Cives Cremona

24 novembre 2011

Borghesia cercasi (*)

Filed under: Recensioni — Cives Cremona @ 07:00

“Cosa succede in un paese senza borghesia? Rispondendo a questa domanda, Giuseppe De Rita e Antonio Galdo ripercorrono il processo che ha portato dalla rivoluzione borghese risorgimentale al “vuoto borghese” di oggi.
“Borghesia” va intesa – secondo gli autori – non tanto come classe che controlla i mezzi di produzione, quanto come èlite che “si dà carico della responsabilità collettiva e guida l’intero sistema, sulla base non solo di pulsioni particolari ma dell’interesse generale”. Borghesi di matrice intellettuale furono i protagonisti del Risorgimento, che seppero guardare al futuro e unificarono l’Italia, ristrutturando poi lo stato, la scuola, la giustizia, la pubblica amministrazione.
Una prima rottura con quella tradizione si ebbe con il fascismo, fatto da ceti medi emergenti che rifiutavano la guida borghese. Anche durante il fascismo tuttavia, una minoranza borghese si dedicò alla ricostruzione dell’assetto economico (Iri, Imi, legge bancaria) e pose le basi di un sistema di sicurezza sociale (Inps, Onmi). E nel dopoguerra si dedicò alla ricostruzione del paese mediante organismi pubblici (Iri, Eni, Cassa del Mezzogiorno) che furono un volano per lo sviluppo dell’industrializzazione.
“Ma dopo? Cosa ha portato all’eclissi della borghesia?” Per gli autori, tutto cambia quando scatta la molla del benessere di massa e comincia “l’imborghesimento di massa”. Il ceto medio si consolida nel periodo del boom economico e si dilata negli anni successivi per opera della spesa pubblica e del debito, indirizzati non alla crescita ma all’espansione dei consumi del ceto medio. La società dava spazio all’iniziativa individuale, ma non riusciva a formare un’avanguardia in grado di darsi carico degli interessi collettivi. “Qui è nato il vuoto borghese”.
In questo vuoto, le organizzazioni sociali (“i corpi intermedi della rappresentanza”) diventano corporazioni che difendono esclusivamente gli interessi e i privilegi accumulati. I partiti “si sfarinano, trasformandosi in tribù ad personam. Le istituzioni appaiono burocratiche e distanti. La politica è schiacciata sul presente e i tentativi di modernizzazione delle istituzioni non riescono decollare. Fino all’implosione di Tangentopoli, quando “muore, prima ancora di nascere, la seconda repubblica”.
Un capitolo del libro spiega anche le ragioni strutturali che hanno favorito l’eclisse: il localismo delle imprese; le gestioni aziendali ristrette; i modelli anomali di governance; il cumulo degli incarichi; i conflitti di interesse. E anche “la mancanza di una cintura di protezione etica” del capitalismo. Le privatizzazioni (tra il 1992 e il 2007) hanno portato denaro al tesoro, ma non hanno creato un solido nucleo imprenditoriale in grado di garantire stabilità e sviluppo. Le professioni si sono trasformate in trincee. Nelle università si misura la deriva corporativa e familistica della borghesia italiana.
E ora, dopo la crisi, cosa succederà? Gli autori elencano i soggetti che hanno retto meglio del previsto all’urto della crisi: il sistema industriale, quello bancario, la coesione territoriale. E tutte le situazioni critiche presenti: concentrazione della ricchezza; giovani inattivi; basso livello culturale; fuga dal paese; inefficienza burocratica; ritardo infrastrutturale; stagnazione. Ma anche qualche segnale di inversione di tendenza: la fine del lungo ciclo della soggettività; la domanda di nuove forme di partecipazione collettiva; il fascino calante della verticalizzazione politica e il ritorno a forme più solide di rappresentanza. E anche il rilancio di virtù civili, alla ricerca di nuovi orizzonti.
Le argomentazioni del libro sono supportate da numerosi dati sociologici.

(*) Giuseppe De Rita, Antonio Galdo, L’eclissi della borghesia, Editori Laterza, 2011

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