Cives Cremona

5 maggio 2011

Per rendere operativa l’idea di Caldonazzo

Filed under: Territorio — Cives Cremona @ 11:18

Nell’intervista rilasciata alla Provincia il 16 aprile, il presidente di Confindustria Cremona, Mario Caldonazzo, allo scopo di rilanciare lo sviluppo industriale del territorio, propone la realizzazione di “un polo imprenditoriale strategico”, capace di attrarre iniziative da tutto il Paese, sia per la sua dimensione sia per la sua potenzialità logistica intermodale. Il polo dovrebbe coinvolgere non solo le amministrazioni locali, ma anche la regione e lo stato, in modo da godere di agevolazioni amministrative, fiscali e strutturali simili a quelle delle Green Enterprise Zone (GEZ).
Nell’esperienza inglese e statunitense le GEZ sono state realizzate allo scopo di favorire lo sviluppo di aree a basso livello di occupazione (o colpite da crisi produttive), mediante iniziative imprenditoriali innovative, specie in attività connesse con il risparmio energetico e con le energie alternative, che si avvalgono di contributi pubblici e agevolazioni fiscali. La gestione operativa delle GEZ è affidata a organismi rappresentativi delle comunità locali.
Il punto forte di queste esperienze sta nel fatto che sono previste da apposite leggi statali o federali che prevedono cospicui stanziamenti (l’America Recovery and Reinvestment Act ha stanziato più di 60 miliardi di dollari per progetti di sviluppo alternativi), per cui appare problematica una trasposizione di quelle esperienze nella realtà italiana.
Nella nostra realtà è forse più realistico potenziare le strutture esistenti, come Reindustria, che tra i suoi progetti ha anche un “programma di supporto agli enti pubblici per la creazione di nuove aree produttive.., da realizzare con la provincia, i comuni interessati, le banche, le associazioni di categoria”. Senza dimenticare che nel 2006 (se ricordiamo bene) la provincia di Cremona, assieme a quelle di Brescia, Bergamo e Mantova ha costituito una Agenzia interprovinciale per lo sviluppo, la promozione e la gestione dei servizi e delle infrastrutture per il trasporto e la logistica delle merci nell’Est Lombardia, nel contesto di un progetto realizzato con il contributo finanziario dell’Unione europea (programma UE INTERREG IIIC).
Certamente, per assolvere una funzione così impegnativa, le strutture esistenti andrebbero adeguatamente capitalizzate, come ha fatto, ad esempio Lodi, con il Parco tecnologico padano, o Ferrara, con il progetto Investinferrara e con l’agenzia di sviluppo Sipro, società per azioni con 5,6 milioni di capitale, che ha per soci i 26 Comuni della provincia, la Provincia, la Camera di Commercio, la Cassa di risparmio di Ferrara, la Cassa di risparmio di Cento, il Monte dei Paschi di Siena.
L’idea lanciata da Caldonazzo ha incontrato un consenso generale, in quanto risponde alle aspettative di un territorio in incerto equilibrio, con non pochi segni di declino. Per renderla operativa, i decisori locali devono ora darle le gambe (finanziarie e organizzative) per farla camminare.

11 aprile 2011

L’urbanistica non basta allo sviluppo

Filed under: Territorio — Cives Cremona @ 12:00

Mi corre l’obbligo, diciamo deontologico, di contestare alcune interpretazioni del mio post del 19 marzo su  Gli equivoci della città verticale, con particolare riferimento ad una reprimenda verbale di Antonio Leoni (in quel di Castelponzone) e ad un titolo di Cronaca del 26 marzo, che mi hanno attribuito un parere favorevole ai “grattacieli” e allo “stravolgimento del panorama antico della città”, mentre avevo scritto che parlare di “città verticale” e di “grattacieli” aveva indotto in equivoci e alimentato polemiche non sempre comprensibili.
Malvezzi è ritornato sull’argomento con un’intervista al Piccolo dell’8 aprile, dove ribadisce sì l’opportunità di superare a precise condizioni il “tabù della crescita verticale”, ma anche altri punti qualificanti del futuro Pgr: il recupero del patrimonio edilizio esistente, gli incentivi all’efficienza energetica, la riqualificazione delle periferie, la tutela del suolo agricolo. Ed è su questi punti soprattutto che il Pgt dovrà dare risposte inequivoche: non più un metro di terreno agricolo sottratto all’agricoltura; controlli paesaggistici più severi; e – aggiungo – valutazione realistica del fabbisogno edilizio in rapporto alle effettive dinamiche demografiche ed economiche della città, da valutare in un quadro intercomunale. “Se non si vogliono aumentare gli immobili inutilizzati – scrivevo – lo sviluppo urbanistico dei prossimi anni va ricercato nei servizi e in investimenti innovativi, utilizzando opportunamente le aree dismesse, anche con costruzioni verticali (ma non parliamo di grattacieli)”. Tutto qua. Nessuna difesa di impensabili “città verticali” o di “torri” tipo Abu Dhabi (purtroppo imitate anche a Milano) che affascinano gli architetti, ma dovrebbero impensierire gli urbanisti. Solo l’intento di dare alla città spazi e criteri di sviluppo adatti ad accogliere nuove funzioni e nuovi investimenti; consapevoli tuttavia che le strategie di sviluppo non possono essere affidate solo all’urbanistica, ma ad una visione generale delle istituzioni e dei gruppi dirigenti.
A questo proposito, abbiamo scritto chiaramente che l’Amministrazione dovrebbe scommettere su progetti di sviluppo urbano diversi dai centri commerciali e dalla residenza (Ma lo sviluppo non passa dal mattone), ma dovrebbe cercare di far convergere istituzioni, imprese e finanza sugli obiettivi proposti dalla Rete Urbana delle Rappresentanze (Rur): diffusione delle energie da fonti rinnovabili; potenziamento dei trasporti pubblici urbani e interurbani; ripensamento dei centri commerciali delle aree storiche e dei luoghi di aggregazione; progettazione di nuovi spazi per la produzione e la logistica; realizzazione di masterplan di area vasta (La città motore dello sviluppo). Concludendo con alcune domande che riproponiamo. Sapranno le nostre città essere motori di uno sviluppo nuovo e innovativo? Sara possibile riprendere il controllo di uno sviluppo sfuggito loro di mano? Sarà possibile correggere lo squilibrio tra investimenti pubblici e privati, per cui a fronte di 100 milioni in abitazioni si hanno solo 5 milioni in infrastrutture?

19 marzo 2011

Gli equivoci della città verticale

Filed under: Territorio — Cives Cremona @ 17:55

Nell’intervista rilasciata a Gilberto Bazoli (La Provincia del 13 marzo), il vicesindaco e assessore all’urbanistica Carlo Malvezzi enuncia i suoi indirizzi sulla revisione del Piano di governo del territorio (Pgt), che così sintetizza: recupero del patrimonio esistente, cominciando dalla riqualificazione degli edifici costruiti nel dopoguerra; tutela del terreno agricolo e nella valorizzazione delle 150 aziende agricole esistenti; incentivo al risparmio energetico; superamento del tabù della verticalità che ha portato allo spreco di territorio.
Sul punto della “verticalità”, il titolo del servizio giornalistico (“Sarà una città verticale”) mi pare vada oltre il testo dell’intervista e può far pensare ad una versione cremonese delle avveniristiche visioni architettoniche degli anni venti, o ai più recenti progetti cinesi (la Bionic Tower di Shangai) o russi (la Moscow City Tower), che ipotizzano grattacieli-città, completamente autosufficienti. L’idea espressa da Malvezzi sembra invece più rispondente alle proposte dell’inglese Richard Burdett che sostiene la necessità di fissare, mediante una cintura di verde, limiti invalicabili attorno alle città, evitando l’espansione a macchia d’olio delle periferie.
Se si fossero rispettati questi criteri la campagna attorno a Cremona e ai comuni della cintura non si sarebbe popolata di casupole, ognuna col suo orticello e il suo giardinetto, con enorme consumo di terreno agricolo e distruzione del paesaggio. Una pianificazione intercomunale attuata per tempo avrebbe potuto incrementare i nuclei urbani esistenti e creare qualche nuovo nucleo, senza il tabù della verticalizzazione, lasciando ampio spazio alla campagna *.
Nella realtà non è andata così. Per assecondare la voglia di casette individuali, ogni comune ha abbondato nei piani urbanistici e dubito che sia ormai troppo tardi per invertire la tendenza, poiché tenendo conto dell’andamento demografico e volendo puntare sul recupero, il fabbisogno di case nuove è prossimo allo zero.
Si può capire la pressione dei costruttori (e dei proprietari di aree), ma se non si vogliono aumentare gli immobili inutilizzati lo sviluppo urbanistico dei prossimi anni va ricercato nei servizi e in investimenti innovativi, utilizzando opportunamente le aree dismesse, anche con costruzioni verticali (non parliamo di grattacieli). Senza cadere nella moda delle torri (in auge anche a Milano), come proposto da Quinzani, che vorrebbe una gran torre sull’area dell’ortomercato, per trasferirvi tutti gli uffici pubblici (con ulteriore svuotamento del centro storico).

* Gianni Beltrame (Cronacadel 14 marzo) dice che costruire in verticale (“grattacieli”) non fa risparmiare spazio, ma dice anche che con indici e vincoli opportuni il risparmio si può ottenere (non è una “favoletta” quindi).

7 febbraio 2011

La lenta transizione verso l’identità (3)

Filed under: Territorio — Cives Cremona @ 07:00

Nei primi decenni dell’unità, la carenza della rete dei trasporti rappresenta un forte vincolo allo sviluppo dell’economia, mentre le dinamiche demografiche riflettono le difficoltà del sistema economico di aprirsi alle produzioni industriali.
L’agricoltura, dopo la ripresa settecentesca (catasto teresiano; cura dell’irrigazione; commerci con l’Austria), presenta una evoluzione lenta e si caratterizza soprattutto per lo sviluppo delle filande (trattura della seta) e dei caseifici (nel 1879 nasce a Sesto la prima latteria sociale). Riesce tuttavia a superare la crisi del 1882, riorganizzando i caseifici, potenziando la zootecnia, incrementando l’impiego delle macchine e dei fertilizzanti. Nel 1890 il sistema irriguo viene implementato con la costruzione del Canale Vacchelli.
Nonostante questo, alla svolta del secolo, l’agricoltura assorbe ancora il 60% degli addetti, mentre l’industria ne registra il 26% e il terziario il 14%. Nello stesso anno la Lombardia registra il 50% di occupati in agricoltura e il 34% nell’industria. Il settore industriale cremonese è composto prevalentemente da piccole imprese, dedite alla trasformazione di prodotti agricoli e con una buona presenza di quelle tessili.
La fase di sviluppo del primo decennio del novecento tocca anche il territorio cremonese: crescono le stalle sociali, si costituiscono le casse rurali, si sviluppa l’industria dei laterizi e l’edilizia, nascono alcune grossi caseifici, aumentano i risparmi. Il settore industriale tuttavia resta caratterizzato dalla prevalenza delle piccole imprese, con una potenza media installata pari a un quarto di quella media lombarda.
Nel periodo tra le due guerre, l’agricoltura deve sopportare gli effetti della grande crisi, che provoca caduta dei prezzi e degli investimenti, cui reagisce con ulteriore impiego di macchine e fertilizzanti e con lo sviluppo di nuovi allevamenti (frisona). Il settore industriale si diversifica a accresce il suo peso nell’economia provinciale. Prima della seconda guerra, il peso dell’agricoltura è ridotto al 45% degli occupati, mentre quello dell’industria è aumentato al 34% e quello del terziario al 20%.
Dopo la guerra, il quadro dell’economia cremonese presenta le stesse caratteristiche, ad un livello inferiore di produzione (e di occupazione). Solo dopo il 1948 inizia una fase di crescita industriale, basata prevalentemente sul settore tessile, edilizio, alimentare, ma anche meccanico. Gli addetti all’industria passano da 32mila nel 1951 a 38mila nel 1961 e a 48mila nel 1971, ma il settore industriale cremonese resta comunque agli ultimi posti in Lombardia (con 108 occupati ogni 1000 abitanti, contro i 230 della regione). La struttura è diversificata, basata su aziende piccole e medie, dove hanno acquisito importanza le aziende meccaniche e metallurgiche.
Nello stesso periodo, l’occupazione del settore agricolo diminuisce massicciamente, mentre aumenta di tre volte il prodotto netto dell’agricoltura, soprattutto per effetto dello sviluppo degli allevamenti da latte e suinicoli. Il terziario si dilata, arrivando ad assorbire nel 1971 il 37% degli occupati, con una espansione dovuta essenzialmente al piccolo commercio.
Gli anni che vanno alla fine del secolo vedono l’esplosione del terziario, che arriva ora al 50% degli occupati. Il censimento delle attività industriali e commerciali del 2001 rileva, per Cremona: 47mila addetti nell’industria, 20mila addetti nel commercio, 30mila in altri servizi, 23mila nella pubblica amministrazione. Comparando questi dati con quelli regionali, il terziario cremonese appare sbilanciato in eccesso nel settore pubblico e in difetto nei servizi alle imprese e in quelli finanziari (3 – fine).

3 febbraio 2011

La lenta transizione verso l’identità (2) 

Filed under: Territorio — Cives Cremona @ 07:00

Nel 1861 Cremona conta 43mila abitanti, l’intera provincia 292mila. Tra il 1861 e il 1881 la popolazione del capoluogo rimane stazionaria mentre quella della provincia aumenta lentamente, al tasso medio annuo dello 0,3. Nei vent’anni successivi il tasso medio di crescita arriva allo 0,4 e nel 1901 la popolazione provinciale raggiunge le 329mila unità. Il tasso di crescita registra tuttavia differenze significative tra i tre circondari (Cremona,Crema, Casalmaggiore), a vantaggio di quello di Crema che ha una dinamica più sostenuta.
L’andamento demografico risente dell’elevata mortalità, dovuta alla diffusa morbilità e alla precarietà delle condizioni igieniche, riassunte sinteticamente dai dati delle visite di leva che, all’inizio del secolo, registrano il 45% di riformati. Altra causa della lenta dinamica demografica è il fenomeno migratorio: fin dal 1861 il Cremonese è terra di emigrazione, sia verso i territori più sviluppati della regione, sia verso l’estero.
La debolezza del territorio cremonese è confermata dal confronto con il tasso di crescita medio della Lombardia, che è il doppio, o della provincia di Milano, che è più che doppio nel primo ventennio e quadruplo nel secondo ventennio post unità.
Questi caratteri demografici della popolazione cremonese restano sostanzialmente inalterati fino al secondo dopoguerra. Tra il 1936 e il 1951, anche per effetto dei limiti all’emigrazione, il tasso medio di crescita è del 3,3 e la popolazione provinciale arriva a 380mila unità (68mila il capoluogo). Ma da quel momento, a seguito delle trasformazioni della struttura produttiva, più di 40mila persone abbandonano l’agricoltura e comincia un grande esodo dalle campagne verso il capoluogo e soprattutto verso le province del Nord Lombardia, Milano in testa. Esodo che fa regredire la popolazione cremonese del 1971 a 320mila abitanti, gonfiando il capoluogo, che arriva a 82mila. In seguito, bassa natalità, bassa fecondità ed emigrazione fanno perdere al capoluogo più di 10mila abitanti, mentre la popolazione provinciale si attesta, fino al 2001, ai livelli di un secolo prima (circa 330mila abitanti).
L’inversione di tendenza degli ultimi anni è dovuta quasi esclusivamente all’immigrazione dei lavoratori extracomunitari, che sopperiscono al fabbisogno di mano d’opera non soddisfatto dai lavoratori locali. Dopo 150 anni il Cremonese non è più terra di emigrazione, ma il saldo positivo dei movimenti migratori è dovuto all’ingresso di mano d’opera non qualificata e all’uscita di giovani diplomati o laureati.
Il risultato di questi lunghi processi demografici è il tasso di invecchiamento della popolazione, che è uno dei più alti in Italia, sia pure con significative differenze fra i circondari: più elevato per il Cremonese e il Casalasco, meno grave per il Cremasco (2 – continua)

* Intervento sollecitato da Luigi Masserini, direttore del Centro studi amministrativi, in margine al corso sulla identità nazionale degli italiani.

 

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