Cives Cremona

19 dicembre 2011

“Guerriglia” sull’acqua

Filed under: Aziende Pubbliche — Cives Cremona @ 07:00

I giornali locali hanno dato notizia, con grande enfasi, dei contrasti sorti in seno alla Conferenza dei sindaci dei 115 comuni della provincia, riunitasi per due volte allo scopo di dare il suo parere sulle modalità di gestione del servizio idrico provinciale, come previsto dall’apposita legge regionale. La Provincia (17/12) titola così: “Sindaci, esplode la rivolta”. E Cronaca (18/12) addirittura: “Servizio idrico, è braccio di ferro sulla democrazia”.
Per capire i termini della questione occorre partire dalla legge regionale del 2003, con la quale la Lombardia aveva cercato di programmare il servizio idrico, prevedendo anche la possibilità di affidare la gestione del servizio a società private o miste (con maggioranza pubblica). Attorno a questa apertura ai privati si è aperta quella che abbiamo chiamato “la guerra dell’acqua”(v.La guerra dell’acqua) condotta in fronte aperto dai movimenti universalisti e fiancheggiata dagli amministratori locali affezionati alle vecchie municipalizzate e dai politici paladini del “pubblico”. Agitando gli slogan ingannevoli “no alla privatizzazione” e “acqua bene comune”, i movimenti hanno vinto la battaglia referendaria, ma non la guerra, perché i referendum hanno sì demolito alcune norme nazionali ma non la normativa comunitaria, che tutela la concorrenza nei servizi locali.
Il conflitto si è così trasformato in “guerriglia” all’interno della Conferenza dei sindaci chiamata ad esprimere un parere vincolante sulle modalità di affidamento del servizio. La Conferenza si è riunita una prima volta il 22 novembre, presenti 106 sindaci, ma considerate le numerose richieste di approfondimento del problema si è conclusa con un rinvio. Si è riunita una seconda volta il 16 dicembre, presenti soltanto 61 sindaci, e qui si è aperta una battaglia procedurale. La legge regionale stabilisce che il “il parere è assunto con il voto favorevole dei sindaci di comuni che rappresentano almeno la maggioranza della popolazione residente nell’ambito”, ma che “le deliberazioni hanno validità se il numero dei comuni presenti è almeno la metà più uno degli aventi diritto al voto”. Sembra un semplice caso di doppia maggioranza, ma scatena contestazioni e dispute. Il presidente decide che non si può votare e abbandona la riunione. I 60 sindaci rimasti passano all’autogestione, eleggono un altro presidente e votano lo stesso. Sulle riunioni aleggia la presenza dei comitati referendari che premono alle porte con trombe e striscioni.
I conflitti procedurali si prestano alle schermaglie e ingigantiscono lo scontro tra i sostenitori della gestione pubblica e quelli della gestione aperta ai privati, acuiscono le appartenenze politiche e le visioni ideologiche. Restano in ombra (almeno leggendo le cronache) i problemi strutturali e finanziari che il servizio idrico dovrà affrontare. Come superare la frammentazione societaria? Come recuperare i 550 milioni necessari per rinnovare gli impianti e ridurre le perdite della rete (secondo le stime del Comitato di vigilanza risorse idriche)? Domande che attendono risposte basate su criteri di convenienza amministrativa e finanziaria, senza “guerriglie” procedurali che allontanano ancora le soluzioni.

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