Cives Cremona

26 ottobre 2011

Equivoci persistenti sulla Fondazione Città di Cremona

Filed under: Enti e Fondazioni — Cives Cremona @ 07:00

Da una più accurata lettura delle cronache riguardanti la Fondazione Città di Cremona (La Provincia dei giorni 15,16,18 ottobre), si ha la netta impressione che sulla natura dell’ente e sui suoi rapporti con il Comune persistano notevoli equivoci.
Lo scorso anno, in occasione della crisi seguita all’acquisto di Palazzo Fodri, avevamo sottolineato l’autonomia costituzionale delle fondazioni caritative, eredi delle Opere Pie, giudicando illegittimo il loro assoggettamento alla potestà dei comuni e non pertinente l’ingerenza dei partiti nell’amministrazione (
Ma la Costituzione tutela la Fondazione; I partiti e la Fondazione). Avevamo anche proposto una modifica dello statuto, diretta ad accentuare la natura comunitaria di questo ente (Quale statuto per la Fondazione). Lo sviluppo della crisi era andato in senso opposto e questo spiega gli equivoci ancora oggi persistenti.
Succede così che l’assessore al bilancio consideri la Fondazione alla stregua di un’azienda del Comune e richieda informazioni sulle sue operazioni; che “voglia cercar di capire – come scrive Bazoli – a quanto ammontano i suoi utili”. Tutte notizie che non sono segrete e che la Fondazione farebbe bene a render pubbliche sul suo sito, in modo che della carità di Cremona tutti possano conoscere la consistenza patrimoniale, le rendite e i progetti finanziati (come fa ad esempio la Fondazione Cariplo). Un’operazione trasparenza che agevolerebbe anche la curiosità di Nolli.
Succede così che il direttore generale spieghi al giornalista che la Fondazione, date le difficoltà del bilancio comunale, possa sostenere il welfare cittadino
“ai sensi dello statuto e per la regia che compete al Comune”, trascurando il fatto che la Fondazione opera per statuto all’interno degli indirizzi generali fissati dal consiglio comunale, d’intesa con il Comune, ma non soggetta ad alcuna regia.
Succede così che l’intervista di Bazoli al presidente Spedini assomigli ad un interrogatorio, in cui l’affermazione di Spedini, di badare all’efficacia degli interventi assistenziali e al rapporto costi-benefici, venga bollata di “ragionamento imprenditoriale”.
Pare anche che succeda – come sostiene Leoni sul
Vascello – che vengano messe in atto forti pressioni sulla Fondazione per orientarne le scelte di investimento.
Omnia munda mundis. Ma gli equivoci sono persistenti.

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25 ottobre 2011

La presunzione della Consorteria

Filed under: Antologia — Cives Cremona @ 07:00

“A Napoli restò in campo il ristretto gruppo degli esuli del ’48 che formavano il partito cavouriano o, come dissero i loro avversari con intento spregiativo, la Consorteria…Il personaggio di maggior spicco era Silvio Spaventa, già membro del Parlamento del ’48, poi ospite per lungo tempo delle carceri borboniche…Spaventa cercava ordine e moralità. Fratello di filosofo hegeliano, identificava l’uno con l’altra, e proprio per questo non gli veniva facile sentirsi in sintonia con i tempi e con i luoghi.
La mancanza di moralità era già stata presentata da questi patrioti, già negli anni dell’esilio, come legata al malgoverno borbonico. Non si capiva però se per loro la tirannia avesse corrotto la società, o se non fosse stata la società corrotta a mantenere così a lungo in vita la tirannia. La colpevolizzazione della ‘mala signoria’ si situava bene nella retorica patriottica; se però le cose stavano all’inverso, c’era il rischio che qualcuno pensasse il Mezzogiorno incapace di una piena partnership nella nazione risorta, bisognoso di una permanente protezione da parte dell’Italia virtuosa.”

da Salvatore Lupo, L’unificazione italiana, Donzelli Editore, 2011

24 ottobre 2011

Autonomia e chiarezza per la Fondazione Città di Cremona

Filed under: Enti e Fondazioni — Cives Cremona @ 07:00

Un ampio servizio di Gilbero Bazoli (La Provincia del 15 ottobre) prende le mosse da un documento con cui gli uffici comunali espongono all’assessore al bilancio, Roberto Nolli, le difficoltà a sostenere i normali servizi del comune, a causa dei tagli introdotti dalla manovra governativa di agosto, e propongono alcune contromisure dirette a recuperare le risorse necessarie. Vi si parla di aumenti dell’Irpef, di incremento degli utili da società partecipate e di un intervento della Fondazione Città di Cremona per sostenere le spese sociali dell’amministrazione.
Su quest’ultimo intervento si sofferma l’attenzione del cronista che, dopo aver rievocato la spesa di otto milioni di euro deliberata lo scorso anno dalla Fondazione per l’acquisto di Palazzo Fodri, riporta il parere del direttore generale del comune, Massimo Placchi, per il quale “almeno due o tre di quegli otto milioni avrebbero potuto essere utili in tempi di magra per coprire le spese sociali”. E parla dell’attenzione che l’assessore Nolli sta dedicando alla Fondazione, sia con una richiesta di chiarimenti circa le sue potenzialità economiche, sia con un invito a “serrare le fila” per sostenere le spese sociali del comune.
Tutto il servizio sembra gettare un’ombra sulla validità dell’operazione conclusa dal precedente consiglio (presieduto da Umberto Lonardi); ombra che esplode nel titolo a tutta pagina del servizio: “otto milioni sottratti ai bisognosi”. All’affermazione (come minimo errata) ha replicato il giorno dopo il presidente della fondazione, Giacomo Spedini, che ha garbatamente spiegato che gli otto milioni provenivano dalla vendita di un terreno e che dovevano essere per legge e statuto obbligatoriamente reinvestiti, “non se ne poteva toccare nemmeno un euro”, essendo il compito della Fondazione quello di preservare il patrimonio, farlo fruttare al meglio e destinare i frutti alle sue attività assistenziali.
Da tutta questa vicenda, affiora il punto più controverso relativo alla Fondazione, alla sua natura e ai suoi rapporti con il Comune. Non tanto dalla “svista” (sicuramente in buona fede, del giornalista), quanto dall’atteggiamento del direttore generale e soprattutto dell’assessore, che mostra chiaramente di considerare la Fondazione come un’azienda del Comune, quando trattasi invece di un ente autonomo, per statuto legge e Costituzione, sottoposto alla vigilanza della regione e non a quella dell’assessore al bilancio.
Che la Fondazione debba operare, come dice il suo statuto, “nell’ambito degli indirizzi stabiliti dalla programmazione sociale territoriale d’intesa con il Comune”, non significa che essa non debba assolvere direttamente alle attività assistenziali cui è deputata, tanto meno che si debba trasformare in un organismo sovventore del comune e men che meno che possa alienare il patrimonio per erogare il ricavato in spese di assistenza. L’assoggettamento di fatto al potere del comune, con la riforma del 2004, ha già creato diversi scompensi, sia con la consistente parte di patrimonio destinata alla ristrutturazione dell’Ospizio Soldi, sia con le rilevanti sovvenzioni destinate a sanare il bilancio di questo istituto.
Sui rapporti tra Fondazione e Comune, Maura Ruggeri (artefice del riforma del 2004 e del “conglomerato” che ne è sortito), sostiene oggi in una nota che “la fondazione non può essere usata per far la cassa del Comune e che gli utili devono essere destinati a progetti con finalizzazione chiara, pubblica e rendicontabile”.
Autonomia e chiarezza di rapporti, dunque, secondo l’impostazione da Cives sempre sostenuta.

14 ottobre 2011

Quando il comune non fa il suo mestiere

Filed under: Economia — Cives Cremona @ 16:17

A proposito dell’eccessiva disinvoltura dei comuni nell’assumere rischi non pertinenti alla loro funzione (cui abbiamo accennato nel post di ieri), un articolo di Sergio Rizzo, sul Corriere Economia del 10 scorso, presenta il caso clamoroso dei “contratti derivati”, stipulati da molte amministrazioni comunali e provinciali nella speranza di ridurre l’onere degli interessi sui debiti contratti.
I “derivati” sono in pratica delle scommesse circa l’andamento del valore di un titolo (o di un indice). Sono strumenti della finanza creativa, che hanno conosciuto grande diffusione negli ultimi decenni, contribuendo alla crisi finanziaria internazionale e alla instabilità economica.
Agli inizi del millennio, la febbre dei derivati si è impadronita anche di molti enti locali con risultati disastrosi. L’articolo di Sergio Rizzo riporta in proposito i risultati di un’indagine della Corte dei conti, da cui risulta che le perdite presunte sui “derivati” di province e comuni è di oltre 885 milioni di euro, pari ad un costo aggiuntivo del 4,3% sul valore dei debiti, con punte di oltre il 10% in Piemonte, e Campania. In Lombardia si è stati più prudenti e il maggior costo è stato solo dello 0,64%.
Le scorrerie nel campo dei “derivati” hanno anche provocato numerosi esposti e conseguenti inchieste da parte di diverse procure.
“Ofelè fa el to mesté”, direbbero a Milano.

13 ottobre 2011

Il comune imprenditore nel trend del mercato

Filed under: Aziende Pubbliche — Cives Cremona @ 07:00

Un servizio di Felice Staboli sulla Provincia del 10 ottobre ha riportato all’attenzione dei cittadini l’acquisto da parte di Lgh della quota di maggioranza (85%) della società Ecolevante, che gestisce la discarica di Grottaglie in provincia di Taranto.
Il servizio (Una discarica che scotta) riferiva dei rapporti che il titolare di Ecolevante avrebbe avuto con Tarantini e Lavitola, attualmente indagati dalle procure di Napoli e Bari. E ricordava anche che nel gennaio scorso tale acquisto aveva sollevato discussioni nel consiglio comunale di Cremona.
In quell’occasione, il capogruppo della Lega, Maffini, aveva chiesto al sindaco se convenisse a un’azienda pubblica come Lgh investire fuori dai suoi confini, anziché nel proprio territorio. Il sindaco era stato tassativo: “Non solo può ma deve. Il traguardo assegnato a Lgh – aveva detto Perri – è fare il possibile per mantenere un equilibrio tra qualità e prezzo dei servizi. A tal fine, gli obiettivi locali possono essere virtuosamente affiancati da iniziative extraterritoriali. Il progetto [della discarica] è considerato positivo dal punto di vista economico e della redditività, pur con tutte le precauzioni del caso e considerando la naturale alea relativa a un’attività di impresa”.
Può darsi che la curiosità dei lettori sia stata solleticata dall’ipotetica compromissione con Lavitola e Tarantini, piuttosto che dalla disinvoltura con cui i comuni, attraverso le loro partecipate, sono disposti a sobbarcarsi il rischio d’impresa. Disinvoltura cui Cives ha dedicato molta attenzione, denunciando l’eccessiva proliferazione di società nate dalle vecchie municipalizzate; l’uso spesso politico delle medesime; le carenze nel controllo democratico e nella selezione degli amministratori; la degenerazione cui conduce la ricerca del business (Dove ci porta il business), sintetizzata dalla consigliera comunale di Brescia Laura Castelletti in questo modo: “la specificità bresciana non ha più valore; A2A è una società che di locale ha solo la distribuzione, cioè cittadini/clienti che valgono molto ma contano poco”.
Eppure, dovrebbe essere chiaro che il comune non è un’impresa e che diventarlo indirettamente trasformando in spa un’azienda municipale lo espone a rischi che non gli sono connaturali. Oltre a rendere indecifrabili i bilanci e poco trasparenti i costi e i benefici. Nel caso della discarica di Grottaglie l’investimento di 41 milioni di euro (Pasquali aveva detto molto meno di 50, ma molto meno non paiono) non va rapportato solo con l’utile previsto, ma con la rinuncia ad opportunità di investimento nel territorio “di competenza” e anche con le reazioni del territorio “colonizzato” (in merito basta leggere i siti pugliesi).
Secondo la Corte dei conti, le società partecipate dai comuni, nonostante la forma giuridica privata, restano aziende pubbliche sottoposte al suo controllo. Come tali dovrebbero rientrare in se stesse e recuperare natura e funzioni delle vecchie municipalizzate: gestire i servizi in situazione di monopolio naturale per garantire la qualità ed eliminare gli extraprofitti monopolistici al servizio del loro territorio. Senza rincorrere il “trend del mercato”.

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