Cives Cremona

3 febbraio 2012

Anche il “pass 3” alimenta l’antipolitica

Filed under: Politica — Cives Cremona @ 12:00

Apprendiamo da Avvenire del 2 febbraio che 24 parlamentari hanno fatto ricorso contro la modifica del regolamento che ha portato da 50 a 60 anni il limite minimo per godere dell’assegno vitalizio (65 anni sarebbe l’età per chi ha almeno 5 anni di mandato, ma per ogni anno in più c’è lo sconto di un anno, fino al limite minimo di 60 anni).
Apprendiamo anche che Giovanna Melandri, oggi cinquantenne (pur non avendo fatto ricorso), ha manifestato malumore perché, avendo a suo tempo lasciato un lavoro importante per la politica e dopo 18 anni di attività parlamentare, rischia di percepire la “pensione” tra dieci anni anziché subito.
Come si vede non siamo un paese normale, dove i rappresentanti del popolo sono trattati come persone normali. Il “privilegio feudale”, che lo stato liberale avrebbe dovuto universalizzare, spunta dalle pieghe della storia e si concretizza nelle forme più svariate. Così, i parlamentari che hanno fissato l’età di vecchiaia per le persone comuni a 67 anni, ricorrono o mugugnano per mantenerla a 60. Così il senatore Gallo voleva emendare il codice della strada per esonerare gli autisti delle auto blu dalla decurtazione dei punti sulla patente (v. Ma alcuni animali sono più uguali degli altri). Così i nostri consiglieri hanno preteso di conservare il pass3 che consente la sosta gratuita nelle aree blu, in una città che (come dice il sindaco) in pochi minuti si attraversa a piedi.
Per rimanere a noi e per partire dal basso, forse, ripensare questo piccolo privilegio potrebbe essere il modo per cercare di ritrovarsi in sintonia con i sentimenti dei cittadini. Anche il pass3 può alimentare l’antipolitica.

Annunci

30 gennaio 2012

Secondo l’Eurispes partiti mai così in basso

Filed under: Politica — Cives Cremona @ 07:00

Mai così in basso nella fiducia degli italiani. Si tratta di partiti e politici, secondo il 24° Rapporto Italia presentato dall’Eurispes il 26 gennaio.
I dati che riferiamo sono tratti dal sondaggio riguardante La fiducia dei cittadini nelle istituzioni, da cui risulta che la quota di cittadini che dichiarano di avere meno fiducia nelle istituzioni è passata dal 38% del 2004 al 71,6% del 2012. Tra le diverse istituzioni ci sono differenze notevoli: nello stesso arco di tempo, la fiducia verso il Parlamento passa dal 36,5% al 9,5%; quella verso il Governo dal 33,6% al 22,1%; anche la fiducia verso la Magistratura declina, passando dal 52,4% al 37%; resiste abbastanza bene la fiducia verso il Presidente della Repubblica, che pure risente del clima generale passando dall’80% al 62,1%. Resta alta la fiducia nelle forze dell’ordine, in particolare verso i Carabinieri che nel 2012 arrivano al 75%.
La sfiducia nei confronti del Parlamento è di per sé un indicatore del sentimento dei cittadini verso la politica, che viene confermato allorché vengono chieste opinioni in merito ai partiti e alla classe politica. La sfiducia nei partiti ha sicuramente origini lontane, ma è aumentata decisamente negli ultimi anni, passando dall’87,2% del 2004 al 97,2% del 2012. La sfiducia viene confermata quando viene chiesto a chi devono essere attribuite le attuali difficoltà del Paese e gli intervistati rispondono nel 53% dei casi: “all’incapacità della classe politica”.
Nonostante i giudizi negativi nei confronti della politica, il 72,1% degli intervistati dichiara l’intenzione di votare alle prossime elezioni, lasciando così la porta aperta verso un miglioramento dei rapporti elettori/politici (solo il 9,1% dichiara apertamente che non andrà a votare). Il sentimento di base resta comunque problematico, anche perché la voglia di partecipazione può trovare altre strade, in movimenti universali, raggruppamenti occasionali o reti virtuali, che possono surrogare l’impegno costante e ad ampio raggio che sarebbe proprio dei partiti politici, ma che in questi si è affievolito fino a dissolversi nelle incombenze quotidiane del potere.
I dati Eurispes sono amari per chi si è dedicato e ancora si dedica alla buona politica, ma sono anche un campanello di allarme per i politici più attenti ai propri vantaggi che a quelli della collettività.

16 gennaio 2012

Democrazia delle firme?

Filed under: Politica — Cives Cremona @ 11:11

La proliferazione dei comitati – pro o contro qualcosa – è certo indice di pluralismo culturale e di voglia di partecipazione politica, ma rivela anche una certa insofferenza verso le regole che, in un ordinamento democratico, vincolano necessariamente le istituzioni.
Apprendiamo così delle preoccupazioni manifestate da alcuni comitati per le sentenze negative di alcuni Tribunali amministrativi, che non hanno riconosciuto la loro legittimazione in quanto non titolari di un interesse diretto nella decisione impugnata. Ne dà notizia Il Vascello, chiedendosi che fine farebbe, a questo punto, un ricorso al Tar sulla strada sud, contro la quale il “Comitato per il No” ha depositato sabato in comune seimila firme. Secondo i comitati, queste sentenze “realizzano un’equazione pericolosa: la scelta della pubblica ammnistrazione è sempre nell’interesse generale, quella dei comitati è privata e perde sempre”.
Nel caso specifico citato da Leoni – la strada sud – occorre tuttavia ricordare che pure il “Comitato per il Si” ha raccolto le sue firme (ci sembra quattromila) e che il progetto della strada sud stava nel programma votato dalla maggioranza degli elettori, oltre che nel piano territoriale della precedente ammnistrazione. Siamo di fronte ad una scelta di politica amministrativa difficile e delicata, che va sciolta sul piano della politica e non affidata all’arbitrato di un organo di giustizia ammnistrativa, magari a colpi di firme. Seimila o quattromila firme da sole non fanno una ragione.
Un altro caso di insofferenza per le regole è quello dei comitati per i referendum elettorali non ammessi dalla Corte costituzionale. La bocciatura era stata ipotizzata da molti (perfino da Cives, v. Se il referendum è strumento della politica), ma i referendari hanno lanciato accuse pesanti contro la sentenza, prima ancora di averne letto le motivazioni, in nome del peso politico dell’oltre milione di firme raccolte.
Una proposta che mira ad allentare i vincoli formali all’iniziativa dei comitati è quella del Comitato “Più Democrazia in Trentino”, costituito a Rovereto. Il comitato intende proporre “una legge sulla democrazia diretta, pensata dal punto di vista dei cittadini” i cui obiettivi minimi sono l’eliminazione del quorum (il numero minimo di votanti necessario per validare i referendum) e (anche in questo caso) la “facilitazione” nella la raccolta delle firme, la cui certificazione andrebbe affidata a tutti i cittadini che ne facciano richiesta al comune.
Dettagli su questa proposta si possono trovare sul sito di Paolo Michelotto (www.paolomichelotto.it) autore del libro on line La democrazia dei cittadini e animatore di iniziative per lo sviluppo della democrazia diretta. Vi viene riportato a sostegno anche un articolo di Michele Ainis sul Corriere della Sera, in cui sostiene, tra le altre cose, che per avere una politica meno distante dai cittadini occorre una “Camera dei cittadini”, che sia “sede di rappresentanza degli esclusi”, formata per sorteggio, secondo la lezione di Aristotele.
I casi citati sono la spia del difficile rapporto dei cittadini con le istituzioni e con i partiti, canali tradizionali della politica. E’ comprensibile il disagio e l’insofferenza verso partiti oligarchici che hanno occupato le istituzioni e verso istituzioni che non si sono rinnovate aprendosi alla società e al federalismo. Ma forme nuove di partecipazione che non vogliono limitarsi all’animazione politica e ambiscono a pesare nella sfera delle decisioni pubbliche non possono pretendere di essere sciolte da quei limiti formali che se non sono la sostanza della democrazia sono l’involucro che la protegge.
Passare dalla democrazia dei voti alla democrazia delle firme non mi sembra un gran risultato.

9 dicembre 2011

Quale riformismo?

Filed under: Politica — Cives Cremona @ 16:59

“Riformismo” è un termine polivalente. Per questo penso meriti un approfondimento l’auspicio di Gerardo Paloschi (v. La Provincia del 28/11) per una alleanza dei riformisti, “presenti nella sinistra come nel centro e nella destra”, oggi impegnati a sostenere il governo Monti.
I  “riformismi” infatti non sono sempre assimilabili e nel corso della nostra vicenda politica si sono trovati spesso in conflitto tra di loro. Così è stato del riformismo socialdemocratico di Bernstein, duramente criticato sia da Marx sia da Turati. Così è stato del riformismo socialista di Turati, per opera dell’ala massimalista (che voleva “fare come la Russia”) e della frazione di Gramsci che avrebbe dato vita al Partito comunista (1921). Così è stato del riformismo di Nenni, segnato dalla scissione socialdemocratica di Saragat (1947), da successiva riunificazione e ulteriore scissione.
Le lacerazioni permanenti del Partito socialista sono il risultato di due contrastanti visioni di riformismo: quello “forte”, proprio di una socialdemocrazia piena, e quello “strumentale”, coinvolto sì nelle riforme sociali, ma sempre rivolto al “sol dell’avvenire”, ovvero al superamento del sistema capitalistico.
L’auspicio di Paloschi potrebbe anche oggi scontrarsi con queste contrastanti visioni, in quanto non appare a tutti chiaro quale sia la visione riformista prevalente nel Pd, partito in cui la componente ex comunista non ha voluto (fin dalla fondazione del Pds) chiamarsi socialista, preferendo recidere le sue radici senza una spassionata autocritica degli errori politici del passato. E in cui palpitano ancora pulsioni verso identità collettive universalistiche e diffuse sensibilità verso la “rilevanza costituzionale della piazza”.
E’ vero che la mancata intesa tra i riformisti liberaldemocratici, cattolici e socialisti ha indirettamente favorito l’ascesa fascista. E potrebbe essere vero che la mancata intesa tra i riformisti presenti – come dice Paloschi – “nella sinistra come nel centro e nella destra” potrebbe oggi aprire prospettive preoccupanti per il Paese. Ma per rendere possibile una simile intesa occorre sgombrare il campo da ogni “riformismo strumentale”, soprattutto da parte del Pd. Poiché in questa sfida nessuno può pretendere di essere “il primo della classe”.

Giuseppe Pelli, da La Provincia del 5/12/2011

 

5 dicembre 2011

La scorciatoia della legge elettorale

Filed under: Politica — Cives Cremona @ 07:00

Leggiamo dalla Provincia del 4 dicembre che, durante la tavola rotonda organizzata da Futuro e Libertà, si è parlato anche di riforma della legge elettorale e si è convenuto che “la legge elettorale va cambiata perché quella attuale ha contribuito ad allontanare gli elettori dagli eletti”.
Come è noto, la legge elettorale vigente (detta porcellum, disinvolta definizione di Calderoli) è basata su liste bloccate, per cui l’ordine di presentazione predetermina l’ordine di elezione, in rapporto ai voti riportati dalla lista (esempio: se a una lista spettano tre eletti, questi sono i primi tre della lista). Non essendo previste le preferenze, l’elezione dipende esclusivamente dal posto in lista deciso dai capipartito. Ecco perché si parla di “Parlamento dei nominati” e di “allontanamento degli elettori dagli eletti”.
Un’osservazione più attenta e spassionata non dovrebbe far dimenticare che il sistema delle preferenze multiple era stato bocciato dal referendum popolare del 1991 che aveva introdotto la preferenza unica; e che il sistema proporzionale era stato bocciato da un referendum del 1993, a seguito del quale era stata approvata una nuova legge elettorale (detta mattarellum, dal nome del suo ispiratore, Mattarella) di tipo maggioritario uninominale con una correzione proporzionale del 25%.
Allargando l’osservazione alle esperienze dei maggiori paesi europei, si potrebbe notare che in Francia e in Gran Bretagna si applicano sistemi maggioritari uninominali. E che in Germania la metà degli eletti al Bundestag è scelta con il sistema maggioritario uninominale, l’altra metà con sistema proporzionale tra liste bloccate, con uno sbarramento del 5%. Come si vede, la scelta delle candidature, sia di collegio che di lista, è affidata alla responsabilità dei partiti.
Siamo dunque certi che il distacco degli elettori dalla politica dipenda dalle legge elettorale e che il rinnovamento della politica dipenda in primo luogo da questa legge?
Sempre allargando l’osservazione, si deve notare come le istituzioni di quei paesi siano fatte in modo da garantire rappresentanza e governabilità e godano di un’ampia autonomia rispetto ai partiti. Si deve quindi ricordare che la rappresentanza politica deve mirare alla sintesi e non incentivare la frammentazione, come è avvenuto invece con la legge vigente in Italia, dove la soglia troppo bassa (2%) e il rimborso elettorale garantito anche a chi raccoglie l’1% dei voti ha favorito la nascita di tanti piccoli capitribù (una quindicina quelli consultati da Monti).
Se oggi la sfiducia dei partiti ha raggiunto il 90% (ultimi dati Demos), per risalire la china occorre che i responsabili politici ricerchino le ragioni profonde del declino. La legge elettorale è una scorciatoia che può far comodo alla casta, ma non ci darà mai una nuova Repubblica.

Pagina successiva »

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.