Cives Cremona

1 ottobre 2010

De Crecchio su Vernaschi

Filed under: Storia — Cives Cremona @ 07:00

Dopo la celebrazione del XX anniversario della morte di Vincenzo Vernaschi, sindaco di Cremona dal 1961 al 1968 e poi senatore, Michele De Crecchio ci ha inviato una testimonianza su due episodi significativi, uno dell’attenzione di Vernaschi alla corretta urbanistica della sua città, l’altro della sua lealtà nei confronti della minoranza.

Il primo episodio risale al 1982. Il nuovo Piano regolatore di Cremona stava per essere approvato dalla Regione con una modifica d’ufficio che consentiva l’edificabilità di terreni circostanti S. Sigismondo, che il Consiglio comunale aveva rifiutato di concedere.
“Ricordo bene – scrive De Crecchio – la dignità e la fermezza con la quale il Senatore, capogruppo di minoranza, informato della sgradevole alterazione che si stava macchinando presso l’assessorato regionale all’urbanistica, chiesta la parola in Consiglio Comunale, offrì alla maggioranza di sinistra la più completa solidarietà, proponendo persino che il Consiglio Comunale, nella sua unanimità, si dimettesse tutto per protesta qualora la Regione avesse così clamorosamente  contraddetto la volontà consiliare dei cremonesi. I buoni uffici dell’allora presidente del Comitato regionale di controllo, il prefetto di Milano dott. Caruso, riuscirono poi, abilmente, a sventare la manovra milanese, consentendo ai cremonesi di portare a casa il Piano regolatore, così come il Consiglio comunale l’aveva voluto”.
“Se, a differenza di tante altre parti della città, la zona di San Sigismondo è ancora oggi sostanzialmente inedificata, consentendo così al grande monumento, oggi monastero, di dialogare con la campagna circostante, credo sia doveroso dare atto che ciò accadde anche per l’impegno civile allora dimostrato con estrema fermezza, dal senatore Vernaschi.”
Il secondo episodio è di qualche anno più tardi, quando i democristiani avevano sostituito i comunisti nella giunta cittadina. Il Consiglio comunale aveva approvato, a stretta maggioranza, lo spregiudicato intervento che prevedeva, in deroga ai vincoli di Piano Regolatore, di occupare con alloggi gli spazi del palcoscenico, delle gallerie e del ridotto del Politama Verdi.
“Qualche mese più tardi – ricorda De Crecchio – il senatore Vernaschi, al quale la malferma salute evidentemente non consentiva più di seguire con la necessaria puntualità i lavori del Consiglio, cadde nella disavventura di affermare che l’intervento sul Politeama, di cui evidentemente aveva ormai ben compreso la nocività, era stato pur tuttavia varato con l’unanimità dei voti del Consiglio comunale. Toccò a me, componente del gruppo comunista e responsabile per i temi urbanistici, intervenire, vivacemente protestando per l’affermazione non veritiera”. “Il Senatore Vernaschi rimase perplesso e si riservò un controllo sugli atti consiliari. Nella seduta successiva, senza essere sollecitato da nessuno, chiese la parola e, scusandosi dell’errore compiuto, riconobbe la correttezza di quanto affermato dal gruppo comunista, confermando di non essersi cioè lo stesso gruppo associato all’approvazione dell’infelice intervento sul glorioso teatro”.

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12 luglio 2010

Due libri in memoria di Vincenzo Vernaschi

Filed under: Cultura,Storia — Cives Cremona @ 07:00

Per giustificare la nostra latitanza degli ultimi tempi, diamo conto delle iniziative promosse dal Comitato Vincenzo Vernaschi, in memoria del XX anniversario della morte (20 settembre 2010)

Vincenzo Vernaschi sindaco. L’esperienza del centrosinistra a Cremona (1961-1968). Il Comitato ha voluto onorare la memoria di Vernaschi dedicando un libro all’esperienza della giunta di  centrosinistra e al ruolo che in essa egli ebbe.
Il libro comprende due saggi. Nel primo, Simone Riboldi analizza, sulla base degli atti del consiglio comunale, l’operato della giunta Vernaschi. Nel secondo, Fabrizio Superti percorre, sulla base delle cronache dell’epoca, le vicende politiche che hanno preparato e accompagnato l’esperienza del centrosinsistra cremonese.
Il libro è un contributo alla ricerca storica su una fase della nostra storia politica e ammnistrativa ricca di novità e di suggestioni.

Dal taccuino del senatore è la raccolta degli scritti che Vernaschi pubblicò settimanalmente sulla Provincia, su invito del direttore Mauro Masone, tra il 1987 e il 1988, dopo il ritiro dall’attività parlamentare. Si tratta di riflessioni su temi politici, sociali e culturali, note sui viaggi in Europa e nel mondo, ricordi di persone conosciute a Roma e a Cremona, che tracciano un vero e proprio itinerario di vita e di pensiero dell’autore.
Il libro è stato curato e annotato da Walter Montini.

9 giugno 2010

Il “caso Pizzoni”

Filed under: Storia — Cives Cremona @ 07:00

La proposta di Antonino Rizzo (Cronaca del 7 giugno), di dedicare una via ad Alfredo Pizzoni, offre l’occasione per recuperare la memoria di un protagonista di primo piano della resistenza al fascismo, letteralmente cancellato dai libri di storia, per la sua estrazione borghese e liberale. Solo negli ultimi anni, due libri hanno ne hanno ricostruito la vicenda umana e politica: La Resistenza cancellata, di Ugo Finetti (Ares, 2003) e Il banchiere della Resistenza, di Tommaso Piffer (Mondadori, 2005).
Il profilo di Pizzoni (nato a Cremona nel 1894, figlio di un generale dell’esercito) è quello di un giovane intelligente, tenace e coraggioso, sensibile agli ideali patriottici e irredentisti del suo tempo, ma versato anche negli studi economici e nella pratica bancaria. Sarà infatti ufficiale dei bersaglieri nella guerra 15-18, dove meriterà una medaglia d’argento, e seguace di D’Annunzio nell’avventura fiumana. In seguito, sarà in Inghilterra, dove si diplomerà alla London school of economics e completerà l’apprendimento delle lingue straniere. Laureato in legge a Pavia nel 1920, verrà assunto dal Credito italiano, dove inizierà una carriera che lo porterà, dopo la guerra, ad assumerne la presidenza.
Durante il fascismo, dopo una frequentazione con il gruppo milanese di Giustizia e Libertà, che gli provocò discriminazioni in banca, si dedicò alla famiglia e al lavoro, aderì formalmente al partito fascista nel 1933 e, allo scoppio della guerra, partì volontario con il grado di maggiore. Nel gennaio del 1942, il piroscafo che lo trasportava in Cirenaica con il suo battaglione fu silurato dagli inglesi. Congedato per motivi di salute, il suo comportamento in quella circostanza gli meritò una medaglia di bronzo al valore.
Come scriverà nei suoi diari (1), Pizzoni, pur certo della sconfitta, riteneva che il suo primo dovere fosse verso la patria, ed era convinto che solo l’esercito avrebbe potuto restare un punto di riferimento dopo il crollo delle strutture dello stato.
Personalità dunque non priva di contraddizioni, che approderà ad una scelta decisiva al momento della caduta del fascismo, nel luglio del 1943, allorché assunse la presidenza del Comitato antifasciata di Milano, formato da liberali, democristiani, comunisti, socialisti e azionisti. Dopo l’8 settembre 1943, fu presidente del Comitato di liberazione nazionale lombardo e, dal 1944, presidente del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (Clnai), funzione in cui fu elemento di equilibrio tra i partiti del Cln e tra questi e gli angloamericani.
La sua estraneità ai maggiori partiti e le posizioni di deciso contrasto alle pretese egemoniche dei comunisti nel biennio della sua presidenza, fecero sì che, a liberazione avvenuta, il 27 aprile del 1945, mentre era in missione al Sud, fosse sostituito dal socialista Rodolfo Morandi.
Finisce così la sua storia politica e inizia quello che Finetti definisce il “caso Pizzoni”, quello di un protagonista di primo piano della guerra di liberazione, cancellato dai libri di storia dagli storici di regime (come tanta altra parte della “Resistenza cancellata”), allo scopo di diffondere la vulgata comunista della guerra di liberazione.
Eppure, anche la biografia dell’Anpi riconosce oggi che la sua esperienza professionale e le sue conoscenze internazionali gli permisero di condurre in porto importanti operazioni per il finanziamento delle formazioni partigiane e, con i “protocolli di Roma” del dicembre 1944, di ottenere dagli angloamericani il riconoscimento ufficiale del Comitato di Liberazione come unico centro coordinatore dell’attività resistenziale.
Ma il “caso Pizzoni”, prima che sui libri di storia, era nato dai contrasti con i componenti comunisti del Cln. Nell’agosto del 1944, quando aveva sostenuto – contro il parere di Pajetta e Parri – la designazione, da parte del governo Bonomi, del generale Raffaele Cadorna a comandante del Corpo volontari della libertà. E ancora nel dicembre del 1944, quando aveva negoziato con gli angloamericani quei “protocolli di Roma” che, da un lato misero fine alle velleità comuniste di una insurrezione anticipata, dall’altro garantirono alle formazioni partigiane le risorse necessarie per fronteggiare il durissimo inverno 1944-45.
Ecco perché, “se la memoria non ha colore” (come scrive Rizzo)  , sarebbe bene dedicare una via ad Alfredo Pizzoni e chiudere in questo modo degnamente il suo caso.

(1) I diari di Pizzoni, dopo la sua morte avvenuta nel 1958, furono “incautamente” consegnati dai familiari alla casa editrice Einaudi, che ne fece un’edizione ridottissima. Furono ristampati dal Mulino nel 1995.

12 maggio 2010

Cronache di un sorvegliato speciale (2)

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Nonostante le tranquillizzanti informazioni inviate dal Prefetto di Cremona, la polizia politica cremonese continua a controllare la corrispondenza e i movimenti di Coppetti e dei suoi familiari. Così, la copia di una cartolina postale inviata da Parigi, con cui Coppetti e la madre danno loro notizie a casa, viene inviata il 13 gennaio 1938 alla Polizia politica di Roma. Nell’accompagnatoria, lo scrivente avverte che “la Bertoglio Angela, madre del Coppetti Mario, farebbe ritorno a Cremona il giorno 17 gennaio, passando prima da Milano per consegnare della roba a certo signor Villa”; si potrebbero quindi “interessare gli uffici di Bardonecchia e Domdossola per una rigorosa perquisizione personale e ai bagagli”.
Il controllo viene puntualmente effettuato, come risulta da un fonogramma inviato il 18 gennaio a Cremona dalla Questura di Torino, in cui si informa che la perquisizione della Bertoglio Angela in Coppetti, “eseguita sotto apparente scopo fiscale, ha avuto esito negativo e che la predetta ha proseguito per Milano”.
Mario Coppetti rientra in Italia il 18 ottobre 1939 e anche questo viaggio è seguito passo passo. Un telegramma del Commissario di confine, inviato il 18 ottobre alle questure di Torino e di Cremona, informa che il connazionale Coppetti Mario è entrato nel regno e che la perquisizione è stata negativa. Un successivo telegramma del Commissario di sicurezza ferroviaria di Torino informa il questore di Cremona che il connazionale Coppetti è partito con il treno n. 5 diretto a Cremona. Il 21 ottobre, il Questore di Torino informa la Polizia di Roma che “attraverso il valico di Bardonecchia è entrato nel Regno, diretto a Cremona, il connazionale Coppetti Mario di Angelo, iscritto a pagina 180 del registro di frontiera.
La vigilanza della polizia nei confronti di Copetti continua dopo il suo rientro a Cremona. Il 12 dicembre 1939, il Prefetto di Genova informa la Direzione generale di P.S. che il Coppetti ha pernottato assieme ai familiari in un albergo di quella città, ripartendo quindi per Cremona. Il 16 marzo 1940, il Ministero dell’interno chiede al Prefetto di Cremona “di far conoscere con urgenza il proprio parere circa la rinnovazione del passaporto per la Francia, richiesta dal noto antifascista in oggetto” Biglietti informativi in data 24 maggio 1941, 11 novembre 1941 e 16 ottobre 1942, assicurano che “è stata accertata la presenza del sovversivo Coppetti Mario in via Carlo Alberto, 31” (sua residenza).
Cade il fascismo, arriva la Liberazione, vince la Repubblica, viene approvata la nuova Costituzione ed eletto il nuovo Parlamento repubblicano, ma il nostro “sorvegliato speciale” è ancora oggetto delle attenzioni delle autorità. Il 22 novembre 1949, il Prefetto di Cremona fa sapere al Questore che il signor Coppetti Mario aspira a partecipare al concorso a cattedre nelle scuole medie. Prega quindi di “voler comunicare con cortese urgenza e in via del tutto riservata ogni possibile informazione circa la condotta civile e morale del suddetto aspirante”. Il 29 novembre, una guardia di P.S. informa il Questore che “il nominato risulta di regolare condotta, senza precedenti penali…E’ professore di disegno, scultore ed insegna presso la scuola media di Piacenza, da dove ritorna tutte le sere. Non possiede beni di fortuna, ma versa in buone condizioni economiche. E’ stato sempre fervente antifascista e fu anche vigilato politico all’epoca di tale regime. E’ stimato in pubblico”. (2 – fine).

La documentazione che ha ispirato questa cronaca proviene dall’Archivio di stato e ci è stata fornita dallo stesso professor Coppetti. E’ già stata in parte pubblicata nel libro di Franco Dolci “Mario Coppetti, un socialista”.
 

6 maggio 2010

Cronache di un sorvegliato speciale (1)

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Mario Coppetti è oggi un apprezzato scultore, che lavora ancora all’età di 97 anni. Inizia l’attività come apprendista nel laboratorio di un marmista di Cremona e, dopo l’avviamento, frequenta i quattro anni di Scuola artistica dell’Ala Ponzone. Dopo il servizio militare, il 28 marzo 1935 si  trasferisce a Parigi, per perfezionarsi nella scultura. Lì si occupa presso lo studio di uno scultore ed apre anche un suo atelier, arrivando ad esporre un’opera al Salon des artistes del 1938. Rientra in Italia il 18 ottobre del 1939, dopo l’inizio della guerra in Europa.

La cronaca che pubblichiamo ruota attorno ad un medaglione, quello con l’effige di Carlo Rosselli, l’esponente di Giustizia e Libertà assassinato dai fascisti in Francia nel 1937. Mario Coppetti aveva conosciuto Rosselli durante il soggiorno parigino e su richiesta di amici comuni aveva scolpito il medaglione.
Era bastato questo fatto per renderlo sospetto al capo della polizia fascista che, il 25 ottobre 1937, scriveva al Questore di Cremona per informarlo che “il giovane scultore Mario Coppetti risulta aver recentemente modellato un medaglione riproducente il busto del defunto Carlo Rosselli. Questo Ministero ha disposto che sia iscritto in R.F. (Rubrica di Frontiera) per perquisizioni e segnalazioni”. Inoltre, poiché Coppetti aveva ricevuto la visita della madre, chiedeva “di accertare se la madre sia ritornata da Parigi e quando scadrà il suo passaporto” e disponeva affinché “la corrispondenza diretta alla madre del Coppetti e ai congiunti sia sottoposta a riservatissima revisione”. Naturalmente “nel massimo segreto”.
Due mesi dopo (il 24 dicembre 1937) un altro ufficio del Ministero dell’Interno scriveva al Prefetto di Cremona per aggiornalo sull’attività di Coppetti, descritto come “giovane scultore aderente al movimento “giellista”, che ha recentemente modellato un medaglione di Rosselli, i cui esemplari, “come pubblicato nel libello di ‘g. e l.’ sono in vendita al prezzo di 50 frs. e hanno un diametro di 75 centimetri”. Pregava quindi di fornire sul conto del Coppetti “dettagliate informazioni, specie di indole politica, nonché i dati anagrafici e segnaletici”.
Il Prefetto di Cremona rispondeva in data 11 gennaio 1938, precisando che il Coppetti “espatriò in Francia con regolare passaporto allo scopo di perfezionarsi nell’arte della scultura e nella speranza di trovare ivi una occupazione, perché a Cremona lavorava saltuariamente guadagnando poco. Nel tempo qui trascorso serbò regolare condotta morale e politica. Ha prestato regolarmente il servizio militare. Il padre, macchinista ferroviario (in pensione) durante il periodo bolscevico faceva parte del sindacato rosso, ma dopo l’avvento del fascismo, pur non essendosi iscritto alle organizzazioni del Regime, non ha dato motivo a rilievi”. Seguivano i dati anagrafici e segnaletici. (1 – continua).

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