Cives Cremona

25 maggio 2012

L’Imu debutta nella finanza locale

Filed under: Imposte — Cives Cremona @ 09:56

Come preannunciato nel nostro post del 17 aprile, sperimentiamo da oggi l’approfondimento di un tema di attualità, l’Imu, visto da diversi aspetti. Giuseppe Pelli analizza il passaggio dall’Ici all’Imi. Giuliana Biagi racconta la riunione al Cittanova con l’assessore Nolli. Mauro Faverzani riassume la posizione delle categorie economiche. Viene poi presentato un quadro dell’imposizione sulla casa in Europa e la sintesi di uno studio sui criteri prevalenti nell’imposizione locale.

Dall’Ici all’Imu

Fino all’anno scorso c’era l’Ici (Imposta comunale sugli immobili), una piccola patrimoniale a beneficio delle finanze comunali. Era stata introdotta nel 1992 per aumentare l’autonomia finanziaria e impositiva dei comuni, quasi azzerata dalla riforma fiscale dei primi anni Settanta. Ci si era accorti che quando manca l’autonomia impositiva e le entrate comunali sono assicurate dai contributi dello stato si affievolisce la responsabilità degli amministratori locali e viene meno la correlazione tra spese e entrate, che è sempre un criterio di sana gestione. E viene meno, per i cittadini, la possibilità di comparare il sacrificio fiscale con il beneficio dei servizi comunali, cioè il controllo democratico sull’operato dell’amministrazione.

L’Ici era la versione italiana delle imposte immobiliari (o fondiarie) presenti in quasi tutti i paesi dell’Unione Europea, con cui i comuni (enti territoriali) attingono alla ricchezza immobiliare che insiste sul proprio territorio, essendo questa ricchezza un indicatore (sia pure indiziario e grossolano) della capacità contributiva dei cittadini proprietari.

Durante la campagna elettorale del 2006, Berlusconi annunciò che avrebbe abolito l’Ici sulla prima casa, ma non venne eletto. Con la legge finanziaria del 2008, il governo Prodi la ridusse, aumentando la detrazione dalla base imponibile. Nel 2008, il governo Berlusconi la eliminò quasi completamente (venne mantenuta sulle abitazioni di lusso, ville e castelli). In questo modo, il tributo era entrato nelle opzioni elettorali, aggirando nella sostanza l’articolo 75 della Costituzione, col quale saggiamente i costituenti avevano stabilito la non ammissibilità dei referendum “per le leggi tributarie e di bilancio”.

L’abolizione dell’Ici sulla prima casa comportò una notevole riduzione di entrata per le casse comunali, solo parzialmente compensata da trasferimenti statali. Per rimediare al mancato incasso dei comuni e per risanare i disastrati conti dello stato, il governo Monti, alla fine del 2011, ha anticipato l’entrata in vigore di una nuova imposta, l’Imu (Imposta municipale unica).

L’Imu era stata “confezionata” con il decreto sul “federalismo municipale” e avrebbe dovuto entrare in vigore dal 2014. Essa assorbe la vecchia Ici e le imposte sui redditi fondiari e dovrebbe diventare una delle fonti di entrata più importanti nel bilancio dei comuni. La sua introduzione non ha tuttavia soddisfatto i sindaci. La loro associazione (l’Anci) lamenta che una quota troppo elevata dell’imposta deve essere versata allo stato e che di conseguenza l’autonomia finanziaria dei comuni non viene assicurata. Inoltre, con l’Imu i comuni diventano esattori per conto dello stato e, in seguito alla reintroduzione della prima casa nella base imponibile, diventano anche parafulmini del malcontento dei cittadini.

I prossimi tre anni saranno un periodo di sperimentazione per la nuova imposta. Occorrerà quindi valutare il suo impatto sulla finanza dei comuni, con particolare attenzione alla loro autonomia finanziaria, in modo che diventi una vera imposta comunale. Non ignorando tuttavia la necessità che una quota del gettito sia attribuita allo stato, affinché eserciti una funzione perequativa verso i comuni meno “ricchi”.

Quanto alla prima casa, escludere dalla platea dei contribuenti i quattro quinti delle famiglie, vorrebbe dire esonerare dall’imposta quasi tutti i cittadini che si avvalgono dei servizi generali del comune. Sembra più equo procedere con una detrazione a favore degli immobili più modesti e delle famiglie meno abbienti.

Giuseppe Pelli

Per il comune di Cremona 600.000 euro in meno

L’Imu, l’imposta municipale unica che da quest’anno sostituisce l’Ici, sta togliendo il sonno anche ai cremonesi. Non solo perché scompiglia le carte in tavola (ad esempio con l’abolizione della gratuità per gli alloggi in comodato gratuito ai famigliari); non solo perché non piace neanche al comune che dovrebbe essere il maggiore beneficiario; non solo perché la norma è ancora in divenire e incerta resta la quantificazione dell’imposta su base annua. L’Imu appare come il contrario di ciò che dovrebbe essere un tributo, così come descritto nell’art. 6 dello Statuto del contribuente: “L’amministrazione finanziaria assume iniziative volte a garantire che i modelli di dichiarazione, le istruzioni e, in generale, ogni altra propria comunicazione siano messi a disposizione del contribuente in tempi utili e siano comprensibili anche ai contribuenti sforniti di conoscenze in materia tributaria e che il contribuente possa adempiere le obbligazioni tributarie con il minor numero di adempimenti e nelle forme meno costose e più’ agevoli”.

Non a caso il passaggio è stato citato martedì pomeriggio a palazzo Cittanova dal presidente dell’Ordine dei commercialisti Ernesto Quinto nel presentare ad una folta platea di contribuenti cremonesi le nuove regole dell’Imu, il cui acconto è da pagare entro il 18 giugno. Secondo l’assessore al bilancio Roberto Nolli, “nonostante il nome, di municipale questa imposta non ha proprio niente; l’applicazione è confusa perché a distanza di poche settimane da una circolare esplicativa, ne arriva un’altra che la corregge”.

Fino a settembre non sapremo se le due aliquote base (4 per mille per l’abitazione principale e pertinenze; 7,6 per tutte le altre case) verranno ritoccate o se il comune interverrà sulle agevolazioni, all’interno del nuovo regolamento Imu da approvare entro fine settembre. Al momento le agevolazioni sono scarne: 200 euro di detrazione sulla prima casa e 50 per ogni figlio convivente di età non superiore ai 26 anni.

Ma c’è poco di che sperare. Le mancate entrate per le casse comunali, così come ribadito da Nolli, sono preventivate per il 2012 in 15 milioni 800 mila euro per effetto dei nuovissimi tagli di trasferimenti statali dovuti alla spending review (-5,2 milioni) e dell’inasprimento delle regole del patto di stabilità (- 8 milioni) a cui si aggiungono i mancati trasferimenti che lo stato finora garantiva ai comuni per compensare l’abolizione dell’Ici prima casa.

“Più riusciamo a ridurre le spese del comune, più riusciremo a garantire un’aliquota bassa”, ha spiegato Nolli, assicurando che “l’Imu sarà l’ultima cosa che valuteremo. Ma finora siamo riusciti, in giunta, a quantificare risparmi per tre milioni con ottimizzazioni di spesa; può darsi che riesca a convincere i miei colleghi a tagliare per altri 2-3 milioni”, ma insomma, quel buco di quasi 16 è veramente troppo grande per riuscire a compensarlo.

Giuliana Biagi

L’opinione dei cittadini

Non piace all’assessore Nolli, perché costringe gli amministratori locali a mettere la faccia su un imposta il cui gettito non compensa la perdita della vecchia Ici: allora, sia gli incassi sulle prime case (ante Berlusconi Cremona applicava l’aliquota 5 per mille) sia per le seconde (7 per mille), andavano al 100 percento al comune; oggi l’introito per la prima casa annulla di fatto il corrispondente trasferimento dallo stato (“per il comune è pari a zero”, ha detto Nolli) mentre quello per la seconda va per metà allo Stato stesso. “Insomma, il 75% del gettito se lo tiene lo Stato, solo il 25% resta nelle nostre casse. Rispetto alla vecchia Ici la perdita secca per noi è di 600.000 euro”, afferma lapidario l’assessore.

Ma piace ancora meno ai contribuenti. Il primo intervento dal pubblico del Cittanova è stato quello di un proprietario che ad inizio anno ha scambiato con il figlio la propria abitazione per fargli avere una stanza in più, cambiando subito anche la residenza anagrafica. Risultato: lo scorso anno né padre né figlio pagavano l’Ici in quanto abitavano nelle rispettive prime case; quest’anno pagheranno ciascuno come seconda casa, quindi con un’aliquota quasi raddoppiata rispetto alla prima casa.

Ma anche i commercialisti guardano con sospetto questo nuovo tributo. In teoria dovrebbero essere i più contenti di norme farragginose che costringono i normali cittadini a rivolgersi a loro, ma in realtà stanno ancora digerendo la mole colossale di sentenze di tribunali amministrativi e di circolari interpretative che solo ora, dopo almeno 10 anni di contenziosi, sembravano aver fatto chiarezza nella giungla dei casi particolari dell’Ici. Il caso più classico e foriero di contenziosi è quello delle onlus, i cui confini di esenzione non sono mai stati chiari né pacifici. E la circolare ministeriale di 66 pagine emessa il 18 maggio rischia di non essere a sufficienza, o peggio, superata da altre.

Una delle poche semplificazioni che sembrano introdotte dall’Imu è relativa agli alloggi tenuti a disposizione. A differenza dell’Ici, l’Imu assorbe anche la componente erariale, ossia l’Irpef sugli immobili sfitti e le relative addizionali comunale e regionale.

E allora? Non ci resta che pagare e aspettare. I tecnici del comune, come pure il ministero, raccomandano di limitarsi per ora al pagamento dell’acconto, calcolato sulle due aliquote base. Poi si vedrà. Per le prime case e pertinenze sono possibili tre rateizzazioni (18 giugno, 17 settembre e 17 dicembre), mentre per le altre solo due (18 giugno e 17 dicembre). Entro la fine del mese di maggio l’Ufficio entrate del comune, diretto da Mario Vescovi invierà nelle case di tutti i contribuenti noti il calcolo della base imponibile, su cui andrà applicata l’aliquota. Buona fortuna.

g.b.

L’opinione delle categorie economiche

Se l’Imu non piace a comune e cittadini, ancor meno piace alle categorie economiche.

Secondo Confagricoltura, “la tassazione sui beni immobili delle aziende agricole”, spostando il baricentro fiscale dal reddito al patrimonio, rappresenterebbe un grave danno per l’intero comparto con aumenti computati tra il 100 ed il 400%. In base ai calcoli fatti, un’azienda con 50 ettari di seminativi che prima pagava 2200 euro all’anno oggi si troverebbe a pagare 4400 euro

Secondo la Coldiretti, un terreno con rendita catastale dominicale pari a 1.000 euro, col precedente regime catastale pagava 1.009 euro, oggi, con l’Imu, ne paga 1.140, cioè 131 in più.

La Cia (Confederazione italiana agricoltori) chiede una modifica dell’Imu per contenere gli aumenti degli estimi catastali dei terreni agricoli, nonché il rinvio a fine anno del termine per le variazioni catastali dei fabbricati rurali.

L’Associazione commercianti di Cremona, in una lettera ai sindaci del presidente Pugnoli, parla di “ricadute pesantissime” sulle imprese associate, anche in termini di occupazione: “L’Imu, assieme all’aumento dell’Iva – si legge – determinerà la chiusura di tantissime attività”. La pressione fiscale, già oltre il 45%, è “da tempo insostenibile per le nostre aziende. Inoltre, l’onere che graverà su quasi tutte le famiglie determinerà un’ulteriore frenata dei consumi, da tempo in forte contrazione”. Da qui la richiesta “di salvaguardare le imprese nell’applicazione dell’Imu e nella definizione o nell’adeguamento di tutte le altre imposte locali”.

Anche l’Uppi (Unione piccoli proprietari immobiliari) ha indirizzato al sindaco una lettera in cui il presidente dell’associazione, Luca Curatti, chiede un “un contenimento delle aliquote Imu, perché “la tassazione sulla casa ha raggiunto livelli molto elevati, difficilmente sopportabili dalle famiglie e dai piccoli proprietari di immobili”. Inoltre, il mercato delle locazioni sta attraversando un periodo critico e ulteriori appesantimenti spegnerebbero sul nascere qualsiasi prospettiva di ripresa. Per questo, l’Uppi suggerisce di ridurre l’aliquota per la prima casa, quella per i contratti concordati e per le case sfitte.

Mauro Faverzani

L’imposizione sulla casa in Europa

Secondo uno studio effettuato dallo studio internazionale DLA Piper per conto di Casa24Plus, l’introduzione dell’Imu non farebbe che avvicinare il sistema italiano a quello degli altri paesi europei. Tasse simili all’Imu esistono infatti in Francia, in Gran Bretagna, in Spagna e Germania. Inoltre, anche dopo l’introduzione dell’Imu, il prelievo fiscale complessivo sull’abitazione a reddito in Italia resta tra i più bassi d’Europa.

La conclusione dello studio si basa su una simulazione, che mette a confronto la tassazione sul reddito di case simili in quattro città europee (Milano, Londra, Francoforte, Madrid e Parigi), da cui risulta che a parità di reddito imponibile e al netto di tutte le tasse, il contribuente italiano si trova con un reddito residuo superiore all’inglese, al tedesco e al francese. Sta meglio di lui solo il contribuente spagnolo.

Lo studio presenta anche una panoramica dell’imposizione sugli immobili nei cinque paesi confrontati. In Francia, le tasse sulla proprietà sono: la taxe foncière (corrispondente all’Imu), e l’imposta sui patrimoni superiori a 1,3 milioni di euro. Le imposte sul reddito da locazione hanno aliquote progressive tra il 5 e il 45%. Esiste inoltre una taxe d’habitation a carico degli inquilini.

In Germania, le tasse fondiarie (equiparabile all’Imu) sono regolate dagli stati federali, sulla base della rendita catastale e di altri indici, differenti da città a città. Non esistono imposte patrimoniali sugli immobili. Esiste un’imposta sul reddito da locazione, con aliquota marginale.

In Gran Bretagna esiste una tassa sul possesso degli immobili equiparabile all’Imu italiana, che varia tra lo 0,5% e il 1,3% del valore catastale dell’immobile. L’imposta sul reddito da locazione è ad aliquota marginale, mentre non è prevista alcuna imposta patrimoniale.

In Spagna esiste un’imposta sul reddito applicata esclusivamente alla seconda casa, a cui si aggiunge un’imposta sui beni immobili con aliquote che variano tra lo 0,4% e l’1,1 per cento. È stata introdotta di recente una imposta patrimoniale applicata alle abitazioni di valore superiore a 700mila euro. E’ anche prevista un’imposta sui redditi da locazione ad aliquota marginale.

Criteri di tassazione locale (*)

Le soluzioni di finanza locale sperimentate dai diversi paesi sembrano coerenti con la teoria del tax assignment, per la quale la base imponibile va rapportata alle funzioni assegnate all’ente locale. Le imposte locali più diffuse sono quelle sulla proprietà immobiliare: poiché l’attività dei governi locali può influenzare il valore degli immobili tali imposte rispettano il principio del beneficio; esse inoltre attenuano i problemi di natura spaziale, essendo la ricchezza immobiliare meno mobile e più uniformemente distribuita di altre basi imponibili.

La tassazione locale riserva un ruolo di rilievo anche alle imposte sui redditi, ma generalmente ai governi subnazionali sono riconosciuti margini di discrezionalità molto ristretti per l’esigenza di mantenere accentrate le politiche redistributive. In pressoché tutti i sistemi fiscali, infine, una fonte di entrata non trascurabile per gli enti locali, soprattutto per quelli più piccoli, è costituita dalle tariffe praticate sui servizi pubblici locali.

Nel caso dell’Italia, le imposte locali hanno rafforzato il loro peso nel finanziamento degli enti territoriali a seguito di un processo di riforma che negli anni novanta ha segnato il graduale passaggio da un sistema “derivato” dai trasferimenti statali a un sistema più legato alla capacità di reperire autonomamente risorse. Il nuovo assetto della finanza decentrata è stato poi recepito nel nuovo testo costituzionale del 2001, che ha riconosciuto agli enti territoriali una piena autonomia di entrata.

L’attribuzione di nuove entrate proprie e la ridefinizione dei criteri per l’assegnazione dei trasferimenti erariali trovano riscontro nell’evoluzione della composizione delle fonti di finanziamento di regioni, province e comuni negli ultimi quindici anni. Nella prima metà degli anni novanta l’incidenza delle risorse tributarie si attestava al 22 per cento delle entrate totali, oltre il doppio del valore registrato negli anni ottanta. La crescita delle entrate tributarie diveniva ancora più accentuata nella parte finale del decennio, quando l’incidenza di tale voce giungeva a superare il 40 per cento delle entrate totali. Negli anni più recenti, i tributi sono divenuti la principale fonte di finanziamento degli enti territoriali.

Coerentemente con le indicazioni della teoria e con l’esperienza dei principali paesi industrializzati, ai comuni sono state attribuite risorse in larga parte basate sul prelievo immobiliare. Il gettito dell’imposta comunale sugli immobili (introdotta a decorrere dal 1993) ha alimentato oltre la metà delle entrate tributarie di tali enti. La base imponibile è in parte collegata alle funzioni che i comuni esercitano in materia di gestione del territorio e in questo senso risponde al criterio del beneficio (anche se una quota preminente delle attività dei comuni riguarda il settore sociale e dell’istruzione pubblica.

Poco meno di un decimo delle risorse tributarie comunali è finanziato dall’addizionale all’imposta sul reddito (introdotta dal 1998): tale imposta è potenzialmente in grado di generare distorsioni nelle scelte di residenza degli individui, ma il rischio è attenuato dai limitati margini di manovra sulle aliquote, oltre che dalla scarsa mobilità degli individui sul territorio. Completano il sistema di entrate tributarie dei comuni un’addizionale sul consumo di energia elettrica e una serie di tasse che in larga parte rispondono al criterio della controprestazione, essendo applicate in relazione alla fornitura di servizi divisibili.

(*) Estratto da uno studio di Giovanna Messina, Banca d’Italia

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