per evitare gli sprechi, è opportuno che siano sottoposti a tariffe d’uso, differenziate fin che si vuole, ma tali che coprano il costo, a pena di scaricarlo sulla fiscalità generale, con effetti iniqui immaginabili.
L’illusione dell’acqua gratis peraltro sta creando forti divergenze anche nella sinistra. All’assemblea di Sinistra Ecologia e Libertà del 18 giugno, il presidente della Puglia, Vendola, ha tradotto in palanche i costi dell’illusione, dicendo che “50 litri di acqua gratis significano 80 milioni di euro di debiti fuori bilancio, una tragedia per una regione che non ha un goccio d’acqua…Sono problemi che vanno valutati con un po’ meno di isteria ideologica. Altrimenti c’è chi preferisce perdere bene piuttosto che vincere anche nelle considerazioni reali di una battaglia”.
Ben detto. Dunque, anche per Vendola, la realtà è più dura delle illusioni.

11 luglio 2011

E adesso poveri sindaci?

Filed under: Economia — Cives Cremona @ 07:00

Dopo l’affermazione del referendum che ha cancellato dal calcolo della tariffa “la remunerazione del capitale investito”, i più preoccupati circa la gestione dei servizi idrici sembrano i sindaci, considerato che i comuni, cui fa capo la maggioranza delle società partecipate, dovranno sostenere investimenti stimati tra 40 e 64 miliardi. Ne riferisce Avvenire, in un’inchiesta del 16 giugno, dal significativo titolo: “Sull’acqua che verrà i conti non tornano”.
In effetti, per procurarsi le somme necessarie a finanziare gli investimenti in acquedotti ed impianti, i comuni o le società controllate dovranno ricorrere a mutui, sui quali dovrà essere pagato un interesse, che è appunto la remunerazione del capitale. Se questa voce di costo viene espunta dal calcolo, il bilancio della società sarà deficitario e potrà essere pareggiato solo mediante un contributo del comune, tratto dalla fiscalità generale.
Come abbiamo cercato di dimostrare (v. Il quesito numero 2 zoppica in economia) il quesito relativo alla tariffa era basato sulla errata equiparazione tra “profitto” e “interesse”. Per allergia ideologica nei confronti del profitto, i referendari hanno chiesto (e ottenuto dalla Corte) di cancellare dalla tariffa anche l’interesse sul capitale investito, che era stato fissato al 7% da un decreto ministeriale, ma che avrebbe potuto essere anche ridotto da un decreto successivo. E’ venuto meno in questo modo l’interesse dei privati di apportare i capitali necessari alla manutenzione e allo sviluppo della rete idrica, sicché i comuni dovranno provvedere con i propri scarsi mezzi.
Per ironia della sorte, la prima reazione negativa al risultato del referendum è venuta dal presidente della Puglia, Vendola, che ha rifiutato di abbassare le tariffe dell’Acquedotto Pugliese, in quanto gravate da interessi di circa il 7% su un mutuo precedentemente contratto. Ai Verdi e ai sindaci che chiedevano la riduzione, Vendola ha risposto che “quel 7% non è utilizzato per investimenti, ma rappresenta la copertura di un debito e quindi, dal punto di vista finanziario, un costo”.
Dal punto di vista della logica economica, la risposta è parzialmente corretta e ogni sindaco la potrà correttamente invocare, a meno che non voglia, con un pizzico di finanza creativa, far sparire quella voce di “costo” dalla contabilità comunale.

6 luglio 2011

I problemi oltre le ideologie

Filed under: Politica — Cives Cremona @ 10:19

Giacomo Bazzani, consigliere di Aem e (come lui si definisce) “vecchio comunista”, ci ha inviato un commento lusinghiero in calce al nostro post I partiti, le poltrone e la politica.
Concordando sulle analisi e sulle proposte da me fatte circa le funzioni e la gestione delle ex municipalizzate, osserva che le barriere ideologiche del Novecento sembrano superate e che si può ragionare nel merito dei problemi con un “vecchio democristiano” (come io stesso mi posso definire).
Se così è, vuol dire che il Novecento, con le sue tragiche crisi di sistema, non è passato invano e che si può forse cominciare a ragionare non già partendo da modelli politici o economici, ma dai concreti assetti economici, politici e istituzionali, non già per “cambiare l’uomo”, ma per migliorare l’organizzazione sociale.
Tornando alle partecipate, la degenerazione del sistema è sotto gli occhi di tutti. Ne riparla Sergio Rizzo in un articolo sul Corriere della Sera del 4 luglio, in cui denuncia che su 3700 ex municipalizzate solo un terzo svolge servizi pubblici; che l’Atac di Roma (con 13 mila dipendenti) ha accumulato un deficit di 800 milioni di euro; che il 63% delle partecipate sono perennemente in perdita; che buona parte dei costi sostenuti non sono inerenti con la funzione pubblica, eccetera.
Dobbiamo quindi concludere (come fa Bazzani) che gli obiettivi della riforma Bassanini sono falliti ? Che i criteri dell’efficacia e dell’efficienza, che ne erano alla base, sono (come scrive Bazzani) criteri “fumosi”? O non è più logico pensare che il fallimento della riforma sia dipeso dalla mancata applicazione di quei criteri? Non è lapalissiano che il contrario di efficienza è inefficienza?
Un’analisi spassionata del fallimento dovrebbe piuttosto concentrarsi sulle degenerazioni politiche del sistema partecipate; sull’uso strumentale fatto dai comuni per aggirare vincoli legislativi o per camuffare dati di bilancio; sulla disinvolta confusione tra funzioni pubbliche e attività private, favorita dalla forma privatistica delle società; sull’affievolimento fino alla scomparsa del legame tra partecipate e organi democratici dei comuni.
Di tutto questo i partiti dovrebbero discutere, non solo di poltrone. Ma Cives non è un partito, è solo un blog di approfondimento, che non ha né la funzione né i mezzi per organizzare un convegno, come propone Bazzani. Anche se posso essere disponibile a portare un contributo personale dove si discuta nel merito del problema.

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