Cives Cremona

23 gennaio 2012

Il servizio idrico dieci anni dopo

Filed under: Aziende Pubbliche — Cives Cremona @ 22:22

La guerra dell’acqua sta assumendo i toni di una parodia epica in cui si sprecano i richiami roboanti ai principi ma si perdono i contorni del campo di battaglia. Anche gli ampi servizi dedicati al tema dalla stampa locale non sempre aiutano a tracciarne il confine. Encomiabile quindi quello di Felice Staboli (La Provincia, 22 gennaio), ultimo in ordine di tempo, che presenta il quadro dei problemi del servizio idrico, individuati analiticamente dal piano d’ambito provinciale.
Dai dati forniti si ricava che, per assicurare efficienza e qualità alla rete di acquedotti, reti fognarie e depuratori, occorrerebbero investimenti per 480 milioni di euro, da programmare in vent’anni: 297 per manutenzioni, 183 per nuove opere. Sul totale, 106 milioni riguardano i depuratori, per i quali 25 comuni della provincia sono a rischio d’infrazione, secondo i criteri della normativa europea. Questa è la situazione dieci anni dopo la legge regionale. Siamo di fronte ad una mole imponente di investimenti in un servizio pubblico essenziale, che migliorerebbe la qualità della vita degli abitanti e, nello stesso tempo, metterebbe in moto una spesa pubblica assai utile in tempo di crisi. Ritardare ancora, dopo un decennio di polemiche sulle modalità di gestione, diventa un peccato di omissione, considerato che, dopo i referendum sul servizio idrico e dopo la sentenza della Corte costituzionale sulla legge lombarda, il quadro normativo sembra finalmente definito.
Infatti, dopo i referendum, i comuni possono affidare la gestione dei servizi locali o mediante gara ad evidenza pubblica; o per mezzo di società mista con selezione a gara del socio privato operativo; o anche con affidamento diretto (in house) a società pubblica, rispettando i vincoli della normativa comunitaria. Per il servizio idrico, avendo il referendum abrogato la remunerazione del capitale nella determinazione della tariffa, questa sarà di competenza delle Autorità d’ambito istituite dalle regioni, fin quando non sarà operativa l’Agenzia nazionale di vigilanza sulle risorse idriche. (questa impostazione è confermata da un documento dell’Anci del 14 giugno 2011).
Dopo la sentenza della Corte (v. La Corte Costituzionale spariglia sul servizio idrico), i comuni non possono conferire le reti e gli impianti idrici a società patrimoniali, ma possono solo darli in affidamento a una unica società di gestione per ogni ambito provinciale (come stabilito dalla legge regionale). I comuni della provincia possono quindi decidere di affidare direttamente (in house) la gestione di reti e impianti ad una società provinciale totalmente pubblica, a condizione che gli stessi comuni, anche non singolarmente ma attraverso un organo di rappresentanza, possano esercitare sulla società un controllo diretto sugli atti più importanti (“controllo analogo”, secondo la normativa europea e la giurisprudenza).
Considerata la gravità dei problemi e la definizione del quadro normativo, sembra che le “sette sorelle” abbiano mostrato, nel corso di un incontro di presidenti con il presidente della Provincia Salini, “una reale apertura all’aggregazione” (così riferisce Fulvio Stumpo sulla Provincia del 17 gennaio). Questo avviene a quasi dieci anni dalle legge regionale che ne aveva previsto la soppressione e a quattro anni da un accordo abbozzato nel 2008. A dimostrazione della riluttanza di politici e amministratori locali a sacrificare docili strumenti di potere, o della loro debolezza rispetto al management aziendale. Ma spetta pur sempre ai politici e agli amministratori delimitare il “campo di battaglia”, sottraendosi alle parodie roboanti dei modelli per misurarsi con le esigenze economiche finanziarie e sociali di un servizio pubblico essenziale.

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