Cives Cremona

1 giugno 2011

Il dono di Dio e l’intelligenza degli uomini

Filed under: Editoriali — Cives Cremona @ 07:00

La “Rete interdiocesana Nuovi stili di vita” ha diffuso un manifesto che promuove stili di vita amici dell’acqua, basati sull’eliminazione degli sprechi, sulla scelta di prodotti che richiedono poca acqua, sull’uso dell’acqua pubblica controllata o confezionata a chilometri zero. Il manifesto “Acqua dono di Dio” vuol essere “una proposta cristiana al di sopra di ogni schieramento politico e ideologico, una campagna che invita ad adottare stili di vita e comportamenti che tutelino questo prezioso bene comune, garantendone la disponibilità per tutti”.
Fin qui, l’appello per un uso responsabile dell’acqua e per la ridefinizione dei modelli di consumo correnti è certamente condivisibile. Tuttavia il manifesto non si limita a promuovere un uso virtuoso dell’acqua, ma propone una precisa forma di gestione. Infatti, sollecita la partecipazione attiva al referendum sull’acqua “per evitare che diventi una merce privata o privatizzabile e per ripubblicizzarla mediante una forma di gestione pubblica e partecipata dei servizi idrici”.
Di fronte ad una scelta così decisa, il cattolico chiamato al referendum si interroga se la forma di gestione del servizio idrico sia compresa nel principio della “destinazione universale dei beni della terra”, proclamato dalle encicliche sociali, considerato che le stesse encicliche riconoscono la legittimità dell’appropriazione privata dei beni, in quanto subordinata ad una funzione sociale. E ricorda il “Compendio della dottrina sociale della Chiesa”, per cui “l’acqua non può essere trattata come una mera merce tra le altre… la sua distribuzione rientra, tradizionalmente, fra le responsabilità di enti pubblici, perché l’acqua è stata sempre considerata come un bene pubblico, caratteristica che va mantenuta qualora la gestione venga affidata al settore privato”.
Alla luce della dottrina dunque, il referendum sull’acqua non sembra proporre alternative di principio. Nonostante una campagna tendenziosa impostata contro la “privatizzazione dell’acqua”, questa è e resterà comunque un bene pubblico, per cui l’alternativa vera riguarda la scelta pratica sulle possibili forme di gestione, da valutare secondo criteri tecnici e di convenienza complessiva.
Può essere utile ricordare, ad esempio, che proprio dall’equilibrio tra regolazione pubblica e gestione privata dell’irrigazione è derivata la fertilità della nostra pianura. Perché, se l’acqua è un dono di Dio, è l’intelligenza degli uomini che la cattura, la controlla e la trasporta fino al rubinetto di casa.

19 maggio 2011

La sfida di Pasquali

Filed under: Editoriali — Cives Cremona @ 07:00

I 132mila euro percepiti dal presidente di Lgh Pasquali, per una consulenza prestata ad una società partecipata, sono stati l’oggetto di un’interrogazione del consigliere Quinzani, di un ordine del giorno dei partiti di opposizione e anche di un documento di censura del coordinatore provinciale del suo stesso partito Jotta. Pasquali ha risposto ai suoi critici, rivendicando la legittimità del suo operato e sostenendo che i suoi emolumenti complessivi sono “sotto ai valori di mercato” di aziende similari.
Dalla risposta abbiamo forse capito che cosa intendesse dire Pasquali quando, appena insediato in Lgh, aveva parlato di “imperativo della crescita” e di necessità di cogliere “il trend del mercato”. Forse pensava ai lauti appannaggi che le ex municipalizzate (ora dette utility) prodigano ai vertici aziendali, e che, crescendo per avvicinarsi al top della categoria, avrebbe potuto godere di compensi proporzionali a quelli di Acea, dove i due vertici aziendali si dividono un compenso di 1 milione e 900mila euro.
La risposta contiene però una contraddizione, segnalata in un intervento su Cronaca del 17 maggio da Angelo Zanibelli, che scrive: “l’amministratore di una società pubblica non è un professionista ricercato dal mercato, ma è espressione della politica, è perciò azzardato invocare confronti con il mercato”.
Ma la risposta di Pasquali è anche una sfida: per se stesso e per la politica. La sfida per se stesso è quella di misurarsi davvero nel mercato, non nella serra calda delle utilitity politicizzate, ma nelle praterie dell’industria privata. La sfida per la politica è quella di non limitarsi a fare del caso una semplice occasione di scontro politico, o di protesta moralistica, o di aggiustamenti opportunistici. Ma di ripensare e riformare l’intero universo delle partecipate, per recuperarle, quale che sia la loro natura giuridica, alla funzione originaria delle imprese pubbliche: quella di eliminare gli extraprofitti monopolistici, producendo servizi pubblici al minor prezzo e alla migliore qualità per i cittadini. Evitando nello stesso tempo la proliferazione di centri di potere politico e clientelare.

16 febbraio 2011

Un’identità incompiuta

Filed under: Editoriali — Cives Cremona @ 07:00

La caratteristica del territorio cremonese, sotto l’aspetto socioeconomico, è dunque quella di una lenta transizione verso il rinnovamento di una identità che, a 150 anni dall’unità nazionale, non appare del tutto compiuta? Questa la tesi che avevamo premesso al post del 3 gennaio (v. La lenta transizione verso l’identità) e l’excursus, sia pur sintetico, sulla evoluzione dei dati strutturali, riferiti in particolare alle reti di trasporto, ai dati demografici e alla consistenza dei settori economici sembra confermarla: il passaggio da un sistema socioeconomico dominato dall’agricoltura ad un sistema industriale e terziario, capace di compensare gli effetti della trasformazione, è avvenuto solo in parte; il sistema non ha saputo valorizzare tutte le risorse umane e materiali; ha trovato un equilibrio a livelli più bassi di attività e di occupazione; e non ha ancora trovato una nuova compiuta identità.

La forte identità agricola ha certamente avuto un peso nel rallentare la transizione, più per la sua forza che per la sua debolezza, per la capacità dimostrata nell’arco secolare di adottare nuove tecniche e di adattarsi alle crisi congiunturali, come ha ben evidenziato Alberto Cova, nella ricerca effettuata per conto della Camera di Commercio nel 1984 1. Capacità di adattarsi che – secondo le conclusioni di Cova – poteva essere “lo strumento più efficace per avere adeguate risposte ai problemi del futuro”. Ma forse la forza della tradizione non ha consentito all’agricoltura di uscire sufficientemente da se stessa, come indicavano le numerose filande connesse con la coltivazione del baco da seta, ma limitate alla produzione di materia grezza mediante la trattura; o i numerosi caseifici poi evoluti in stalle sociali, ma in pochi casi assurti a livelli industriali. O come indica l’elevato investimento dei profitti agricoli nell’acquisto di terre o nell’ampliamento degli antichi palazzi nobiliari.

Un forte vincolo alla transizione è da attribuire sicuramente all’isolamento di Cremona dalle moderne reti di trasporto. L’area bianca, inviolata dalle ferrovie al momento dell’unità, esprime bene l’isolamento e la difficoltà di inserirsi nelle correnti di traffico con l’Europa, che avevano favorito invece il nord della Lombardia. Anche i vani tentativi di rivitalizzare la navigazione del Po hanno impedito di connotare in questo senso una forte identità: gli insuccessi di linee a vapore, le banchine costruite e abbandonate hanno contrassegnato le vicende della navigazione fluviale, fino al tentativo di realizzare l’idrovia Cremona-Milano, arenatasi a Pizzighettone, e all’avvio stentato del porto fluviale. Su questi temi, più generazioni di politici e amministratori locali hanno profuso impegno e risorse ma, per la debolezza politica nelle sedi decisionali nazionali o regionali, i risultati sono stati deludenti (si veda il taglio recentissimo agli stanziamenti per la navigazione fluviale). Quel che Cremona ha potuto fare l’ha fatto con i propri mezzi, come la strada Castelleonese e l’autostrada Brescia-Cremona-Piacenza (se non ricordiamo male anche la tangenziale urbana).

La composizione dei settori produttivi evidenzia l’incompleta transizione verso il terziario avanzato e il peso ancora significativo dell’agricoltura. Gli occupati nel settore primario sono ancora più del 6% del totale, contro una media lombarda di poco superiore al 2%; la quota di addetti all’industria è nella media regionale, come gli occupati nel manifatturiero, o gli addetti al commercio; la diversità riguarda i servizi finanziari e professionali, dove la quota è nettamente inferiore alla media regionale; e anche gli addetti alla pubblica amministrazione che presentano invece una quota nettamente superiore. Non si può dire quindi che le politiche dirette a favorire gli insediamenti industriali, praticate nei decenni successivi alla guerra, non abbiano conseguito risultati: è cresciuta l’industria meccanica, si è rafforzato il comparto agroalimentare, anche se resta prevalente la piccola impresa. Forse è mancata una scelta più coraggiosa per investire di più nel terziario culturale e nella formazione, come aveva rilevato Angelo Scivoletto in una ricerca del 1970 2.
Forse è dipeso dallo scarso rispetto di Cremona per le sue memorie. La città che vanta la torre più alta, orgoglio della tradizione comunale e religiosa, ha abbattuto le sue mura e le sue porte, ha consentito lo snaturamento del suo centro storico e l’inconsulta proliferazione delle periferie, rendendo anche così più incerta la sua identità.

1Alberto Cova, Cremona e la sua provincia nell’Italia unita, Giuffrè, 1984
2Angelo Scivoletto, Cremona comunità dissociata?, Franco Angeli, 1970

8 dicembre 2010

Sperare nelle virtù civiche del popolo

Filed under: Editoriali — Cives Cremona @ 15:31

I commenti di Vittorio Foderaro e di Walter Guarneri al mio post Alla ricerca del terzo polo mi invogliano a una risposta. Scegliendo quel tema, ho preso atto di una spinta crescente verso la creazione di un polo alternativo agli attuali, che viene certo – interpretando in sintesi quel che dice Guarneri – da molti personaggi in cerca d’autore, ma anche da quanti avvertono il pensiero debole che ispira gli attuali partiti e li vorrebbero invece ispirati da limpide idealità e da progetti coerenti e realistici. Ecco perché mi sono permesso di rievocare il manifesto ai liberi e forti e i dodici punti del programma di Sturzo. Quel programma non è certamente applicabile alla realtà attuale, ma manifesto e programma sono un modello di come si possa coniugare la morale sociale con gli obiettivi propri di un partito politico.
Per la verità, molti punti del manifesto conservano intatta validità: per
una organizzazione internazionale (la Società delle nazioni di allora) capace di tutelare i diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffattrici dei forti; per uno Stato veramente popolare rispettoso dei nuclei e degli organismi naturali; per le libertà, religiosa, di insegnamento, sindacale, comunale e locale; per una alternativa alle correnti disgregatrici della lotta di classe e della rivoluzione anarchica; per la riforma della legislazione sociale e del lavoro; per lo sviluppo della produzione; per l’affermazione nella vita politica dei principi del Cristianesimo.
La sfida è derivare dai principi del manifesto un programma politico che aggiorni la Costituzione, semplifichi l’amministrazione (compresa la giustizia), favorisca un nuovo equilibrio tra le classi sociali, incentivi le autonomie (istituzionali e sociali) e la partecipazione dei cittadini. Finora, dopo la caduta del muro e la crisi di tangentopoli, molte attese sono state deluse, perché i partiti hanno preferito cambiare nome piuttosto che fare i conti con la loro storia, così che con gli errori si è buttato un patrimonio di storia e di cultura politica che avrebbe potuto fare da telaio di rinnovate formazioni politiche.
Senza fantasticare di una rinascita della Dc o di qualche altro partito storico, voglio solo dire che, senza partiti politici degni di questo nome, il potere diventa appannaggio delle logge economiche o tecnocratiche, o peggio ancora di capitribù personali, ingigantiti per effetto mediatico. Ecco perché occorre mantenere viva la speranza nelle antiche virtù civiche del popolo italiano, custodite da qualche parte sotto le ceneri della storia e della disgregazione sociale.


6 settembre 2010

Ripensando Scivoletto *

Filed under: Editoriali — Cives Cremona @ 16:53

Nel 1970, Angelo Scivoletto, docente di sociologia alla facoltà di magistero (allora operante a Cremona), realizzò una ricerca sulla città, motivata dalla sensazione che essa stentasse a trovare un precisa collocazione nell’ambito dello sviluppo economico del Nord Italia e della Lombardia in particolare. Dai rapporti con i cittadini, con i gruppi organizzati, con le istituzioni e con gli organi di informazione si percepiva una certa sfiducia nell’evoluzione socioeconomica della città, nonché nella capacità o volontà di rinnovamento e di azione. Questa percezione era confermata da uno studio, commissionato dall’amministrazione provinciale nel 1965, che aveva evidenziato la situazione di ristagno economico, le carenze infrastrutturali e la lentezza dei ritmi produttivi di un sistema economico ancora fortemente caratterizzato dall’agricoltura.
La ricerca intendeva passare dalla percezione alla testimonianza sociologica, fondata su descrizioni “oggettive”, e analizzava le risposte di un campione della società cremonese in rapporto a due aspetti della vita urbana: l’integrazione culturale e l’ideologia dello sviluppo.
Circa il primo aspetto, si ricavava l’immagine di una “comunità tendenzialmente amorfa” dove la partecipazione era scarsa e dove la rilevante presenza della piccola borghesia “si risolve in un ripiegamento individualistico, mentre le elites non sono in grado di assicurare ai programmi urbani un indirizzo univoco”. Nello stesso tempo, veniva rilevato un buon grado di soddisfazione circa la vita in città, rivelatore del contrasto tra il giudizio sullo stato della comunità e quello sullo stato personale.
Circa il secondo aspetto, le aspettative per lo sviluppo erano orientate prima di tutto verso l’industria e, in misura minore, verso la scuola e la cultura. La propensione per l’industria derivava dall’associazione con uno stile di vita moderno e dal confronto con le città più sviluppate della regione.
Le conclusioni della ricerca offrono “una immagine divisa della città di Cremona, dove sembrano convivere due tendenze preferenziali per il futuro della città – industria/servizi culturali – che non diventano opzioni comunitarie condivise, anche se suscitano periodicamente “ora polemiche ora aspettative retoriche”. Per restituire un ruolo efficiente alla città– concludeva Scivoletto – “occorre portare l’attenzione su queste tendenze, non per consolidarle, che significherebbe perpetuare l’amorfismo, la dissociazione e l’apatia, quanto per eliminarne o subordinarne una a favore dell’altra”. “Fino a quando la dispersa opinione cremonese reputerà entrambe buone le due propensioni la città non potrà acquistare coscienza di sé e porsi creativamente nel contesto regionale”.
Sul come fare, Scivoletto citava un altro sociologo: “Ciò che conta per accendere il dinamismo di una città è che una minoranza sufficientemente attiva e sufficientemente solidale riesca ad impossessarsi di un certo numero di leve e le usi per accrescere e specializzare la produzione”.

* Angelo Scivoletto, Cremona comunità dissociata?, Franco Angeli, 1970

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