Cives Cremona

2 aprile 2012

“Né efficiente né efficace: è la giustizia”

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La rivista dell’Arel (Agenzia di ricerche e legislazione) dedica il primo numero del 2012 al “Tempo” e al rilievo che esso assume in tutti gli aspetti della vita sociale. Tra i numerosi saggi segnaliamo all’attenzione dei lettori quello di Piercamillo Davigo (oggi giudice di Cassazione), intitolato: “Né efficiente né efficace: è la giustizia”.
In premessa, Davigo ricorda l’importanza del tempo nella perdita e nell’acquisizione di diritti, nonché nell’attività processuale, che dovrebbe essere “breve ma non troppo”, mentre la situazione italiana è caratterizzata da “una esasperante lentezza dei procedimenti”, in contrasto con la “durata ragionevole” prevista dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e fissata dalla Corte di Strasburgo in due anni e sei mesi. Per evitare gli “effetti devastanti” che i ritardi hanno sui procedimenti giudiziari è quindi necessario diminuire drasticamente il numero dei procedimenti, sia civili che penali “. Come? E qui Davigo smonta alcuni diffusi luoghi comuni. Primo: non è vero che le risorse disponibili siano modeste, anzi l’Italia si colloca nella fascia alta degli stati europei. Secondo: non è vero che i giudici sono pochi, anzi abbiamo più giudici della Francia. Le vere anomalie sono la mole del contenzioso e il numero degli avvocati. Quanto al contenzioso, ogni anno le nuove cause civili di primo grado per ogni giudice sono 438, contro le 224 della Francia e le 54 della Germania (il rapporto è simile per le cause penali). Quanto agli avvocati, il loro numero supera i 200 mila, pari a 32 per ogni giudice; in Giappone con popolazione doppia ce ne sono 20 mila.
Davigo ricorda infine lo sperpero di risorse dovuto ai reiterati procedimenti a carico di imputati irreperibili. Nonché il vigente sistema di prescrizione, per cui questa decorre anche in caso di ricorso dopo la condanna in primo grado: “ragione sufficiente per indurre all’appello” (normativa inesistente nei paesi occidentali, ad accezione della Grecia).
Riflessioni pratiche quelle di Davigo che possono aiutare le migliaia di cittadini che ogni anno si trovano coinvolti nelle “esasperanti” procedure della nostra giustizia.

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6 febbraio 2012

Il miracolo della patrimoniale (*)

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l saggio di Luigi Einaudi, ripubblicato oggi da Chiarelettere, risale al 1946, quando erano accese le dispute sull’introduzione di un’imposta straordinaria sul patrimonio, diretta a far ripartire l’economia italiana disastrata dalla guerra. Al di là del titolo, il saggio è un vero e proprio trattatello di finanza pubblica, utile da meditare anche oggi, allorché l’introduzione di un’imposta patrimoniale è sostenuta da diverse parti.
Einaudi comincia con lo smontare il postulato della “democraticità” dell’imposizione patrimoniale, in quanto “capitale e reddito sono la stessa entità vista sotto differenti sembianze”. Ammette tuttavia che che tra imposta sul reddito e imposta sul patrimonio esistono differenze apparenti ed importanti. Ci sono infatti capitali senza reddito (aree fabbricabili; gioielli) e redditi senza capitale (lavoro). E conclude: “In qualità di ‘mito’ l’imposta patrimoniale per se stessa non è atta a far giustizia…Perequazione ossia giustizia, ossia democrazia sono ideali attuabili soltanto se si adottano congegni tributari adatti allo scopo”.
Quali siano questi congegni, Einaudi lo spiega più avanti, quando scrive che “gira e rigira la straordinaria patrimoniale non è sensata se non può essere pagata col reddito” E fa l’esempio dei paesi “sanamente amministrati”, come l’Inghilterra, dove “non si parla di imposte straordinarie patrimoniali, perché l’imposta progressiva sul reddito, congiunta con l’imposta successoria, ha dimostrato di essere il palladio unico e sicuro della finanza di pace come di guerra”. In quei paesi esiste sul serio l’imposta “democratica” che esenta i redditi necessari all’esistenza, tassa poco ma tassa i redditi mediocri e tassa progressivamente i redditi grossi. In questi paesi, tale imposta viene aumentata negli eventi straordinari e diminuita quando questi eventi cessano, ingenerando nei contribuenti la fiducia nello stato. In Italia invece “le imposte crescono sempre”.
A questo punto, Einaudi spiega come l’imposta straordinaria patrimoniale può essere chiamata a compiere il miracolo di ridare fiducia ai contribuenti. Ciò può avvenire a condizione che si dimostri nei fatti che “è finita l’era lunga dell’incremento continuo ed esasperante delle imposte sul reddito” e che si riduca “l’imbrogliato amalgama incoerente delle imposte odierne”. Francesco Giavazzi, che firma la prefazione non è ottimista in proposito. “Per riguadagnare la fiducia – scrive – è necessario dimostrare anno dopo anno di essere capaci di produrre quegli avanzi di bilancio necessari per sostenere il debito e tassare i redditi da capitale alla stregua di ogni altro reddito”.

(*) Luigi Einaudi, L’imposta patrimoniale, Chiarelettere, settembre 2011

24 novembre 2011

Borghesia cercasi (*)

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“Cosa succede in un paese senza borghesia? Rispondendo a questa domanda, Giuseppe De Rita e Antonio Galdo ripercorrono il processo che ha portato dalla rivoluzione borghese risorgimentale al “vuoto borghese” di oggi.
“Borghesia” va intesa – secondo gli autori – non tanto come classe che controlla i mezzi di produzione, quanto come èlite che “si dà carico della responsabilità collettiva e guida l’intero sistema, sulla base non solo di pulsioni particolari ma dell’interesse generale”. Borghesi di matrice intellettuale furono i protagonisti del Risorgimento, che seppero guardare al futuro e unificarono l’Italia, ristrutturando poi lo stato, la scuola, la giustizia, la pubblica amministrazione.
Una prima rottura con quella tradizione si ebbe con il fascismo, fatto da ceti medi emergenti che rifiutavano la guida borghese. Anche durante il fascismo tuttavia, una minoranza borghese si dedicò alla ricostruzione dell’assetto economico (Iri, Imi, legge bancaria) e pose le basi di un sistema di sicurezza sociale (Inps, Onmi). E nel dopoguerra si dedicò alla ricostruzione del paese mediante organismi pubblici (Iri, Eni, Cassa del Mezzogiorno) che furono un volano per lo sviluppo dell’industrializzazione.
“Ma dopo? Cosa ha portato all’eclissi della borghesia?” Per gli autori, tutto cambia quando scatta la molla del benessere di massa e comincia “l’imborghesimento di massa”. Il ceto medio si consolida nel periodo del boom economico e si dilata negli anni successivi per opera della spesa pubblica e del debito, indirizzati non alla crescita ma all’espansione dei consumi del ceto medio. La società dava spazio all’iniziativa individuale, ma non riusciva a formare un’avanguardia in grado di darsi carico degli interessi collettivi. “Qui è nato il vuoto borghese”.
In questo vuoto, le organizzazioni sociali (“i corpi intermedi della rappresentanza”) diventano corporazioni che difendono esclusivamente gli interessi e i privilegi accumulati. I partiti “si sfarinano, trasformandosi in tribù ad personam. Le istituzioni appaiono burocratiche e distanti. La politica è schiacciata sul presente e i tentativi di modernizzazione delle istituzioni non riescono decollare. Fino all’implosione di Tangentopoli, quando “muore, prima ancora di nascere, la seconda repubblica”.
Un capitolo del libro spiega anche le ragioni strutturali che hanno favorito l’eclisse: il localismo delle imprese; le gestioni aziendali ristrette; i modelli anomali di governance; il cumulo degli incarichi; i conflitti di interesse. E anche “la mancanza di una cintura di protezione etica” del capitalismo. Le privatizzazioni (tra il 1992 e il 2007) hanno portato denaro al tesoro, ma non hanno creato un solido nucleo imprenditoriale in grado di garantire stabilità e sviluppo. Le professioni si sono trasformate in trincee. Nelle università si misura la deriva corporativa e familistica della borghesia italiana.
E ora, dopo la crisi, cosa succederà? Gli autori elencano i soggetti che hanno retto meglio del previsto all’urto della crisi: il sistema industriale, quello bancario, la coesione territoriale. E tutte le situazioni critiche presenti: concentrazione della ricchezza; giovani inattivi; basso livello culturale; fuga dal paese; inefficienza burocratica; ritardo infrastrutturale; stagnazione. Ma anche qualche segnale di inversione di tendenza: la fine del lungo ciclo della soggettività; la domanda di nuove forme di partecipazione collettiva; il fascino calante della verticalizzazione politica e il ritorno a forme più solide di rappresentanza. E anche il rilancio di virtù civili, alla ricerca di nuovi orizzonti.
Le argomentazioni del libro sono supportate da numerosi dati sociologici.

(*) Giuseppe De Rita, Antonio Galdo, L’eclissi della borghesia, Editori Laterza, 2011

12 settembre 2011

La “bomba demografica” ha fatto flop

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Lo squilibrio inconciliabile tra popolazione e risorse, teorizzato da Malthus nel 1798, sta andando verso un assestamento, sicché la “bomba demografica”, paventata ancora attorno al 1970 da diversi studiosi, non dovrebbe scoppiare. Al tema è dedicato un agile libro di Alessandro Rosina e Maria Letizia Tanturri, intitolato GoodBye Malthus. (*).
Ne parliamo non solo per l’interesse intrinseco del libro, ma anche perché contiene indicazioni utili circa le politiche necessarie, anche a livello locale, per affrontare le trasformazioni indotte dalla “transizione demografica” in atto, che comporta nei paesi a sviluppo avanzato rilevanti fenomeni di invecchiamento e di immigrazione. La popolazione cremonese ha infatti, al massimo grado, le caratteristiche tipiche di questi paesi: basso numero di figli per donna, per cui le generazioni dei figli non rimpiazzano quelle dei genitori; famiglie con pochi figli; una vita più lunga e in buona salute; prevalenza di anziani sui giovani.
Queste condizioni richiedono delle risposte da parte delle istituzioni. “Gestire l’invecchiamento rappresenta una delle sfide più importanti del nostro secolo”, sia per far fronte alle necessità di cura dei “grandi anziani” (over 75), sia per attenuare gli squilibri che si creano nel mercato del lavoro, nel sistema previdenziale e nelle famiglie. Una sfida connessa riguarda le politiche per favorire la piena partecipazione dei giovani al mondo del lavoro e un welfare attivo necessario a compensare la maggiore flessibilità richiesta dal mercato. Come pure politiche per la famiglia e per l’infanzia, dirette a superare le disuguaglianze sociali e a favorire l’occupazione femminile. Infine, politiche per l’immigrazione “che è ormai un fattore chiave per lo sviluppo dei paesi ricchi.
A questo proposito, un rapporto dell’Onu ha stimato che, per mantenere costante la popolazione del nostro Paese, sarebbe necessario un flusso di 250 mila stranieri all’anno. D’altra parte, Cremona ha mantenuto costante la popolazione negli ultimi anni grazie agli immigrati, che oggi sono circa diecimila su circa settantamila abitanti. Le proiezioni al 2050 dicono inoltre che i “cremonesi” saranno soltanto 50 mila e quindi per conservare o aumentare il numero dei residenti sarà necessario un numero corrispondente di immigrati. Un altra sfida importante e complessa sarà dunque quella della integrazione, con idonee politiche dirette a cogliere i benefici della presenza straniera, con particolare attenzione all’inclusione dei figli di immigrati.
Ma torniamo alla parte introduttiva, in cui si spiegano i diversi cicli della popolazione mondiale. La grande crescita dei secoli XIX e XX, dovuta alle alte nascite unite alla diminuzione delle morti, che ha alimentato la paura della sovrappopolazione, sembra ormai conclusa. Siamo avviati verso una stabilizzazione, che dovrebbe concludersi alla metà del secolo attorno al livello di 10 miliardi di abitanti. Sia pure con grandi differenze tra le diverse aree del globo, la “bomba demografica” sembra disinnescata.

(*) Alessandro Rosina, Maria Letizia Tanturri, GoodBye Malthus, Il futuro della popolazione dalla crescita della quantità alla qualità della crescita, Rubbettino, giugno 2011 (*).

23 marzo 2011

Alle radici del malessere*

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Perché nonostante gli innegabili progressi compiuti un “disagio sottile si è impadronito del Paese? Secondo Luca Ricolfi (La Stampa del 13 marzo) alle origini del malessere c’è l’incapacità di risolvere la questione meridionale, che ha prodotto al Nord sentimenti antimeridionali (impersonati soprattutto dalla Lega) e al Sud, per reazione, fenomeni opposti.
Ricolfi appoggia la sua tesi sulle serie storiche del prodotto pro capite, che dimostrano come la questione meridionale non sia stata ereditata dai Savoia, ma da loro creata con le tasse e la politica doganale. Solo con la riforma agraria e la Cassa del Mezzogiorno (nel periodo 1951-71) il divario creatosi si è accorciato, ma il recupero del Sud è avvenuto in termini di reddito e di consumi e non di prodotto (il prodotto del Sud è il 60% di quello del Nord), cioè mediante trasferimento di redditi dal Nord al Sud. Dagli anni Settanta, il trasferimento si è fondato sulla espansione senza limiti del debito pubblico, generatore di consenso politico al Sud e di rendite finanziarie al Nord.
Il risultato è stato l’aumento della pressione fiscale dal 35% del 1985 al 43% del 1999, con un debito pubblico pari al 120% del prodotto nazionale. Ma quando il giocattolo si è rotto, l’Italia, che aveva avuto tassi di sviluppo più alti del resto d’Europa, comincia a rallentare ed entra, ancor prima della crisi del 2008, in stagnazione. Di fronte a questa situazione il Paese resta inerte, si regge sulla ricchezza accumulata e sulle risorse del volontariato e non si accorge di “stare sciogliendosi come un ghiacciaio”.
Di chi la colpa? Certo dei politici e dei dirigenti. Ma l’inerzia dei politici e dei dirigenti è il riflesso dell’indisponibilità di tutti a rischiare, a rimettersi in gioco. Tutti uniti nel non volere cambiare le nostre vite.

Luca Ricolfi, Mezzogiorno, le radici del nostro scontento, La Stampa, 13 marzo 2011

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